Silvia Melis, giovane consulente del lavoro di Tortolì, figlia dell’ingegnere Tito Melis, è stata sequestrata la sera del 20 febbraio 1997 mentre a bordo della sua Renault Twingo, aveva fatto improvviso ritorno a casa per portarvi il figlio di quattro anni, Luca, in attesa della baby sitter, intendendo trascorrere la serata a cena con amici.
In quell’occasione, fu sorpresa dai banditi, mascherati, che le fracassarono il cellulare, lasciarono a bordo dell’auto il figlio e la prelevarono a bordo di un’Alfa 164.
Il primo a scoprire il sequestro fu Vincenzo Ammendola, assicuratore e amico da anni di Silvia Melis – secondo alcune voci, anche amante – il quale, secondo quanto raccontato alla Guardia di Finanza, notata l’auto di Silvia per strada con Luca a bordo, avrebbe scavalcato il cancello della villetta di Silvia per meglio verificare la situazione.
Le prime indagini della Guardia di Finanza – a quanto pare, presto estromessa dalle indagini sul sequestro per lo sgradimento degli inquirenti – rilevarono una stranezza: solamente chi era informato dei movimenti della Melis in tempo reale, come ad esempio un suo amico, poteva prevedere che, a quell’ora, la stessa si sarebbe recata a casa.
Del resto, le indagini su questo punto sono apertissime, e che chi ha <<venduto>> Silvia Melis ai banditi sia stato uno <<sciacallo>> interno al suo giro di amicizie e di conoscenze rappresenta un’ipotesi più che seria.
Le prime ricerche di Silvia, condotte a tutto spiano sia sui non lontani monti del Gennargentu, sia nel resto del territorio ogliastrino, non diedero alcun frutto; a quanto pare, tuttavia, sin dai primi momenti Luigi Lombardini, si ignora se a titolo di curiosità personale o perché intendesse intromettersi nelle indagini, chiedeva informazioni sul luogo ove potesse trovarsi Silvia, e aveva ricevuto informazioni secondo cui doveva cercarsi nella zona di Tertenia [la stessa Silvia Melis dirà di aver notato mentre veniva trasportata in auto, attraverso una fessura della benda, il bivio di Tertenia].
Per lunghi mesi, le trattative tra i banditi e Tito Melis andarono avanti nel più stretto riserbo, tanto che esternamente non trapelava nessuna notizia. Il conseguente stato d’ansia per la sorte di una giovane madre diede adito al formarsi di un movimento di solidarietà e di protesta contro i sequestri senza precedenti in Sardegna.
Tuttavia, nel mese di settembre, Tito Melis ruppe improvvisamente il silenzio e, in un’intervista rilasciata al settimanale <<Visto>>, rivelò che nel mese di luglio Silvia doveva essere liberata tramite il pagamento del riscatto, ma che il decisivo incontro tra i suoi emissari e quelli dei banditi, stabilito nelle campagne tra Tortolì e Arzana, dovette sfumare poiché la zona pullulava di agenti della Criminalpol, che evidentemente avevano intercettato le comunicazioni e intendevano impedire il pagamento del riscatto. L’ingegnere lamentò di avvertire che Silvia fosse un ostaggio di Serie B, e minacciò velatamente, qualora Silvia non fosse tornata viva, di divulgare particolari sul sequestro di Farouk Kassam e, in particolare, sul ben noto fatto del pagamento del riscatto con denaro dello Stato.
La Criminalpol negò recisamente, e il suo dirigente Antonello Pagliei ammise unicamente la presenza di agenti sul posto per operazioni di routine; ma Luigi Lombardini, in uno dei suoi memoriali, conferma che la Criminalpol si trovava sul posto per impedire il pagamento del riscatto su ordine di Mauro Mura e con l’approvazione di Carlo Piana – da poco procuratore capo – e aggiunge che all’ingegnere Melis fu nell’occasione sequestrata la somma di lire 1.400.000.000.
Tito Melis pare deciso, costi quel che costi, a violare il blocco dei beni per liberare Silvia – in un’intervista rilasciata all’UNIONE SARDA il 10 settembre, dichiarerà eloquentemente di avere i soldi del riscatto, enumerando pure con completezza i cespiti immobiliari che aveva adoperato – e altresì si apprende un’altra notizia sconcertante.
Alessandro Piras, giovane poliziotto del Commissariato di Tortolì non adibito alla sezione investigativa, ricevuta nel mese di luglio da un suo confidente la <<soffiata>> secondo cui Silvia Melis era stata vista in catene, con due banditi, attraversare le montagne in direzione di Tertenia, ne riferì al suo superiore, il commissario Giampaolo Palmieri – a suo tempo coinvolto nelle indagini per il sequestro di Farouk Kassam – il quale chiese a Piras di rivelare il nome del confidente, ricevendone un rifiuto.
Piras fu incriminato per rifiuto di atti d’ufficio e successivamente, con modalità alquanto inurbane, fu trascinato davanti al capo della Criminalpol, Antonello Pagliei, che pure insisteva nell’apprendere il nome del confidente. Alessandro Piras rifiutò sempre di rivelare chi gli avesse fatto la <<soffiata>>, in applicazione del principio per cui gli agenti di P.G. non sono tenuti a rivelare i nomi delle fonti confidenziali, e fu poi assolto da ogni accusa penale dal GUP di Lanusei.
Insomma, la Polizia, piuttosto di sfruttare tempestivamente un’informazione utile per rintracciare la <<prigione>> di Silvia Melis, si preoccupa, non si sa a che fine, di apprendere il nome di un informatore.
Tra settembre e novembre avviene tutto un lavorio di trattative, nel quale si inserisce anche Luigi Lombardini [se ne tratterà più ampiamente nell’apposita scheda sul CASO LOMBARDINI] e che finalmente condurrà, l’11 novembre, alla liberazione di Silvia Melis, la quale verrà trovata di sera da una pattuglia della Polizia a ridosso della strada provinciale Nuoro – Orgosolo, in località <<Locoe>>.
Sul perché e sulle modalità della liberazione, diviene subito giallo.
Silvia Melis, a caldo, affermerà di essersi liberata da sola dalla tenda-prigione ove era custodita approfittando di un istante di assenza del suo custode, riuscendo ad allentare la catena che le bloccava la mano e correndo verso la vicina strada provinciale; questa sarà la versione adottata anche dagli inquirenti, che parleranno in modo altisonante di <<Vittoria dello Stato>> per una liberazione avvenuta, ufficialmente, senza il pagamento di alcun riscatto.
Giorni dopo, l’editore Nichi Grauso stupirà la Nazione, affermando, in un’intervista rilasciata al <<Corriere della Sera>>, di aver pagato il riscatto per la liberazione di Silvia Melis, e precisamente, di aver ricevuto dall’avvocato Antonio Piras la somma di un miliardo di lire, data al legale da Tito Melis a titolo di riscatto, di aver aggiunto di propria tasca quattrocento milioni di lire e di essersi quindi recato. il 4 novembre a Esterzili dove, a un segnale convenuto, aveva incontrato due banditi incappucciati cui la somma è stata consegnata.
Sia Silvia Melis che Tito Melis, dopo le dichiarazioni di Grauso, paiono allinearsi a questa versione dei fatti, e gira anzi voce presso la stampa di un ulteriore miliardo che sarebbe stato versato, si ignora da chi – forse dallo Stato – per la liberazione di Silvia.
Effettivamente, sulla base di fondate confidenze raccolte in ambienti orgolesi, la storia di Silvia Melis che si libera da sola pare essere una messinscena e una pagliacciata, verosimilmente imposta a Silvia e al padre, forse in cambio del pagamento di una parte del riscatto, per non far trapelare alcunché sulla realtà di uno Stato che, ancora una volta, risolve i sequestri di persona pagando di tasca i riscatti, meglio ancora per far apparire lo Stato trionfante dando a bere che si sia riusciti a liberare un ostaggio senza alcun pagamento.
Pare, invece, che Silvia sia stata liberata qualche giorno prima – verosimilmente il 7 novembre – che nel frattempo sia stata ospitata a Nuoro presso la Questura o presso l’abitazione di qualche poliziotto e che un anomalo movimento di poliziotti nella valle di <<Locoe>>, giunti a Orgosolo da fuori fin dal 9 novembre, si sia fatto registrare già all’alba dell’11 novembre e sia stato finalizzato, secondo quanto ha riferito qualche osservatore oculare, a montare di sana pianta la tenda fatta poi passare per la tenda-prigione di Silvia. Quindi Silvia Melis, la sera dell’11 novembre, avrebbe semplicemente posto in essere una messinscena idonea a rendere credibile la versione dei fatti che si intendeva accreditare [Silvia si è liberata da sola – Non è stato pagato alcun riscatto].
Secondo quanto asserito da Luigi Lombardini in un suo memoriale postumo, pubblicato il 12 agosto 1998 sul GIORNALE, un ruolo di mediazione per conto dello Stato sarebbe infatti stato svolto, tra l’altro, da un bandito arzanese, Mario Fortunato Piras, condannato per il sequestro di Giulio De Angelis, il cui compito sarebbe consistito nel ricevere informazioni e dare istruzioni attraverso i colloqui coi propri congiunti nel carcere cagliaritano di Buoncammino, ov’era ed è detenuto.
Al riguardo, quel che è sicuro è che dagli accertamenti svolti sul punto dal magistrato di sorveglianza Alberto Rilla e dal procuratore generale Francesco Pintus, Mario Fortunato Piras è stato trasferito a Cagliari, dalla Campania, esattamente un mese prima della liberazione di Silvia Melis, e che vi sono strane coincidenze tra talune assenze, o talune presenze, ai colloqui dei due figli del detenuto – Pier Giuseppe ed Enrico – e talune date cruciali per la risoluzione del sequestro. Ciò può conciliarsi bene con quanto sostenuto da Nichi Grauso circa l’avvenuto pagamento del riscatto a Esterzili, dato che i congiunti di Piras risiedono a Dolianova, e che da detta località, attraverso strade non molto trafficate, si può giungere agevolmente inosservati, specie di notte, ad Esterzili.
Da aggiungere che Mario Fortunato Piras e il figlio Pier Giuseppe, recentemente, sono stati fatti oggetto di un procedimento di prevenzione promosso dal PM Mauro Mura su iniziativa della sezione anticrimine della Questura di Cagliari [Dr.ssa Maria Rosaria Maiorino] e che il possesso ingiustificato di beni da parte della famiglia Piras [4.500.000.000 lire quelli rilevati, molti altri intestati a terzi] ben potrebbe ricollegarsi alla percezione sottobanco di denaro statale.
A tutt’oggi, le indagini sul rapimento Melis hanno portato solamente alla cattura di quattro orgolesi [tra cui un’anziana signora, Grazia Marine, residente a Nuoro] ritenuti i <<carcerieri>> di Silvia, il tutto sulla base soprattutto dei racconti-fiume fatti dalla Melis agli inquirenti e recentemente confermati davanti al Tribunale di Lanusei, non privi di cambiamenti di versione e lacune logiche; tuttavia, più d’uno è pronto a giurare che agli arrestati non sia addebitabile alcun illecito se non la colpa di trovarsi in novembre nella zona di <<Locoe>> impegnati in attività poco pulite – come l’abigeato – ma non certo assimilabili al sequestro di persona, e di essere finiti tra le mani di inquirenti [che potrebbero avere adeguatamente <<istruito>> Silvia Melis] determinati a trovare dei <<capri espiatori>> per giustificare delle indagini inconcludenti e dai costi spropositati [4 miliardi di lire solo in intercettazioni telefoniche].
In effetti, nonostante le tesi dell’accusa siano state in gran parte accolte dal Tribunale di Lanusei (che ha condannato Grazia Marine, il figlio Antonio Maria Marini e Agostino Rubanu, ma clamorosamente assolto Andrea Nieddu), nulla si sa ancor oggi sui componenti del gruppo di prelievo, verosimilmente di Talana, e sugli altri correi tipicamente necessari alla commissione del reato di sequestro di persona, e vi è il forte dubbio che ormai si possa dire che costoro l’hanno fatta franca. L’accanimento inquisitorio si è concentrato soprattutto su chi ha fatto di tutto per liberare Silvia Melis, su Lombardini, su Grauso ed altri, e poco potranno i poetici ricordi di Silvia sui luoghi ove è stata tenuta prigioniera quanto a consentire la cattura dei banditi.
I dubbi e le perplessità sopra evidenziati, lungi dall’essere strumentali attacchi alla grande Procura distrettuale di Cagliari, hanno finalmente (esiste un giudice a Berlino) fatto breccia nella Corte d’Appello di Cagliari presieduta dal dottor Paolo Zagardo, un giudice di cui dobbiamo andare orgogliosi, che il 20 dicembre 2002, quando nessuno, neppure i difensori nelle loro più rosee previsioni, se lo aspettava, ha clamorosamente assolto, insieme al giudice relatore Antonio Onni e alla giudice a latere Tiziana Marogna, Grazia Marine, Antonio Maria Marini e Pasqualino Rubanu.
Ovviamente il caso è ancora aperto, dato che la Cassazione ha ordinato un nuovo processo a Sassari (a quanto pare per la rivalutazione di una limitata porzione delle dichiarazioni di Anna Maria Rubatta), ma questa sentenza ha restituito un bel po’ di credibilità alla giustizia cagliaritana e, di contro, ne ha tolto un bel po’ a Silvia Melis, le cui deposizioni costituivano il pilastro dell’accusa sia in questo processo sia in quello parallelo di Palermo contro Nicola Grauso.
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