Il sequestro di Vanna Licheri, anziana possidente di Abbasanta, nell’alto Oristanese, è quello che ha avuto la conclusione maggiormente drammatica tra i sequestri consumati negli ultimi dieci anni, poiché, a differenza che per altri casi, qui c’è quasi la certezza che la rapita sia stata soppressa dai suoi sequestratori, verosimilmente a colpi di mitra; e purtroppo, come vedremo, alle causali della fine dell’imprenditrice non paiono essere estranee autentiche cretinaggini investigative e operative degli inquirenti, seguite poi da arresti e condanne di ben dubbio fondamento.
Vanna Licheri fu prelevata agli inizi del ’95 dall’azienda agricola che possedeva, col marito Gino Leone, nelle campagne di Abbasanta; pare questo, fin dall’inizio, un sequestro anomalo, o quanto meno mal mirato, poiché la famiglia Leone-Licheri non ha notevoli disponibilità economiche, e in particolare ha contratto un consistente debito [circa 400.000 euro attuali] per la ristrutturazione della propria proprietà agricola.
Al contempo, sono in atto i sequestri di Giuseppe Vinci e di Ferruccio Checchi, e gli inquirenti – soprattutto il sostituto della DDA cagliaritana Mauro Mura – si creano il convincimento che tutti i tre sequestri siano gestiti da una <<banda modulare>> con un nucleo centrale unico e vari altri componenti intercambiabili, in particolare nei ruoli di custodi.
Il sostituto della DDA incaricato delle indagini sul sequestro Licheri, Mario Marchetti, pur al corrente di queste acquisizioni di indagine, segue una linea di condotta del tutto autonoma, tesa ad ottenere la liberazione dell’ostaggio, e – secondo quanto asserito in un’interrogazione parlamentare dei deputati comunisti Giuliano Pisapia e Oliviero Diliberto, e riscontrato dal “memoriale segreto” di Luigi Lombardini (per leggerlo clicca QUI), pur senza la prevista autorizzazione del GIP, apparve gestire una sorta di “pagamento controllato” impartendo istruzioni alla famiglia Licheri ai fini del pagamento del riscatto, trascurando invece gli elementi di utilità alle indagini che potevano pervenire da un contatto di un ufficiale dei Carabinieri di Alghero, Giovanni Gaddone, trentenne allevatore di Loculi.
Subito dopo la liberazione di Giuseppe Vinci e il precedente pagamento del riscatto, autorizzato dal GIP, Mauro Mura chiederà e otterrà l’arresto di quattro persone ritenute responsabili del rapimento dell’imprenditore di Macomer [Nicolò Cossu noto <<Cioccolato>>, Nicolò Liberato Succu, Antonio Crissantu, Nicola Dettori] in realtà, probabilmente, qualificabili meramente quali emissari e anzi, secondo le confidenze di una fonte del SISDE, addirittura emissari autorizzati dalla Procura della Repubblica, laddove costoro poterono essere tratti in arresto perché non vi erano testimoni di detta autorizzazione, mentre nel caso di altro emissario, Raoul Gelli (ex confidente di Luigi Lombardini) all’autorizzazione data dal PM Mura era presente un alto ufficiale dei Carabinieri, pronto a smentire il PM in caso di diniego dell’avvenuto rilascio dell’autorizzazione medesima. Ad ogni modo, l’accaduto determinerà la diffidenza e il livore dei custodi di Vanna Licheri, appartenenti al contempo alle bande dei sequestri Vinci e Checchi, i quali, subodorando un tradimento, decideranno di sopprimere l’ostaggio, ormai diventato <<scottante>>.
A pagare lo scotto di questo imbelle disastro, investigativo ed umano, fu principalmente Mario Marchetti, che subì un’inchiesta giudiziaria presso la Procura di Palermo per pretesa violazione della legge 82/91 sul “blocco dei beni” e, soprattutto, fu “stranamente” estromesso dalle indagini, venendo a lui sostituito Mauro Mura, il quale, seguendo un copione diffuso del far di tutta l’erba un fascio, pensò bene di chiedere, ottenendolo, l’arresto non di banditi comprovati, ma dell’unica persona di cui in un modo o nell’altro era provato un qualche rapporto col sequestro, l’emissario: Giovanni Gaddone appunto.
Gaddone, nel 1998, fu condannato dalla Corte d’Assise di Cagliari, presieduta dal giudice comunista Francesco Sette, incallito colpevolista e legato da passati trascorsi politici e odierna comune militanza in Magistratura Democratica a Mauro Mura, a trent’anni di reclusione e, immediatamente dopo l’emissione del dispositivo di sentenza e ben prima della redazione delle motivazioni – comunque assolutamente inconsistenti – fu presentata da Oliviero Diliberto e Giuliano Pisapia la citata interrogazione parlamentare, da cui si evidenziava in particolare come Gaddone altro non fosse se non un “contatto” dei Carabinieri, venendo a galla come dietro la manovra per arrestarlo e condannarlo come “bandito” vi fosse una strategia investigativa e operativa interamente manovrata dalla Polizia, in particolare dalla Criminalpol di Antonello Pagliei, alla quale il PM Mauro Mura, non certo un abile investigatore né una persona trasparente, si adeguò supinamente.
Dopo l’interrogazione, quasi a orologeria, quasi a voler ridare consistenza ad una inchiesta che non ne aveva alcuna, Mauro Mura incriminò per il sequestro Licheri Pietro Paolo Melis, trentenne allevatore di Mamoiada, la cui principale colpa era di avere intrattenuto contatti con Giovanni Gaddone nel periodo del sequestro, e nei suoi confronti si pervenne all’incriminazione su presupposti ancor più dubbi, poiché, a parte l’utilizzazione di intercettazioni di conversazioni con Gaddone dal contenuto assai ambiguo [come ad esempio in una frase dove probabilmente si parlava dei <<botti>> dei fuochi d’artificio di una festa paesana, segnatamente la ben nota festa mamoiadina dei Santi Cosma e Damiano, che fu interpretata dall’accusa e dalla Corte d’Assise come una frase in cui si parlava dei <<botti>> del mitra con cui fu uccisa Vanna Licheri], si registrarono incredibili stranezze, come quella emersa in occasione della deposizione in Corte d’Assise dell’incredibile ed inimitabile capo della Criminalpol Antonello Pagliei, il quale, in relazione a un verbale di appostamento che attestava la presenza di Giovanni Gaddone in un bar di Nuoro per circa cinque minuti, si recò in udienza ad attestare che in quell’occasione, nel bar, vi era anche Pietro Paolo Melis, giustificando assurdamente l’assenza di tale annotazione a verbale dicendo che i suoi uomini <<si erano dimenticati>> di effettuarla.
Le claudicanti accuse nei confronti di Gaddone e Melis furono supinamente recepite dalle due diverse Corti d’Assise, una presieduta da Francesco Sette e l’altra da Alessandro Lener, anche lui di Magistratura Democratica come Sette e Mura e molto sensibile alle argomentazioni del procuratore capo Carlo Piana, e successivamente dalla Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Paolo Massidda, un giudice colpevolista a oltranza (noto come “Su Killer” negli ambienti penitenziari), e con a latere Fiorella Pilato, la pasionaria di Magistratura Democratica, non potendosi escludere che tra i giudici impegnati in questi separati, ma collegati processi non sia intervenuta qualche anomala forma di <<consultazione>> (in un caso sicuramente ciò avvenne, e fu inteso a concordare l’interpretazione da darsi alle intercettazioni).
Luigi Lombardini era convintissimo dell’innocenza dei due imputati, ora condannati definitivamente, ambedue, a trent’anni di carcere, e non aveva mancato di inoltrare avvertimenti, anche ruvidi, a personaggi che sapevano e potevano provare la verità a dire tutto ciò che sapevano, il che, purtroppo, non avvenne e non è tuttora avvenuto.
| Pagina salvata in remoto su web.archive.org |