20 07 2004 - JANNUZZI AI DOMICILIARI, BERLUSCONI ASSENTE

I giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano, con molto più equilibrio dei loro poco sereni colleghi di Napoli, hanno decretato che Lino Jannuzzi dovrà scontare le condanne definitive a due anni e cinque mesi di carcere inflittegli per il contenuto di alcuni articoli sul “Caso Tortora” agli arresti domiciliari “virtuali”, “a larghe maglie” perché il grande giornalista manterrà il mandato parlamentare e sarà libero di uscire da casa per continuare a esercitare detto mandato e anche per svolgere le proprie attività di giornalista (cosa che i napoletani volevano impedire, affermando che Jannuzzi, continuando a scrivere, era “socialmente pericoloso”), in pratica dovrà stare a casa solo di sera e rinunciare alle sue amate cene da Fortunato al Pantheon.

Pur con l’equilibrio con cui i magistrati milanesi hanno saputo affrontare la delicata questione, a differenza di altri ben noti casi, mai una decisione giudiziaria ha fatto scattare tanto unanime moto di indignazione nelle forze politiche, in relazione al preciso nesso tra la cattiva volontà politica di attuare, sul reato fascista di diffamazione a mezzo stampa, una riforma di civiltà che, se non lo abolisca del tutto (il che sarebbe auspicabile), almeno eviti il carcere ai giornalisti e ponga un limite alle richieste di risarcimento selvagge (alle quali politici e magistrati, grandi querelatori, sembrano tenere molto) e la sorte di Jannuzzi, che ha incassato, su questo tema, oltre a quella attesa di Domenico Contestabile di Forza Italia, la solidarietà del diessino Guido Calvi, illustre avvocato già difensore di Massimo D’Alema, e perfino del comunista Franco Giordano.
Ma qui non è un problema di decisioni di magistrati, come quelli di Milano, che stavolta hanno applicato la legge, che prevede che chi debba scontare meno di quattro anni di reclusione possa fruire da subito dei domiciliari, per quanto liberticide e interessate possano essere state le sentenze di condanna emesse nei confronti di Lino Jannuzzi: è un problema politico, di determinazione della classe politica se decidersi o meno a dare piena attuazione al principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero eliminando certe scorie della legislazione fascista all’occorrenza comoda a tutti – e in special modo agli avvocati, in grande maggioranza simpatizzanti dei partiti di governo, per fare cause su cause e guadagnare soldini – ovvero mantenere un atteggiamento ambiguo e irresponsabile.
E’ sconcertante, e fa il pari solo con quello mantenuto sulla vicenda Lombardini, il silenzio sulla vicenda di Silvio Berlusconi, che non ha lesinato in altri casi di difendere a sproposito personaggi ben meno difendibili dell’onesto e integro Jannuzzi, ed è ancor più sconcertante che ad arrestare l’iter parlamentare del disegno di legge di riforma della diffamazione, facendo votare un emendamento che ripristina il carcere per i giornalisti, sia stato proprio un parlamentare di Forza Italia, partito sedicente della libertà che a questo punto diventa davvero solo libertà di fare i comodacci propri, non la Libertà con la Elle maiuscola.
Berlusconi rifletta, specie alla luce delle recenti e strameritate batoste elettorali, rimediate perfino in città graniticamente di destra come Cagliari e Bari: il “Contratto con gli italiani” è ormai sull’orlo della risoluzione per inadempimento e, se non ci si rimette sulla giusta carreggiata, il ritorno al potere di una sinistra che ha ancora molti esami da superare in punto di accettazione dei principi di libertà e democrazia è inevitabile, perché perso per perso, contastato che al di là delle declamazioni elettoralistiche su questo terreno la Casa delle Libertà e i temuti “comunisti” pari sono, gli italiani due conticini, con l’occhio ai loro portafogli sempre meno pieni di euro sempre più inflazionati, li faranno eccome, con buona pace dei conti in sospeso che, specie sul terreno della giustizia, rimangono aperti.