Sono trascorse poco più di 24 ore dal barbaro e assurdo delitto che si è portato via Luisa, la figlia quattordicenne di Matteo Boe e Laura Manfredi, che già i professionisti della fuga di notizie, evidentemente ben introdotti presso la Procura di Nuoro, e presso certi settori delle forze dell’ordine locali, più ancora che in quella di Cagliari, hanno sviscerato tutti gli aspetti delle indagini e delle piste finora vagliate dagli inquirenti sulle pagine dei quotidiani locali; è comprensibile, perché l’opinione pubblica, ma soprattutto la comunità di Lula con la speranza di scacciare dal novero delle infinite possibili dietrologie la tesi di una nuova faida o quella agghiacciante di vendette tra ragazzini (ricorda i ragazzini di Orgosolo che, secondo certe ridicole tesi, sarebbero stati gli assassini di don Graziano Muntoni), che restituirebbero a un paese che bene o male da un anno è uscito dal decennio buio del commissariato prefettizio la nomea di paese principe del malessere nel Nuorese e in Sardegna.
A quanto si legge dagli informatissimi cronisti de L’Unione Sarda, le indagini sarebbero ora indirizzate sul filone di un agguato indirizzato proprio contro la ragazza, o di un avvertimento divenuto tragico omicidio per puro caso, ma sono tesi che ci lasciano entrambe perplessi, la prima perché non si vede a chi avesse mai fatto male quella ragazzina piena di vita a Lula o a Nuoro, a meno che non si voglia credere a una vile vendetta trasversale che non rientra nel codice d’onore dei sardi, la seconda perché chi sbrigativamente sostiene che al buio delle 18:40 non si poteva mirare con precisione alla sagoma umana vista sul balcone di casa Manfredi dimentica l’esistenza di armi di precisione munite di cannocchiali a infrarossi, che possono magari sparare anche tradizionali pallettoni da caccia, il che è magnifico per depistare.
Restiamo convinti quindi, coi primi commentatori del fattaccio, che il vero target della barbara azione non potesse che essere proprio Laura Manfredi, ipotesi compatibile con una vendetta non puramente trasversale o con un pesante e molto concreto avvertimento (ben più di una rosata di pallettoni su un muretto che a una donna come la Manfredi può solo fare un baffo), e quindi indirettamente lo stesso Matteo Boe, di cui tutti conoscono l’intensità del legame con la sua compagna.
Qui le ipotesi possono essere almeno due.
In primo luogo, il collegamento col fatto che Matteo Boe, grazie alle eloquenti fotografie trovategli quando fu arrestato in Corsica, contribuì in modo determinante a far incastrare Mario Asproni e Ciriaco Baldassarre Marras quali correi del sequestro di Farouk Kassam – il cui padre Fateh ha dato l’ennesima prova del suo cinismo – in circostanze tuttora misteriose; chiacchiere, dicono a Lula, ma se quelle chiacchere sono vere, e vi è più di un elemento per dirlo, Boe si sarebbe comportato da confidente, da spia, il che secondo i parametri dei sardi che ancora riconoscono il Codice barbaricino come regola di vita ben più del Codice penale italiano è ben più che sufficiente per far scattare ritorsioni di tale fatta, né deve ingannare il tempo trascorso, si sa che in Sardegna possono trascorrere anche trenta, quarant’anni, prima che una vendetta scontata venga effettivamente attuata.
In secondo luogo, la possibile persistenza, da parte di chi ha molti scheletri nell’armadio circa il modo in cui è stato risolto il sequestro di Farouk Kassam, di soverchi timori che verità inconfessabili siano scoperte, o meglio consacrate, al riguardo, e il ricordo che, dopo Graziano Mesina, la cui sorte è nota, e dopo don Graziano Muntoni, il cui barbaro omicidio potrebbe essere parimenti legato al ruolo che ebbe nelle trattative per la liberazione di Farouk e a ciò che apprese in quel contesto, forse era venuto il momento di pensare a Matteo Boe, il quale, sepolto in galera a scontare la pena per tre sequestri di persona più la clamorosa evasione dall’Asinara, è comunque quello che continua a sapere tutto circa queste fosche vicende, in particolare circa il pagamento del riscatto, a quanto pare, con denaro dello Stato, e, facendosi riconoscere l’indubbia collaborazione (seppur anomala) sul caso Kassam, che importa significativi benefici quanto alla sua posizione, potrebbe presto tornare a piede libero o semilibero, avendo un’arma di pressione notevole per indirizzare le decisioni al riguardo degli organi di Polizia e della magistratura, o comunque per ottenere (o continuare a ottenere) benefici sotterranei per sé e la sua famiglia, cosa pienamente legittima e comprensibile che hanno fatto tanti altri, come molti latitanti con le famose “paghette” di Lombardini all’atto di costituirsi.
E qualcuno potrebbe aver pensato che Matteo Boe abbia tirato troppo la corda, mandando quindi un eloquente avvertimento.
Questa seconda ipotesi diviene inquietante, perché, come già in occasione del delitto Muntoni a Orgosolo, potrebbe suggerire che, in realtà, il mistero che circonda l’identità dei possibili killers sia tale, e talmente fitto, perché si tratta di killers in certo qual modo “autorizzati”, e se si ripensa a certi episodi che accaddero nella stessa Cagliari nei giorni tragici susseguitisi al suicidio di Luigi Lombardini e all’esame dei movimenti dei dirigenti delle forze dell’ordine, diverrebbe addirittura agghiacchiante, ma purtroppo non implausibile.
Un altro particolare: Matteo Boe, per il sequestro di Giulio De Angelis, l’ultimo per cui l’istruttoria fu fatta da Luigi Lombardini, fu compagno di misfatto, a quanto dicono le carte giudiziarie, di quel Mario Fortunato Piras che verrà tacciato post mortem dal giudice suicida di essere stato mediatore di Stato per la risoluzione del sequestro di Silvia Melis, e uno di coloro che, secondo le confidenze raccolte da Raoul Gelli e dal tenente colonnello Roberto Vernesoni, sarebbe stato tra i custodi di Silvia veniva da un paese vicinissimo a Lula, quasi una sua dependance anche dal punto di vista criminale, quindi forse un uomo di Boe; magari questi collegamenti hanno a che fare col delitto, considerato che Boe, in circostanze da chiarire, ha ottenuto in carcere la declassificazione, non è più sottoposto al regime di cui all’articolo 41-bis , con la sola cautela di tenerlo lontano dalla Sardegna, e che per chi voleva risolvere il sequestro Melis tenendone lontano Lombardini, Boe, che lo detestava, poteva essere l’uomo ideale?
Sono solo ipotesi, magari a ore, o domani, o chissà quando, scopriremo che si tratta veramente di una faida tra ragazzini, e Dio non voglia, perché per Lula sarebbe un colpo terribile.
Per ora, non possiamo che inchinarci alla memoria di una ragazzina che non aveva fatto niente di male, anzi, a quanto dicono, era una persona notevolmente positiva (quasi specularmente a Maria Concetta Riina, la figlia “uscita bene” del boss di Corleone) la cui morte è assurda e inaccettabile, e allo stesso Matteo Boe che, dando il consenso per l’espianto degli organi, ha dimostrato, nonostante il suo fosco passato e i continui ricorrenti interrogativi sul suo operato, di rispettare la vita molto di più di chi ha barbaramente portato via quella di sua figlia.
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