04 02 2003 - IL SUICIDIO LOMBARDINI: E SE C’ENTRASSE LA MAFIA?

Da quasi cinque anni continuiamo a interrogarci, arrovellandoci il cervello sulle possibili risposte, sul perché è stato consentito, o voluto, che Luigi Lombardini fosse sottoposto a un’infamante indagine, mediatica prima ancora che giudiziaria (come ben sanno i pennivendoli de LA NUOVA SARDEGNA coi loro sproloqui denigratori), per il reato di estorsione, lui che l’estorsione sotto forma di sequestro di persona la combatté per tutta la vita, perché si è prestato credito senza battere ciglio alle stravaganti accuse, destituite di ogni credibilità, di un bel tipo come Tito Melis che pare pensasse al budget anche quando il rischio che gli uccidessero la figlia era quanto mai attuale.
Sapevamo dei sospetti che Lombardini, ancora in vita, aveva esposto a coloro, magistrati e non, che gli erano più vicini: alcuni alti esponenti della magistratura cagliaritana avrebbero, con metodi piuttosto “informali” (per adoperare un eufemismo), contattato Tito Melis quando già da tempo la sola Procura di Palermo era competente ad indagare sulle vicende riguardanti Lombardini, e l’avrebbero convinto, o indotto, o costretto (gli aggettivi saranno molto importanti quando si indagherà su costoro, probabilmente per concussione) a rendere le note dichiarazioni a carico del magistrato suicida; dopodiché Tito Melis si precipitò a Palermo a ritrattare le dichiarazioni rese prima, in cui di fatti estorsivi non vi era cenno, e Caselli prese il tutto come oro colato.

Quello che non tornava però era il ruolo di questi magistrati cagliaritani, dato che non potevano certo pensare, quand’anche avessero avuto qualcosa da nascondere e avessero dovuto paventare quanto Lombardini sapeva, di metterlo a tacere con quella accusa infamante, dato che Lombardini non aveva paura di nessuno, e non si sarebbe lasciato certo intimorire.
Ora, le tessere paiono tornare al loro posto, poiché parrebbe che risalgano a prima della formalizzazione delle accuse di estorsione, che data a luglio 1998, le frenetiche attività di Lombardini che, forse lasciatosi convincere da qualche suo amico nel SISDE, stava mettendo insieme un dossier relativo alla vicenda della nomina di Giancarlo Caselli a procuratore di Palermo, laddove il piemontese superò vari magistrati più anziani e specificamente competenti di lui tra cui proprio Lombardini, inteso a dimostrare che quella nomina fu propiziata dalle fortissime pressioni politiche di Luciano Violante che, per mezzo del suo amico di sempre Caselli, intese tramutare la Procura di Palermo in una potente macchina da guerra per intraprendere quel “processo alla DC” che sfocerà nel processo ad Andreotti, utilizzando come premessa un documento della commissione parlamentare antimafia, che allora Violante presiedeva, su cui strappò la firma di molti beoti DC di sinistra su affermazioni collimanti in pratica con quella che sarà poi l’impostazione accusatoria contro Andreotti.
Le rivelazioni del “pentito” Pino Lipari, che la procura di Palermo maneggia con le pinze, e in mezzo a continui conflitti tra il procuratore Piero Grasso e i suoi sostituti, per la dirompenza e l’inconsuetudine del suo contributo, stanno ora lasciando emergere una tragica realtà, ossia quella dell’esistenza di un complotto di origine mafiosa, pilotato da Bernardo Provenzano (di cui l’altro “pentito” Giuffré si spaccia per il braccio destro mentre al massimo ne era il capraro), in danno di Andreotti.
Orbene, è sorprendente non la sinergia, è ancora presto per parlare di ciò, ma quanto meno la coincidenza tra la strategia perseguita da “Binnu ‘U Tratturi” subito dopo l’arresto di Totò Riina e quella perseguita, tralasciando ad esempio il filone mafia-appalti (che avrebbe fatto emergere molte cose interessanti anche sulle Cooperative rosse e su alcuni magistrati palermitani non proprio puliti) e buttandosi a corpo morto sul filone mafia-politica, dal duo Caselli-Violante, il braccio e la mente, mentre un altro magistrato che ne sa una più del diavolo, Guido Lo Forte, andreottiano fino al midollo di ieri, si convertì rapidamente al “nuovo corso”, guarda caso quando Angelo Siino stava dicendo cose strane su di lui, sull’ex procuratore capo Giammanco e sul procuratore aggiunto Pignatone circa l’arrivo di un dossier mafia-appalti in possesso della Procura di Palermo, in tempo reale, sul tavolo di Riina e Provenzano.
C’è qualcosa di torbido sotto tutto questo, qualcosa di torbido di cui ci è stata finora raccontata la parte più evidente, ossia la cordata tra Caselli e Violante per la nomina del primo, a tutti i costi, a procuratore di Palermo, come rivelano le conferme degli ex ministri Martelli e Scotti sulle pressioni di Violante a favore di Caselli; ma sulla parte sotterranea, ossia di un possibile do ut des tra Cosa Nostra e settori della magistratura per cui da un lato si consegnavano Andreotti e altri politici sgraditi (in prospettiva futura, con l’antipasto Dell’Utri, anche Silvio Berlusconi) su un piatto d’argento, dall’altro lato si prometteva di chiudere un occhio, o anche tutti e due, sul filone degli appalti, insieme alla droga l’unico davvero profittevole per la mafia e quello di maggiore interesse per Provenzano, resta ancora tutto da scoprire.
Dicono che ora la procura di Palermo voglia vederci chiaro, e forse è incoraggiante il fatto che il procuratore capo, pur con tutti i suoi limiti, sia oggi Piero Grasso, che non era a Palermo nell’epoca caselliana, e che quando abbandonò il capoluogo siciliano per la Direzione Nazionale Antimafia, ove era il sostituto di maggior peso di Pier Luigi Vigna, era reduce da una posizione di vicinanza a ben altre tempre di magistrati come Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sia pure dalla posizione di giudice a latere del maxiprocesso. Ma vorremmo anche sapere se tra questa torbida vicenda e la tragica sorte di Luigi Lombardini vi sia un qualche legame, come ci incuriosirebbe sapere perché a Cagliari, nonostante sia di solare evidenza che Cosa Nostra, la camorra, la ‘ndrangheta investano fiumi di denaro sporco, il settore delle misure di prevenzione sia praticamente fermo.