Il ministro della giustizia Roberto Castelli, al quale l’essere un ingegnere ha stavolta giovato ispirandogli precisione e rigore di argomenti, ha decisamente colto nel segno, traendo spunto dallo scontro istituzionale che lo ha contrapposto al Consiglio Superiore della Magistratura sulla nomina a procuratore di Bergamo dell'”incompatibile” dottor Galizzi, ed evidenziando che, dietro quella che si voleva dipingere come una contrapposizione di natura politica, si celava invece la doverosa opposizione dello stesso ministro al tentativo di nomina di quel magistrato nonostante la smaccata incompatibilità parentale col fratello, presidente di sezione presso il Tribunale di Bergamo; come è noto, Castelli ha puntualizzato che conta ben poco che dei due fratelli uno svolga funzioni civili e l’altro sia destinato a funzioni penali, poiché deve essere rispettata la lettera della legge, che fa riferimento, quanto all’incompatibilità a sedi e uffici giudiziari nel loro complesso, senza distinzioni, poiché le interferenze tra civile e penale sono, in realtà sistematiche.
Consensi sono giunti a Castelli, spiace constatarlo, solo da esponenti della Casa delle Libertà da Gaetano Pecorella e Luigi Bobbio, rispettivamente di Forza Italia e di AN e rispettivamente presidenti della commissione giustizia alla Camera e al Senato, e da Nicola Buccico, consigliere “laico” del Consiglio Superiore della Magistratura in quota AN, già destinato alla presidenza del parlamentino dei magistrati poi “bruciato” dall’inciucio trasversale tra i “togati”, compresi quelli di Magistratura Indipendente, e i laici del centrosinistra per eleggere Virginio Rognoni.
Sarebbe piaciuto, dato che si tratta di una rilevante questione di principio pur trascurata, che analogo consenso fosse giunto da qualche togato del C.S.M., da un qualsiasi magistrato in servizio, da un qualsiasi politico del centrosinistra: ma evidentemente costoro hanno la coda di paglia, e mirano solo a difendere un privilegio corporativo, quello per cui magistrati imparentati tra loro, o imparentati con avvocati di uno stesso foro, possono lavorare nella stessa sede giudiziaria, privilegio che non è in realtà tollerato dalla legge e che i magistrati si sono arrogati grazie alle interpretazioni estensive (la legge si “interpreta” con gli amici) del C.S.M.; e sarà un caso, ma pare che il primissimo precedente di questo genere abbia storicamente riguardato il leader della lobby politico-giudiziaria di sinistra Luciano Violante, la cui moglie era anch’essa magistrato, laddove si ammise che i due, provenienti dalla Puglia, potessero prestare servizio insieme a Torino, città dove poi Violante stabilirà il sodalizio di una vita con Giancarlo Caselli.
Visto che il “capo”, vale a dire Violante, per primo ha goduto di questo indebito privilegio, è naturale che tutti i suoi sodali, dal potente presidente di Corte d’Appello al giovane uditore giudiziario di provincia, mirino a conservarlo, come da ultimo poté fare Francesco Saverio Borrelli, reputato dal C.S.M. pienamente compatibile con la nuora, che faceva l’avvocato a Milano, laddove invece a Francesco Pintus, quando aspirava a diventare PG di Milano, fu contestata un’inesistente incompatibilità col figlio che faceva l’avvocato a Parma, addirittura in altro distretto giudiziario.
Il Consiglio Superiore della Magistratura, allo stato fino alla scorsa consiliatura (quella che ospitò nei banchi di Palazzo dei Marescialli uomini capaci di autentiche mirabilie come Armando Spataro, Claudio Viazzi, Agnello Rossi e Gianfranco Gilardi), sul problema delle incompatibilità ha razzolato stabilmente nella più smaccata illegalità e ciò si vide in special modo quando liquidò in men che non si dica, con le solite motivazioni formalistiche e compiacenti, il corposo e dettagliato esposto di Nicola Grauso sugli innumerevoli casi del circondario di Cagliari, laddove uno dei magistrati indicati da Grauso, e prima ancora da L’UNIONE SARDA (quella dello stesso Grauso e di Liori, naturalmente) come incompatibile col marito avvocato, la presidentessa del Tribunale dei Minorenni Grazia Corradini, ebbe la faccia tosta, in palese conflitto di interessi, di sottoscrivere insieme al dottor Enrico Dessì, capintesta dei magistrati comunisti, un esposto contro il quotidiano cagliaritano in relazione ai pretesi attacchi alla magistratura; e un giudice serio come il dottor Sergio Visconti, componente del C.S.M. eletto per Magistratura Indipendente (la corrente moderata di cui fece parte Luigi Lombardini), attratto dallo specchietto delle allodole dell’appartenenza della Corradini, in realtà una comunista, alla sua stessa corrente, caldeggiò l’adozione di un’improvvida delibera di solidarietà agli incompatibili colleghi cagliaritani.
Siamo ora giunti al momento della verità e presso il C.S.M., che a detta dello stesso ministro Castelli è attualmente composto da persone più serie rispetto ad appena sei mesi fa, dovranno dirci chiaramente se vogliono continuare a praticare una smaccata e compiacente disapplicazione degli articoli 18 e 19 dell’ordinamento giudiziario, incorrendo sistematicamente nel reato di abuso in atti di ufficio, ovvero se vogliono decidersi ad applicare rigorosamente la legge; dovranno dircelo soprattutto in relazione alla insostenibile posizione dei magistrati cagliaritani, che sanno bene di versare in una situazione di smaccata illegalità che solo una gigantesca coda di paglia può indurli a non rilevare spontaneamente.
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