Gianni Murgia, possidente di Dolianova, viene sequestrato presso un casolare, da lui utilizzato per incontrarsi con l’allora fidanzata – e attuale moglie – Antonella Pitzalis, nel dicembre del 1990, e viene liberato nel febbraio 1991, pochi giorni prima dell’entrata in vigore della <<legge Vigna>> sul blocco dei beni obbligatorio ai sequestrati.
Allo stato, dopo tortuose indagini completate dal sostituto procuratore Mario Marchetti, che si è avvalso invero del notevole contributo proveniente da un <<pentito>>di droga, Francesco Cardia, correo nel sequestro, la banda dei rapitori di Gianni Murgia è stata in gran parte individuata, e i colpevoli – tra i quali spicca la figura di Giovanni Agostino Cuccuru – sono stati interamente condannati a pene severe.
Tuttavia, Gianni Murgia ha dovuto faticare non poco per raggiungere questo risultato, come ha documentato nel suo breve libro-storia del sequestro e delle indagini <<Sona ca ti sonu … e continuo a bussare>>, edito dalla CUEC.
Murgia, che aveva conservato una memoria prodigiosa di particolari ed eventi notati durante la sua breve prigionia – che si accertò essere avvenuta in territorio di Austis – si è dovuto innanzitutto scontrare con l’assoluta inconcludenza degli inquirenti<<ufficiali>>, sia della Polizia sia dei Carabinieri, che hanno tenuto per diverso tempo uno sconcertante atteggiamento teso a sminuire o a neppure considerare i suoi ricordi, invece fondamentali per la corretta ricostruzione dei fatti.
Secondo quanto racconta Gianni Murgia nel citato libro, una svolta si ebbe quando egli stabilì un contatto diretto con un valente investigatore, Mario Uda, già stretto collaboratore di Luigi Lombardini, il quale prese in considerazione i numerosi e precisi elementi che Murgia aveva da fornire e diede alle indagini un contributo decisivo.
Tuttavia, evidentemente per il sostituto procuratore Mauro Mura, nemico di Lombardini, non si poteva e non si doveva prendere in considerazione il contributo alle indagini di un investigatore come Uda, troppo legato a Lombardini, e forse ritenuto una longa manus dell’ex giudice antisequestri – col quale lo stesso Murgia si consultò di frequente – nelle indagini. Mura condusse in modo sconcertante, prescindendo del tutto dagli elementi forniti dall’ostaggio e da quelli raccolti da Uda, il primo dibattimento, tanto da costringere il Tribunale a pronunciare sentenza di assoluzione nei confronti di tutti gli imputati.
Gianni Murgia protestò vivacemente, al punto da ottenere la sostituzione di Mauro Mura, il cui posto quale PM incaricato dell’inchiesta e del processo fu preso da Mario Marchetti; questi, con correttezza, condusse più meticolose indagini e, soprattutto, poté avvalersi della confessione di Francesco Cardia, un trafficante di droga appartenente alla famigerata <<banda di Is Mirrionis>> che, divenuto collaboratore di giustizia, confessò tra gli altri delitti la sua partecipazione al sequestro di Murgia indicando precise circostanze e fornendo elementi tali da inchiodare i correi. Dopo non poche vicissitudini processuali, gli imputati furono tutti condannati, tant’è che la risoluzione del caso Murgia, con lo sgominamento della <<banda di Is Mirrionis>>, può considerarsi il più significativo successo professionale del dottor Marchetti.
La partita è, tuttavia, ancora aperta, dato che Gianni Murgia ha la convinzione che, dalle maglie della giustizia, siano sfuggiti altri coimputati, non individuati per inefficienza degli inquirenti.
Carattere sanguigno e polemico, Murgia anima il dibattito sempre vivace tra gli ex sequestrati con interventi sferzanti, e in particolare, dopo il suicidio di Luigi Lombardini, è intervenuto pubblicamente a sua incondizionata difesa.
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