10 03 2004 - IMPUNITA’ E MISTERI SARDO-LIBICI

La legge è uguale per tutti, recitano le lapidi collocate nelle aule dei tribunali, e non è vero, perché abbiamo ben visto come ad alcuni cittadini casualmente aventi la qualità di magistrati i loro colleghi di Palermo, fortunatamente divenuti non più competenti a giudicare degli affaracci di casa nostra, concedono la più smaccata impunità, nel senso di evitare loro ogni verifica dibattimentale nonostante di dubbi da dissipare, in ordine a certe loro condotte, ve ne fossero a tonnellate, mentre ad altri cittadini casualmente aventi il difetto di essersi sempre opposti alla protervia di certa magistratura militante (naturalmente a sinistra) e ipercorporativa, si nega perfino il diritto di ottenere giustizia, ritenendo a sproposito configurabili nei loro confronti, per il solo fatto di essersi difesi esponendo, magari in modo anche energico, i loro dubbi e le loro critiche, che essi siano imputabili di calunnia e diffamazione.
La giustizia è amministrata in nome del popolo, recita la Costituzione e un’altra lapide recentemente fatta aggiungere alla prima dal ministro Castelli, e anche questo non è vero, perché il popolo non ha affatto il diritto di rimuovere o sanzionare energicamente quei magistrati che delinquono o sbagliano in modo imperdonabile, tutto è affidato a un organo, il Consiglio Superiore della Magistratura, in cui i magistrati fanno maggioranza e respingono ogni tentativo di moralizzazione, salvo stangare i dissidenti come Francesco Pintus e Agostino Cordova.

Questo cocktail esplosivo, di lapidi violate che sarebbe il caso di rimuovere dalle aule dei tribunali, dato che, visto il raffronto con la realtà, recitano solo cazzate, fa si che a Cagliari viviamo, ormai da quasi sei anni se non di più, in una intollerabile condizione di sospensione dello stato di diritto, laddove poiché cane non mangia cane, poiché per i PM di Palermo i colleghi di Cagliari, per quante ne combinino, sono sempre buoni e giusti e chi li accusa è per forza in malafede, poiché il Consiglio Superiore della Magistratura non si degna in alcun modo di intervenire nonostante la materia non manchi, questi signori hanno fatto di tutto di più, possono concedersi di tutto, a parte la consueta consumazione di vendette contro colleghi e avvocati scomodi che non è affatto cessata – semplicemente non se ne parla più perché certa stampa censura tutto ciò che non aggrada al manovratore – addirittura di rimodellare l’intero assetto della sezione civile del tribunale di Cagliari, cagionando una deleteria sospensione delle udienze civili per quattro mesi, a quanto pare al preminente scopo di salvare numerosi giudici in posizione di incompatibilità con congiunti PM ed avvocati dall’altrimenti inevitabile trasferimento d’ufficio, dato che a partire da aprile il CSM partirà col monitoraggio delle incompatibilità.
In altri uffici giudiziari non è certo andata così, vedasi il procuratore di Parma, Panebianco, che in piena inchiesta Parmalat ha lasciato anzitempo la magistratura perché indagato per corruzione in atti giudiziari, o quello di Perugia, Nicola Miriano, bersagliato da Castelli con una dura azione disciplinare per cose infinitamente meno gravi di quelle che succedono a Cagliari, ma il problema è che i nostri non sono semplici uffici giudiziari di provincia, bensì sono uffici giudiziari dove, morto un magistrato, Luigi Lombardini, che di segreti ne conosceva tali e tanti da far tremare la Sardegna e non solo, rimangono altri magistrati molto più piccoli e molto meno capaci che custodiscono comunque qualche segretuccio.
Si potrebbe pensare ai vecchi fatti del sequestro Kassam, laddove a Mesina ne hanno fatte di ogni colore ma si evitò accuratamente di denunciarlo per calunnia quando questi accusò il PM Mauro Mura di aver fatto pagare il riscatto coi soldi dello Stato, ma soprattutto ai fatti del sequestro Melis, laddove, anche alla luce delle intercettazioni da ultimo divulgate dall’avvocato Gianfranco Siuni, appare definitivamente accertato che Silvia Melis non si liberò da sola, che fu rilasciata dai banditi e, aggiungiamo, che quella della tenda di Locoe fu tutta una messa in scena allestita dalla Polizia per mascherare inconfessabili verità.
Ma quali inconfessabili verità?
Certamente, tutto questo ambaradan non fu allestito solo per mascherare l’avvenuto pagamento di un riscatto privato da parte del padre della vittima, Tito Melis, o di persone a lui vicine, con una verità fittizia per cui Silvia era scappata senza il pagamento di alcun riscatto: non si mette in scena una simile operetta in casi simili, al limite si sarebbe constatato l’ennesimo fallimento della legge sul blocco dei beni, disumana e comunque aggirabile, sarebbero esplose le consuete polemiche e così via secondo italico copione.
Secondo logica, la cosa da nascondere non poteva che essere un diretto intervento dello Stato, evidentemente intromessosi nelle trattative in una fase in cui Tito Melis – forse anche pungolato da Lombardini – minacciava di divulgare, forse stavolta con dati di fatto alla mano, gli sporchi segreti del caso Kassam, che hanno in realtà ben maggiore rilievo della semplice rivelazione di un pagamento di riscatto con denaro pubblico che anche i sassi sanno essere avvenuto, atteso che nella persona del protagonista di quel crimine, Matteo Boe, si concentravano non solo attenzioni di comune lotta al crimine, ma anche attenzioni di natura politica e di sicurezza, atteso che si trattava di un personaggio legatissimo ai pericolosi indipendentisti corsi, storicamente legati al banditismo sardo e non a caso “giustizieri” di due “pentiti” che collaborarono con Luigi Lombardini, costituenti una pedina fondamentale nell’intenso traffico d’armi che fu in corso per buona parte degli anni Novanta, e non si sa se sia oggi cessato, che vedeva la Sardegna come base per una comoda navigazione sottocosta di navi che portavano armi da guerra e forse anche uranio in Algeria e in Libia.
Fu per questo che la risoluzione del sequestro Kassam, anche per l’influenza di Fateh Kassam a Parigi, fu in realtà indotta da un’azione congiunta della CIA e dello SDECE, il servizio segreto francese, con la quale si mirava essenzialmente a privare gli indipendentisti corsi di un prezioso alleato in Sardegna, Matteo Boe appunto, che fu indotto a recarsi in Corsica, e che qui, stranamente, in pratica si consegnò volontariamente, forse perché sapeva che c’era chi poteva e voleva fargli la pelle.
Tutte problematiche da non approfondire troppo, quindi, dato che disvelare le faccende relative al traffico d’armi avrebbe importato la rovina di personaggi e imprese assai potenti, che forse hanno sulla coscienza anche la morte degli elicotteristi della Guardia di Finanza Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda, piloti del Volpe 132 rovinato nel marzo 1994 mentre era in volo tra Capo Carbonara e Feraxi, pare intento a seguire dal cielo una misteriosa nave che portava armi in Libia.
Non è certo casuale, quindi, che, a quanto si sa, dal caso Melis il SISDE, folto di personaggi vicini a Luigi Lombardini, venne tenuto del tutto fuori, pur svolgendo talune indagini in proprio, mentre se ne occupò pesantemente, in sinergia solo con alcune componenti della Polizia, il SISMI, il servizio segreto militare, laddove era necessario chiudere il becco a Tito Melis, il che si poteva fare solo agevolando la liberazione di Silvia ma al contempo imponendo all’ingegnere e alla figlia un patto per cui si facesse la simulazione che poi si fece, ma al contempo era necessario chiudere il becco anche a chi, presumibilmente, poteva fornire certe informazioni a Tito Melis, vale a dire Luigi Lombardini, un tempo legatissimo a certi settori della NATO; ed è singolare che poi, l’11 agosto 1998, Caselli e soci siano piombati a Cagliari, per interrogare Lombardini, con mezzi e uomini del SISMI (presenti massicciamente anche in città), così come è ancora da chiarire se nello stesso gruppo dei personaggi di scorta ai magistrati vi fossero infiltrati del SISMI e quale ruolo questi abbiano avuto nel “suicidio” di Lombardini.
La pervicacia con cui ci si oppone all’accertamento della verità fa sentire l’acre odore di segreti di Stato, e la lentezza estrema con cui procede il dibattimento di Palermo a carico di Grauso rafforza l’impressione, e viene spontaneo domandarsi: se sotto la vicenda Melis vi sono torbidi segreti di Stato, inerenti le vicende del pagamento del riscatto e della risoluzione del sequestro, ma più ancora il rischio che venisse a galla tutto ciò che, in punto di traffici d’armi e di altri segreti militari, un Lombardini “scaricato” dalle alte sfere e non più controllabile certamente sapeva, è plausibile che i magistrati di Cagliari che si sono occupati della vicenda non ne sapessero proprio niente?
Sergio Turone, un arguto giornalista di area radical-socialista recentemente scomparsa, evidenziava, illustrando la storia della loggia P2, che nell’ambito dei poteri occulti le alleanze più solide si basano sulla reciproca ricattabilità, questo forse ci spiegherebbe certe stranezze in salsa sarda, ma le spiegazioni che vorremmo avere sarebbero molte altre, come ad esempio sull’inquietante intreccio libico che ha messo i tentacoli su Cagliari; per quanto ci riguarda, rimpiangiamo che a suo tempo Ronald Reagan non abbia davvero scaraventato qualche tonnellata di bombe ad alto potenziale addosso a Gheddafi, e che oggi che costui finge di fare “il bravo” (e intanto gli ispettori dell’ONU trovano ancora uranio) non sia possibile a George Walker Bush ripetere le recenti gesta irachene un pò a sud della Sicilia.