IL SEQUESTRO DI FAROUK KASSAM

Farouk Kassam 8 anni, figlio di Fateh Kassam, albergatore franco-egiziano titolare dell’hotel <<Luci di la muntagna>> in Costa Smeralda, viene rapito agli inizi del 1992 nel giardino della villa di famiglia, probabilmente al posto del padre, vittima inizialmente prescelta, che sfugge ai rapitori facendosi passare per il giardiniere.
La famiglia Kassam, pur non molto provvista di liquidità, è fornita, secondo i <<si dice>>, di conoscenze molto importanti in Francia e nel mondo arabo, tanto è vero che ben presto si parla di un intervento dei servizi segreti francesi e che quando il sequestro prenderà una brutta piega, con la grave recrudescenza rappresentata dal recapito ai familiari di un lembo di un orecchio del bimbo, interverranno, per cercare di favorire la salvezza e il ritorno a casa di Farouk, le massime autorità dello Stato, dall’allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi, al SISDE, all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga; ciò nell’inconcludenza delle indagini, condotte dal sostituto procuratore della DDA di Cagliari Mauro Mura e, a livello strettamente investigativo, dal Capo della Squadra Mobile della Questura di Sassari Antonello Pagliei, futuro capo della Criminalpol Sardegna, con la cura di emarginare tutti gli investigatori considerati legati a Luigi Lombardini – come l’allora capo della Criminalpol ed ex agente del SISDE Silla Lissia, proditoriamente trasferito alla Polizia Ferroviaria – privandosi così di un inestimabile patrimonio di conoscenze e capacità professionale.
In questo quadro si colloca l’atipico intervento di Graziano Mesina, ben nota <<primula rossa>> del Supramonte, che, a suo dire sollecitato da interventi <<molto dall’alto>> e forse blandito con la promessa dell’amnistia, riceve nel luglio 1992 un lungo permesso-premio dal Tribunale di Sorveglianza di Torino da trascorrere nella natia Orgosolo; all’epoca, Mesina ha da poco ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza torinese il beneficio della liberazione condizionale, e vive e lavora ad Asti alle dipendenze dell’imprenditore di origine fonnese Michele Quai.
Molto discussi sono l’ambito e gli effetti dell’effettivo intervento di Mesina in relazione alla liberazione di Farouk Kassam: Mesina si è sempre vantato – con parole confermate dal giornalista RAI Pino Scaccia e dal noto fotoreporter Antonello Zappadu – di avere personalmente condotto le trattative, garantendo l’esistenza in vita di Farouk e riuscendo a spuntare il <<prezzo>> migliore per il riscatto. Certo è che Graziano Mesina, il giorno di Pasquetta del 1992, partecipò a un riservatissimo incontro nella parrocchiale di Orgosolo cui era presente, con la madre di Farouk Kassam, il viceparroco don Graziano Muntoni, che sarà barbaramente assassinato poco prima del Capodanno 1998 in circostanze tuttora misteriose.
Invero, secondo quanto riporta Luigi Lombardini – di sicuro molto ben informato – in uno dei suoi memoriali postumi, il ruolo di Mesina si sarebbe ridotto a quello di seguire da vicino le trattative e, una volta acquisita la certezza della liberazione di Farouk, avvisare via cellulare [allora non ancora molto diffuso] il citato Pino Scaccia, che avrebbe dovuto dare la notizia della liberazione di Farouk in diretta su RAI UNO, in modo tale da <<bruciare>> eventuali improvvidi interventi di Mauro Mura e degli investigatori tesi ad arrestare gli emissari ai quali Farouk doveva essere consegnato dai banditi, in modo tale da poterli processare come correi del sequestro in mancanza di altri validi elementi di indagine.
Effettivamente, a parte le trattative parallele dello stesso Mauro Mura – che contattò numerosi pregiudicati onde usufruire della loro mediazione nel sequestro – lo stesso Lombardini, a quanto pare sollecitato personalmente da Francesco Cossiga, ebbe un ruolo attivo nella risoluzione del sequestro Farouk, poiché due suoi confidenti di strettissima fiducia, che furono fatti uscire apposta dal carcere con un permesso rilasciato dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari Antonio Solinas, si sarebbero materialmente incaricati – loro, e non Graziano Mesina – delle trattative, con la contezza delll’esistenza di denaro di Stato per il pagamento del riscatto.
Secondo la testimonianza di un agente del SISDE, il Servizio segreto civile avrebbe stanziato, per il sequestro Farouk, la somma di ben cinque miliardi di lire, e tuttavia, di questo denaro, solo una parte – due miliardi – sarebbe andata ai rapitori, unitamente alla somma, pari a quasi un miliardo, raccolta dalla famiglia Kassam in parte con fondi propri, in parte grazie a una colletta gestita dal notaio cagliaritano Alberto Floris, a conoscenza del legale di parte civile Mariano Delogu. Quanto al resto del denaro, per un verso Graziano Mesina avrebbe goduto di una generosa ricompensa per la sua opera (egli fu trovato in possesso di molto denaro in occasione del suo arresto a San Marzanotto), e tolti i soldi dati a Mesina, a quanto pare ammontanti a ben 1 miliardo e 800 milioni, il rimanente, poco più di un miliardo, sarebbe stato illecitamente spartito tra alcuni investigatori.
Farouk verrà liberato nel luglio 1992, ma la conclusione del sequestro lascerà spazio ad uno strascico di polemiche, soprattutto circa l’asserito pagamento del riscatto con denaro dello Stato, insistentemente insinuato dalla stampa e sempre sdegnosamente smentito dal Capo della Polizia Vincenzo Parisi e dagli inquirenti tutti; non della stessa opinione era Graziano Mesina, il quale, nel corso di uno dei dibattimenti per il sequestro tenutisi a Tempio Pausania, accusò in udienza il PM Mauro Mura, presente, di aver fatto pagare il riscatto coi soldi dello Stato.
Come è ben noto, successivamente Graziano Mesina verrà arrestato per il ritrovamento in circostanze misteriose, nella propria abitazione di S. Marzanotto d’Asti, di numerose armi da guerra – mai sottoposte a perizia dattiloscopica – circa le quali l’ex bandito ha sempre giurato di non sapere da dove provenissero; si è parlato, al riguardo, di una ben mirata <<vendetta>> di Mauro Mura e del SISDE per le improvvide affermazioni di Mesina sul riscatto di Stato. Mesina verrà condannato a otto anni di reclusione ed escluso dal beneficio della liberazione condizionale.
Tre dei responsabili del sequestro verranno individuati, processati e condannati: gli olienesi Mario Asproni e Ciriaco Baldassarre Marras, ma soprattutto il lulese Matteo Boe, uno dei banditi più carismatici della storia recente – l’unico che sia riuscito a evadere dal carcere dell’Asinara – custode di Farouk e vera <<mente>> del rapimento.
Le strane modalità della cattura di Boe – verrà per diverso tempo lasciato libero di scorazzare per la Corsica con la sua compagna Laura Manfredi – il suo atteggiamento processuale di totale silenzio intorno alle circostanze inerenti al pagamento del riscatto e la moderatezza della pena inflittagli grazie a un rito abbreviato graziosamente concessogli dal PM Mura, lasciano spazio per pensare che quella di Boe non sia stata una cattura, bensì una costituzione concordata – evidentemente, alla condizione che nulla si dicesse sulla provenienza dei soldi del riscatto – come è confermato dalle numerose difficoltà inerenti al sequestro dei beni del bandito.
Sulla questione del riscatto, un muro di gomma sarà elevato anche dal padre del rapito Fateh Kassam, il quale – dismesso l’albergo e fatto ritorno a Parigi – insisterà nell’affermare di non aver personalmente pagato una lira per la liberazione di Farouk, attaccando al contempo Graziano Mesina.
Da rilevare, in prossimità del capodanno 1998, il barbaro assassinio, tuttora avvolto nel mistero, di don Graziano Muntoni, viceparroco della chiesa parrocchiale di Orgosolo, il quale, come già detto, partecipò nella Pasquetta del 1992 a un incontro cui erano presenti Graziano Mesina e la madre di Farouk Kassam e, secondo indiscrezioni di fonte orgolese, sarebbe stato in possesso di elementi e conoscenze tali da scagionare Mesina dall’imputazione di favoreggiamento – per cui è stato recentemente processato a Nuoro e condannato a un anno e due mesi di reclusione – probabilmente inerenti ancora alla questione del pagamento del riscatto con denaro dello Stato.