IL MEMORIALE SEGRETO DI LOMBARDINI

Al Ministero di Grazia e Giustizia

Al Ministro dell’Interno

Per sapere – premesso che
dato lo strapotere acquisito da diverse Procure d’Italia, si sono creati dei veri e propri centri di potere che, in una situazione di totale indipendenza, tendono a strabordare, spesso, i limiti stabiliti dalla stessa legge, con metodi che assumono i toni dell’arroganza e della strafottenza, utilizzando gli enormi poteri che la stessa legge attribuisce ai P.M. per scopi che spesso hanno poco a che fare con la ricerca dei presunti colpevoli e l’accertamento della verità, ma in cui si è costretti a ritenere di trovarsi di fronte a vere e proprie persecuzioni a senso unico, “alla faccia” del principio dell’”obbligatorietà dell’azione penale”, per cui tutte le azioni penali dovrebbero essere esercitate a prescindere da ogni implicazione politica, di parte, di comodo, od altro; ritenuto che esempio evidente e ormai noto palesemente a chiunque si prenda la briga di aprire, suo malgrado, un qualsiasi giornale o un qualunque schermo televisivo, è, fra le altre, la Procura della Repubblica di Milano, i cui componenti, sia come singoli, sia riuniti in “POOL”, paiono ritenersi, ormai, al di sopra di qualsiasi potere, non solo giudiziario, ma anche degli altri riconosciuti dalla Costituzione (vedi quello politico, che trova la sua espressione nel Parlamento, unico organo sovrano nel legiferare), arrogandosi il diritto di “veto” e di aperta contestazione, appunto, nei confronti del Parlamento riguardo a proposte di legge dallo stesso formulate e, per vari motivi, non gradite. Gli stessi componenti tale Procura, nel loro delirio di onnipotenza (qualcuno è giunto al punto di formulare l’intenzione di “voler rivoltare tutta l’Italia come un calzino”) hanno usato del loro potere a proprio, esclusivo, piacimento, intestardendosi nell’aprire un’infinità di inchieste nei confronti di un membro del Parlamento, colpendolo in modo subdolo e, nello stesso tempo, tracotante e proditorio, raggiungendolo, quando era Presidente del Consiglio, con un “avviso di garanzia” (simile ad una freccia, vero e proprio “CORRIERE di morte”, scagliato alle cinque DELLA SERA), mentre presiedeva, a Napoli, quale massimo esponente e rappresentante dell’Italia, un congresso internazionale contro la criminalità, alla presenza dei rappresentanti delle nazioni di gran parte dell’intero pianeta, solo perché appartenente ad una parte politica, evidentemente non gradita dai P.M. di tale Procura, mentre ben altro trattamento (o meglio totale assenza di trattamento) è stato, e continua ad essere, riservato nei riguardi di esponenti della parte politica opposta, evidentemente più “gradita” agli stessi P.M., con una tale singolare diversità di atteggiamento persecutorio, da una parte, e di “riguardo” (se non addirittura “di rispetto”) nei confronti dell’altra parte da non potere balzare evidente agli occhi di tutti.

Altro esempio di strapotere di altra Procura è quella di Palermo, la quale, con l’uso spregiudicato dei “pentiti” — sulla cui attendibilità nessuno è più disposto a giocarsi, non solo un soldo bucato, ma neppure un “BACIO” Perugina — e con l’intestardirsi a montare processi sulle basi di teoremi preconcetti, sia nei confronti dello stesso uomo politico
già citato e degli appartenenti alle aziende da cui il medesimo ha dato le dimissioni dalle cariche che ricopriva, allorché decise di entrare in politica, sia nei riguardi di qualche appartenente al cosiddetto passato “regime”, forse — dopo tutto — non peggiore dell’attuale (perché è sempre valida la vecchia regola secondo cui SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO), ha inCASELLato una serie di figuracce, impantanandosi in una miriade di contraddizioni, in un vortice di testi, “pentiti” e “dichiaranti” che si smentiscono a vicenda, ritrattando e pasticciando in modo tale da creare un vero e proprio “pantano” in cui neppure il più grANDRE, OTTImo giurista riesce più a raccapezzarsi e in cui sono ormai rimasti impantanati gli stessi autori di tale indistricabile pastrocchio.
Considerato che, pur tenendo presenti i gravissimi problemi scaturenti dalla criminalità organizzata e articolata in varie “mafie” che attanagliano il Sud del Paese (la mafia “DOC” della Sicilia, la “ndrangheta” della Calabria, la “camorra” della Campania e la “Sacra Corona Unita” della Puglia), sarebbe da ritenersi opportuno che le parti migliori della Magistratura italiana (che non manca certo di giudici preparati e capaci) dedicassero, tralasciando il continuo ostinarsi nell’accanimento di malcelate persecuzioni a sfondo politico, almeno parte del loro tempo, alla caccia dei delinquenti comuni, che finiscono per essere i beneficiati di tale situazione, con tanto di licenza di uccidere, rubare, rapinare e sequestrare;
le drammatiche vicende del sequestro dell’industriale bresciano Giuseppe SOFFIANTINI hanno reso evidente, “in diretta”, all’intera nazione come i “ladri di uomini” abbiano avuto la possibilità di scorrazzare per mesi per mezza Italia, portando con sé l’ostaggio per mezza Penisola, ed essendo gran parte di loro già condannati per gravi delitti, addirittura per precedenti sequestri di persona, e, stranamente, rimasti in libertà, nonostante le pesanti condanne riportate, grazie ai vari benefici (permessi,
lavori all’aperto, semilibertà ed altre agevolazioni spinte sino all’estremo del ridicolo), per cui le carceri italiane sono ormai diventate degli hotel di lusso, in cui i detenuti si degnano di trascorrere la notte, presentando, la mattina, le loro lamentele alla “reception” se il servizio notturno del personale alberghiero non è stato di loro completo gradimento;
d’altro canto è noto a tutti che il sequestro di persona è nato in Sardegna (i pastori, a un certo punto, da ladri di pecore si sono trasformati in “ladri di uomini”, prima dei proprietari delle pecore, essendo molto più facile e remunerativo rubare invece del gregge il proprietario del medesimo, poi, di professionisti, grossi commercianti e, infine, di ricchi turisti provenienti dal “Continente”); in Sardegna si è fatto le ossa, e, una volta attraversato l’Oceano (tale, infatti, è da considerarsi, e non mare, dato lo stato di grave isolamento e di difficoltà di comunicazioni in cui si trova l’Isola) TIRRENO, ha, negli anni passati, “impestato” il resto dell’Italia, con uno scoppio di feroce violenza in diverse regioni d’Italia, quali soprattutto la Brianza e la Toscana, con numerosissimi sequestri finiti nel sangue, con il mancato ritorno dell’ostaggio, ucciso e trucidato senza pietà.
Dalle fasi più acute il numero dei sequestri si è mano a mano ridotto, con il passare degli anni, e, ritiratesi da questo tipo di reato, per “affari” più redditizi, le bande dei Calabresi e degli zingari, che avevano imitato con entusiasmo il modello sardo, il focolaio dei sequestri non si è mai spento del tutto, ed ogni tanto ha dei rigurgiti, sempre di matrice sarda, anche se limitati, ma capaci di mettere in agitazione, ad ogni singolo riesplodere del fenomeno, l’Italia intera. Nonostante ciò non vi è mai stata una adeguata risposta da parte dello Stato e dei suoi organi preposti alla difesa dei valori essenziali della vita e della libertà, per la tutela dei quali — non si dimentichi — venne stipulato
il “patto sociale” fra cittadini e Stato, per cui rinunciando, i primi, all’esercizio della loro vendetta privata, rimettevano la tutela dei loro diritti primari ad uno Stato, che almeno questo dovrebbe essere in grado di fare. Forze dell’ordine e P.M. coordinatori dell’attività di Polizia Giudiziaria si fanno cogliere, ogni volta impreparati, e solo con un affannoso e raccogliticcio raduno di forze, si riesce (quando si riesce e con l’immancabile povero carabiniere o poliziotto, malpagato e ben presto dimenticato, che finisce per rimetterci la pelle) a far fronte all’emergenza. Nessuna seria vigilanza, nessuna azione preventiva, nessuna seria ricerca di latitanti pur sapendo che, trattandosi di pastori sardi (i pochi, beninteso, che delinquono, senza voler criminalizzare un’etnia composta di gente onesta e laboriosa, che tanto ha dato alla Patria, col sangue dei suoi prodi soldati, con le opere dei suoi scrittori e con il folto contributo politico dei suoi grandi statisti) la traccia da far seguire ai cani-poliziotto è molto facile e caratteristica: l’inconfondibile puzza di formaggio che, appunto, i pastori sardi si portano addosso.
E se le cose vanno male in “Continente”, ancora peggio vanno in Sardegna, dove i sequestri di persona continuano ad essere, insieme alla Costa Smeralda, l’unica caratteristica per cui l’Isola è conosciuta in tutto il mondo. Un lento, inesauribile stillicidio di sequestri si rinnova, anno per anno; ed i sequestri si concludono male o con il non ritorno e la morte dell’ostaggio, o con soluzioni “pasticciate”, nelle quali, al di là delle versioni ufficiali, è facile intravvedere (se non, in qualche caso, vedere chiaramente) strani “accomodamenti”, con interventi non corretti da parte degli organi preposti alla tutela dei cittadini, ed il tutto complicato dalla tanto discussa legge sul “blocco dei beni” che porta lo Stato a trovarsi nell’odiosa posizione di essere forte con i deboli, e debole (tanto da far correre con insistenza la voce di pagamenti di riscatto fatti
con i soldi dello Stato) con i forti.
La conformazione orografica dell’Isola, specie nel suo interno, la BARBAGIA, rende le cose ancora più difficili. Le impervie montagne praticamente inaccessibili, il territorio deserto e completamente abbandonato dalle forze dell’ordine (lo sforzo compiuto dall’Esercito, chiamato anche qui a tappare le falle di uno Stato che fa acqua da tutte le parti, con le ripetute operazioni FORZA PARIS, non è, purtroppo, sufficiente, data l’enorme vastità e asperità del territorio, a risolvere il problema) rendono tutto ancora più difficile.
D’altro canto, la chiusura delle Caserme dei Carabinieri, degli Uffici Postali, delle Scuole, lo spopolamento dei paesi, il mancato intervento dello Stato per i servizi più essenziali: le strade, le ferrovie, le dighe per l’approvvigionamento dell’acqua, fanno ritenere ancora attuale il cartello “piantato” in tempi lontani sui monti della Barbagia dai Romani: “HIC SUNT BARBARI”. E lo Stato è carente anche sotto un altro aspetto: non è possibile non notare il differente trattamento usato per il sequestro del “continentale” Soffiantini e quello per il sequestro della “sarda” Silvia MELIS. Enorme dispendio di forze, battute gigantesche, impiego eccezionale e senza risparmio dei reparti più addestrati, clamore eccezionale dei mass-media, con servizi TV tambureggianti, titoli a caratteri di scatola su tutti i più importanti quotidiani nazionali da un lato del Tirreno; impegno molto minore per la Melis, nonostante la stessa sia stata sequestrata da circa otto mesi (l’imprenditore bresciano è stato rapito soltanto nello scorso giugno): una certa risonanza sui quotidiani locali, un notevole impegno di solidarietà nell’Isola, anche se smorzatosi col tempo perché — è inutile nasconderlo — qualsiasi situazione, anche la più dolorosa, che si trascina troppo a lungo, alla fine “stanca”, viene a mancare la voglia di darsi da fare, per portare, ciascuno, in qualche modo un gesto di solidarietà e di comprensione. Ma sui giornali nazionali
la sproporzione è ancora più evidente: qualche articolo, non certo in prima pagina, al momento del sequestro e, poi, praticamente più nulla. Insomma non si è molto lontani dal vero quando si è portati a pensare che esistano sequestri di serie A e sequestri di serie B. Ora, se è vero che la Roma, l’Inter e la Juventus giocano in serie A, mentre il Cagliari si arrabatta in serie B, è pur vero che, di fronte ad una vita umana privata della sua libertà e in costante pericolo di morte, non ci dovrebbe essere alcuna differenza né classificazione di sorta. Tutti i sequestrati devono avere lo stesso trattamento. Se si toglie la libertà ad un bresciano, se si uccide un sardo, non si deve fare alcuna differenza: si tiene in prigione o si toglie la vita ad un cittadino italiano.
E se si uccide un essere umano, se la campana suona a morte, il rintocco della campana non suona solo per lui: suona per tutti, suona per noi. E così come non ci deve essere differenza di sorta per tutto quanto detto, così non ci deve essere differenza neppure nella qualità e nell’impegno degli organi dello Stato specificamente preposti — per legge — ad occuparsi della direzione delle indagini di questo tipo di sequestro: i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia, che, per la Sardegna, coincide con la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari. Ora se è vero che non si possono avere in tutte le regioni d’Italia un BORRELLI o un CASELLI (anche se, poi, forse la cosa non porterebbe a risultati molto B…ELLI), è pur vero che chi è preposto ad un determinato incarico ha l’obbligo di espletarlo col massimo impegno possibile, e se non è possibile raggiungere l’ottimo, per lo meno bisogna cercare di fare le cose bene. Ed il punto è questo: alla Procura della Repubblica di Cagliari le cose non vanno affatto bene;
la situazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari è, infatti, da molti anni in stato di preoccupante degrado e i vari
Procuratori della Repubblica che si sono succeduti alla direzione della stessa, dopo il 1980 (allorché, dopo circa dodici anni di encomiabile conduzione, il dottor Giuseppe VILLASANTA lasciò la stessa per diventare Procuratore Generale della Repubblica, e ancora oggi ricordato con grande ammirazione quale magistrato di grandi capacità professionali, non disgiunte da grande umanità), non sono stati in grado, sia per insufficiente capacità e dedizione al lavoro, sia purtroppo anche per altri, più spiacevoli motivi, di far fronte alle esigenze che si “scaricano” su un ufficio delicatissimo quale la Procura della Repubblica di Cagliari;
il successore del Dr. VILLASANTA, Dr. Giuseppe TESTAVERDE, di origine siciliana, non brillava affatto per grande impegno sul lavoro: si fece installare a casa propria, a spese del Comune di Cagliari (la pratica è rintracciabile presso detto Comune), un telefono, facendosi pagare, altresì, il relativo abbonamento, sostenendo che, detto telefono, essendo — a suo dire — usato per motivi d’ufficio, doveva essere a carico, appunto, del Comune. Lo stesso dr. TESTAVERDE, avendo un figlio iscritto alla facoltà di Medicina dell’Università di Cagliari, ed essendo lo stesso di scarsissime capacità intellettuali, dovette legarsi strettamente con tutti i più importanti “baroni” di detta facoltà, perché, il figlio riuscisse a superare gli esami e a conseguire la laurea. Laureatosi il figlio, il dr. Testaverde dovette ancora “darsi molto da fare” sia per farlo assumere quale medico presso la Casa Circondariale di Cagliari e quale medico del C.M.A.S. — Centro per l’Assistenza ai tossicodipendenti e per la distribuzione del metadone — (e a proposito di tale Centro un importante procedimento, riguardante grosse irregolarità fra le quantità di metadone introitate da detto Centro e quelle distribuite ai tossicodipendenti in cura, la cui istruzione era condotta dal dr. Fernando BOVA, allora Giudice Istruttore presso il Tribunale di Cagliari, venne richiesto dal P.M. e, da allora, per quanto si è a conoscenza, dello stesso non si sa quale esito abbia avuto). Dati tali stretti legami assunti, fu costretto ad “insabbiare”
numerosi procedimenti relativi a grossi reati commessi nell’ambito della Sanità, affidandoli ad un sostituto, dr. Giorgio COCCO, gravemente ammalato di nefrite, e non assolutamente in grado di seguire procedimenti tanto complessi, dato il suo grave stato di salute, tanto che, dopo poco tempo, decedette a causa dell’aggravarsi della sua malattia.
[OMISSIS]
andato in pensione il dr. TESTAVERDE, venne nominato Procuratore della Repubblica il dr. Franco MELIS, già Sostituto, prima, della Procura della Repubblica e, quindi, della Procura Generale della Repubblica di Cagliari.
Il dr. MELIS, per tutto il periodo in cui ricoprì la carica di Procuratore, si limitava a recarsi in ufficio soltanto la mattina, disinteressandosi in gran parte dei procedimenti, tutti affidati ai Sostituti, e, in particolare, anche di quelli (relativi soprattutto a sequestri di persona) della Direzione Distrettuale Antimafia, di cui mantenne la direzione dal momento della sua costituzione (avendo, per altro, scioperato, unitamente ai Sostituti della D.D.A. dr. Mauro MURA e dr. Mario MARCHETTI, per protesta contro la legge istitutiva della Procura Nazionale Antimafia
e delle Direzioni Distrettuali Antimafia). Il dr. MELIS aveva la preoccupazione di “sistemare” le sue due figliole, una delle quali venne “assunta” presso una U.S.L. di Cagliari e diventò, altresì, segretaria dell’Assessore alla Sanità della Regione Autonoma della Sardegna, Avvocato dello Stato Giulio STERI.
Lo stesso dr. MELIS, manifestò, apertamente, con parecchie persone, anche al di fuori dell’ambito del Palazzo di Giustizia di Cagliari, la necessità, da parte sua, di rimanere in servizio nonostante fosse rimasto — tra l’altro — oggetto di un attacco di ictus durante lo svolgimento della Festa annuale dei Carabinieri, tenutasi alla Stadio “S. Elia” di Cagliari e chiedendo la “proroga” della permanenza in servizio, sino a 72 anni, per poter, appunto, “sistemare” le figlie e un terzo figlio maschio. Su tali fatti, oltre le persone menzionate, sono a conoscenza, tra gli altri, il dr. Franco MELONI, già direttore sanitario dell’Ospedale “BROTZU” di Cagliari, il dr. LOMBARDINI, il dr. Franco ASILI, già Consigliere della Corte d’Appello di Cagliari e attualmente Consigliere della Corte d’Appello di Venezia, oltre al dr. Fernando BOVA, Sostituto presso la Procura della Repubblica di Cagliari, nonché il rag. PICCIAU, con negozio di mobili per ufficio e altro nella Piazza Repubblica di Cagliari, a fianco del Palazzo di Giustizia, situato appunto, in tale Piazza.
Lo stesso dr. MELIS si rese protagonista di una serie di atti di vera e propria “persecuzione” nei confronti di un suo Sostituto, il dr. Fernando BOVA, a lui non gradito, perché, a suo giudizio, non sufficientemente ossequioso nei suoi confronti.
Il dr. MELIS sottopose il dr. BOVA ad una serie di vere e proprie prevaricazioni, giungendo, tra l’altro, al punto di non affidargli, per lungo tempo, alcun procedimento, nonostante il grande “carico” di lavoro della Procura.
Per sottrarsi a tale situazione il dr. BOVA si vide costretto a farsi “applicare” come Sostituto, alla Procura della Repubblica di Nuoro, dove rimase per circa nove mesi, tramite l’intervento del dr. Francesco PINTUS, Procuratore Generale della Repubblica di Cagliari. Per gli stessi motivi, il dr. BOVA dovette essere applicato, per diversi periodi, presso la Procura Generale della Repubblica.
Questi e numerosi altri fatti (per esempio, epiteti ed espressioni offensive scritte dal dr. MELIS in lettere da lui indirizzate al dr. BOVA) sono stati dettagliatamente esposti in una circostanziata denuncia-querela che il dr. BOVA presentò nei confronti del dr. MELIS, allorché questi, nel giugno 1995, raggiunti i 72 anni di età, andò in pensione. Il procedimento, ai sensi dell’art. 12 c.p.p. venne trasmesso alla Procura della Repubblica di Palermo, dove il procedimento dopo varie “traversie” procedurali, trovasi ancora pendente.
Tali fatti, oltre a quanto risulta dalla copia del giornale “L’Unione Sarda” (vedi allegato n. 1), sono a conoscenza di gran parte del Palazzo di Giustizia di Cagliari. In particolare possono fornire precisi chiarimenti, lo stesso dr. BOVA (che è in possesso di una copia della denuncia da lui presentata), il dr. LOMBARDINI, il dr. PODDIGHE, il dr. PINTUS, il dr. Angelo PORCU, Sostituto presso la Procura Generale della Repubblica, il dr. Marcello MARCHI, e il dr. Francesco MASSIDDA, già Sostituti presso la Procura Generale della Repubblica e ora in pensione, il dr. Ettore ANGIONI, già Sostituto della Procura Generale e, attualmente, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Cagliari, il dr. Franco ASILI, il dr. Mariano ARCA, Pretore della Pretura di Cagliari, l’avv. Luigi CONCAS di Cagliari, difensore del dr. BOVA e l’avv. Gianfranco CUALBU del Foro di Nuoro. Sempre il dr. MELIS “insabbiò” un’importante indagine relativa
ad un esposto presentato in relazione alle nomine dei “manager” della U.S.L. della Sardegna, affidando — attraverso il Sostituto dr. Paolo DE ANGELIS — le indagini alla DIGOS della Questura di Cagliari, i cui funzionari si limitarono ad interpellare le persone nominate per sapere se vi era stata qualche irregolarità nella scelta delle stesse persone e, concludendo le indagini (ben diversamente da quanto accaduto per un fatto del tutto analogo a Torino), accettando passivamente le risposte negative delle suddette persone e archiviando il procedimento senza effettuare alcun altro accertamento. Tra i “manager” nominati ve ne sono alcuni dello stesso colore politico del Presidente della Giunta Regionale, dr. Francesco PALOMBA, mentre fra quelli “bocciati” ve ne era, in particolare, uno, il dr. Franco MELONI, “nemico” dichiarato del Presidente PALOMBA, che fece di tutto perché il dr. MELONI non ottenesse la nomina, nonostante i suoi titoli tanto eccellenti, che spinsero lo stesso dr. MELONI a presentare ricorso al T.A.R.
Con singolare coincidenza il dr. MELIS, dopo il suo pensionamento, tentò in tuttti i modi di far valere i meriti così “acquisiti” presso il Presidente PALOMBA, cercando di farsi nominare Difensore Civico presso la Regione Sarda. I suoi tentativi andarono, per altro, a vuoto, grazie anche all’avv. Benedetto BALLERO, Consigliere Regionale, che, contrariamente all’indirizzo del Presidente PALOMBA e dei Consiglieri Regionali di un determinato colore politico (colore molto rosso), riuscì a “non far passare” la nomina del dr. MELIS, facendo rilevare l’inopportunità che detta nomina cadesse sul medesimo, stante la pendenza nei suoi confronti, di un procedimento a Palermo che prevedeva a carico dello stesso dr. MELIS (vedi denuncia del dr. Fernando BOVA più sopra indicata), fra gli altri reati, anche quello di cui all’art. 323 c.p. (abuso di atti d’ufficio). La scelta, in effetti, cadde sul prof. CONTINI, docente di Diritto Costituzionale presso l’Università di Cagliari. Al riguardo,
oltre l’esame del procedimento indicato, apparrebbe opportuno sentire l’avv. BALLERO e certo ZANONE, importante esponente della massoneria locale;
dopo l’andata in pensione del dr. MELIS, venne messo a concorso il posto di Procuratore della Repubblica, per il quale i due candidati erano il dr. Carlo PIANA, Presidente della Corte d’Assise del Tribunale di Cagliari ed il dr. Luigi LOMBARDINI, Procuratore Circondariale di Cagliari. Venne preferito il dr. PIANA in quanto più anziano e con un’anzianità tale da rientrare in una “fascia” di oltre quattro anni di differenza di anzianità, per altro di per sé sola non decisiva in quanto superabile da parte del concorrente meno anziano, ove lo stesso sia in possesso di determinate capacità, meglio specificate nella circolare del C.S.M. (vedi allegato n. 2).
Il C.S.M., nel suo insindacabile potere decisionale, non tenne alcun conto della lettera inviata, tra gli altri destinatari, anche al Vice Presidente del C.S.M., dal Presidente dell’Associazione Industriali della Provincia di Nuoro, che, nel fare riferimento al sequestro di Silvia MELIS di Tortolì, avvenuto nel febbraio 1997 e allora (come tuttora) ancora in corso, manifestava la proccupazione circa “la paura degli imprenditori sia isolani, sia soprattutto della penisola, di investire risorse finanziarie produttive in Sardegna, con intuibili gravissimi riflessi sulla economia sarda, affetta dal tasso di disoccupazione tra i più alti d’Italia” (vedi allegato n. 3). Al riguardo parrebbe opportuno sentire il Presidente degli Industriali di Nuoro, Roberto DEVOTO, oggetto, egli stesso, di un sequestro di persona, durato brevissimo tempo, essendo riuscito a liberarsi dai rapitori che l’avevano catturato e di altri due tentativi di sequestro, non portati a conclusione; ciò tanto più perché anche lo zio del Presidente DEVOTO, “Gigino” DEVOTO, fu vittima di un sequestro di persona, per il cui riscatto venne pagata una cifra intorno agli 800 milioni di lire.
Nel suo insindacabile potere di avvalersi o meno della facoltà di sentire i candidati aspiranti ad un determinato posto messo a concorso, il Consiglio Superiore della Magistratura decise di non accogliere la richiesta del dr. LOMBARDINI, tra l’altro nominato nel 1995, e riconfermato tale nel 1997, quale magistrato referente per l’informatica, di essere sentito, sulla base della sua lunga ed ampia esperienza, sia in materia di sequestri di persona, unico magistrato in Sardegna, ed anche in Italia, ad avere effettuato, durante la sua attività di Giudice Istruttore, protrattasi per circa 22 anni, quasi un centinaio di istruttorie relative ad episodi di sequestro di persona verificatisi in Sardegna, “di gran lunga, il principale oggetto di competenza e di attenzione della locale Direzione Distrettuale Antimafia” per poter esporre ed illustrare le possibili direttrici e i metodi di controllo per prevenire e contrastare il sopraindicato fenomeno criminoso, nonché di esporre le proprie idee circa la costituzione di una speciale banca dati, che servisse a completare “il normale progetto di informatizzazione della D.D.A., che, peraltro, a Cagliari, non ha avuto alcun inizio di effettiva attuazione, nonostante le ripetute sollecitazioni e offerte di collaborazione da parte del locale magistrato referente per l’informatica, come meglio indicato nella lettera inviata, in data 25.03.1997, al Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura (vedi allegato n. 4), unitamente alla domanda presentata dallo stesso magistrato, per il posto di Procuratore di Cagliari, unitamente ai titoli più importanti allegati alla domanda stessa, tra cui la costituzione di ben trentasei latitanti (cosa mai avvenuta prima in Sardegna e nemmeno nel resto d’Italia) consegnatisi al suddetto magistrato accompagnato da esponenti delle Forze dell’Ordine. E, a proposito di latitanti: appare singolare il fatto che, nella lettera sopracitata, venga fatto riferimento proprio ai numerosi latitanti che infestano
le campagne dell’Isola, come meglio specificato nell’articolo del giornale “L’Unione Sarda” del 19.10.1997 (vedi allegato n. 5), così come è altrettanto singolare che, sempre nella stessa lettera (non si dimentichi che la stessa porta la data del 25.03.1997, quando il sequestro di Silvia MELIS da Tortolì era — come è tuttora — in pieno svolgimento), si faccia riferimento al “decano” degli attuali latitanti sardi, STOCCHINO Pasquale da Arzana, alla macchia da venticinque anni, sin dal lontano 15 Agosto 1972, colpito da un mandato di cattura del G.I. LOMBARDINI per un tentativo di sequestro, effettuato a Lanusei e conclusosi con l’eccidio di cinque persone, fatto tuttora ricordato in Sardegna come la “Strage di Lanusei”. Infatti, come si può rilevare dalla cartina topografica dell’Ogliastra (vedi allegato n. 6), Tortolì, luogo in cui si è verificato il sequestro di Silvia MELIS, dista in linea d’aria circa sette chilometri da Arzana, paese ben noto per essere stati parecchi gli uomini appartenenti allo stesso, coinvolti in un passato sia lontano che prossimo, in numerosissimi ed efferati episodi di sequestro di persona, conclusisi per lo più tragicamente, con la soppressione dell’ostaggio per il solo fatto che i familiari del medesimo non erano in grado di pagare l’esoso riscatto richiesto;
[OMISSIS]
altrettanto singolare è stata la strategia seguita dai due magistrati [PIANA e MURA] in merito alla conduzione delle indagini relative al rapimento della giovane donna privata della sua libertà e sottratta all’affetto dei suo cari ormai da molti mesi. In sostanza “nascondendosi” dietro il paravento della legge del “blocco dei beni” e della strategia di vietare il pagamento del riscatto, pare sia stato fatto molto poco per raggiungere altri risultati se non quello di impedire il pagamento del riscatto stesso. Concetto questo ribadito ripetutamente sia dal Procuratore Nazionale Antimafia, dr. Pier Luigi VIGNA, sia dal Ministro dell’Interno, Onorevole NAPOLITANO, “piombati” in Sardegna per brevissime, ma molto pubblicizzate apparizioni appunto per ricordare che, secondo quanto stabilito dalla legge, “non si deve pagare”.
Quando, però, dopo il mancato tentativo operato dal padre della ragazza rapita, ing. Tito MELIS, che, tramite il proprio emissario, stava cercando di effettuare il pagamento del riscatto richiesto dai sequestratori e la contemporanea liberazione della figlia, le cose cambiano completamente.
Nella notte tra il 13 e il 14 luglio u.s. in una zona dell’Oglisatra che, a quanto è dato sapere dalle notizie trapelate, dovrebbe essere ricompresa nel territorio riprodotto nella cartina topografica già menzionata (vedi allegato n. 6), il tentativo di pagamento del riscatto falliva completamente in quanto la zona dove l’emissario dell’ingegnere avrebbe dovuto effettuare il pagamento del riscatto pullulava di uomini della CRIMINALPOL al comando del dr. Antonio PAGLIEI, dietro disposizioni impartite dal dr. MURA e con l’approvazione del dr. PIANA, che aveva preso possesso del suo incarico nel precedente mese di giugno. Il pagamento non poteva essere effettuato: la liberazione della ragazza, prevista per quella stessa notte, non avveniva e veniva sequestrata la somma di un miliardo e quattrocento milioni, pari alla entità del riscatto concordato.
A questo punto, però, si ha un improvviso cambiamento di scena: l’ing. Tito MELIS, che, sino a quel momento si era trincerato nel più rigoroso “silenzio stampa” al fine di mantenere il più stretto riserbo per facilitare ed affrettare la liberazione della figlia, indispettito e giustamente preoccupato per il comportamento tenuto dalle Forze dell’Ordine e dalla Magistratura, non solo rompe il silenzio, ma convoca stampa e televisione e, giustamente preoccupato per l’ulteriore pericolo nascente per la vita della figlia a causa di tale comportamento, si scaglia violentemente contro coloro che gli hanno impedito di poter riabbracciare la figlia, nelle mani dei suoi sequestratori da molti mesi e stigmatizza pesantemente l’operato del dr. PAGLIEI e dei due magistrati della D.D.A. L’effetto di tale pesante intervento è immediato: mentre funzionari di Polizia e magistrati preferiscono trincerarsi dietro un imbarazzato silenzio di fronte alle
gravi recriminazioni dell’ing. MELIS, l’atteggiamento sia del dr. VIGNA che del Ministro NAPOLITANO muta sensibilmente ed il loro atteggiamento, da assolutamente intransigente, diventa più possibilista, in quanto, per la prima volta, pur tenendo ferma la necessità dell’osservanza della legge, fa capolino il concetto che, in ogni caso, si deve tener conto di una vita umana da salvaguardare. Ma l’ing. MELIS nella sua furibonda reazione va ben oltre e accusa apertamente il dr. Mauro MURA di ben differente comportamento tenuto in occasione di un altro sequestro, che, a suo tempo, ebbe anch’esso grande risonanza in campo nazionale: quello del bambino FARUK KASSAM, rapito a Porto Cervo e liberato dopo aver subito la mutilazione di una parte dell’orecchio. Il padre di Silvia MELIS accusa apertamente il dr. MURA di aver autorizzato, in tale occasione, il pagamento del riscatto per l’ammontare di un miliardo di lire, con soldi dello Stato forniti dai servizi segreti e di essere a conoscenza di almeno una parte dei particolari di tale fatto;
in realtà in occasione di tale sequestro tutto fa ritenere che, effettivamente, ci sia stato un pagamento del riscatto operato, per una parte (un miliardo), con soldi dello Stato e, per un’altra parte, con soldi raccolti dai privati con una sorta di “colletta”, diretta dal notaio dr. Alberto FLORIS, noto professionista cagliaritano che ne porta a conoscenza sia il dr. MURA, incaricato dell’inchiesta, sia dell’allora Procuratore, dr. Franco MELIS. Anche l’avv. Mariano DELOGU, difensore della persona offesa e, successivamente, difensore di parte civile della famiglia KASSAM nel successivo dibattimento, è a conoscenza della “colletta” effettuata dai privati, anche se sostiene che, a quanto dettogli dal padre del piccolo KASSAM, i soldi sarebbero stati restituiti.
D’altro canto il comportamento del genitore del bambino è stato sin dall’inizio quanto mai singolare. Al momento dell’ingresso dei rapitori nella sua villa di Porto Cervo afferma di essere un semplice giardiniere e lascia che, al suo posto, venga portato via il giovanissimo figlio.
Sin dai primissimi giorni dal sequestro, in riunioni riservate con amici fidati (la cosa è a conoscenza dell’avv. Michele SABA, del foro di TEMPIO) si vanta apertamente di voler rimanere fedele al principio ispiratore di tutta la sua vita: “SONO NATO RICCO E MORIRÒ RICCO”.
In effetti tutto fa ritenere che il KASSAM abbia tenuto fede a questa sua linea di condotta e che, al di là delle stereotipate dichiarazioni ufficiali, dal sequestro non abbia riportato alcun danno economico, ma addirittura ne abbia tratto un notevole vantaggio finanziario, grazie alle numerose interviste rilasciate, dopo la liberazione del figlio, a numerose riviste e settimanali sia italiani che esteri.
In effetti le fasi convulse della liberazione del bambino riportate “in diretta” televisiva in sede nazionale determinarono uno sconcerto ed un apparentemente inspiegabile comportamento da parte di chi a tale spettacolo contraddittorio mandato in onda tra continue smentite, affermazioni e nuove smentite di avvenuta liberazione del bambino, assistette senza conoscerne il vero retroscena, salvo, poi, a rimanere incerto ed incredulo circa le accuse mosse a Graziano MESINA e alle roboanti affermazioni di quest’ultimo circa la determinante parte da lui avuta nella liberazione del bambino.
Schematizzando di molto l’andamento dei fatti, lo stesso può essere così ricostruito: grazie ad un patto preventivo, “alla faccia” del divieto del pagamento del riscatto, era stato raggiunto un accordo, secondo cui il bambino, consegnato dai suoi custodi agli emissari incaricati del trasporto del piccolo sino alla consegna, con il contestuale pagamento del riscatto convenuto, doveva così raggiungere la libertà ed il suo genitore. Rimaneva,
per altro, per chi tale trasporto del bambino doveva effettuare dal momento in cui lo riceveva a quello in cui lo consegnava a chi gli doveva pagare il riscatto, un periodo di tempo estremamente pericoloso, durante il quale si sarebbe venuto a trovare in una situazione di gravissimo pericolo, ove fosse stato colto con il bambino in mano e, se catturato in tale frangente, vane e assolutamente poco credibili sarebbero state le spiegazioni di aver concluso un accordo per il pagamento del riscatto con denaro fornito dallo Stato. In effetti proprio questo era il recondito proposito di chi aveva concluso l’intero accordo, con la “riserva mentale” di procedere all’arresto dell’emissario, le cui attestazioni di precedente intesa non sarebbero state credute, e che, del resto, ha finito per costituire una “costante” di tante conclusioni di sequestri, con strombazzata dichiarazione di arresto di almeno uno dei partecipanti della banda dei sequestratori e di contemporanea dichiarazione ufficiale del non avvenuto pagamento del riscatto. Peraltro chi doveva affrontare quel periodo di tempo pericolosissimo, intercorrente fra il momento della ricezione del bambino da parte dei suoi custodi successivamente individuati in Matteo BOE e due suoi complici grazie all’incredibile errore commesso dallo stesso BOE, di frasi trovare in tasca al momento del suo arresto delle foto ritraenti lui stesso ed i suoi due complici dinanzi al luogo di custodia del bimbo, che, unitamente alle impronte digitali rilevate sugli oggetti ritrovati nella grotta dove il piccolo KASSAM era stato custodito, costituirono prove inconfutabili della responsabilità del BOE, reato che quest’ultimo fu costretto ad una sorprendente ammissione di responsabilità, ma in realtà resa necessaria dal cercare di salvare i suoi due complici, tirati pesantemente in ballo dalla sua incredibile negligenza di farsi trovare in tasca, al momento della cattura, le fotografie costituenti inconfutabile prova di partecipazione al sequestro insieme con lui.
Pertanto chi doveva affrontare quel periodo di tempo necessario per trasportare il giovane KASSAM dalle mani dei suoi custodi e che avrebbe dovuto
riceverlo e da cui avrebbe dovuto ricevere il pagamento del riscatto, ritenne opportuno prendere le sue precauzioni.
Semplificando di molto la parte avuta nella faccenda da MESINA, che, successivamente, per esaltare il suo mito ormai scolorito di “Primula Rossa” del Supramonte e per meno nobili fini di arraffare come da altri traffici in verità poco adatti alla sua figura di “balente” sostenuta ad ogni costo, quale il traffico di armi, droga e addirittura vendita di interviste e simili, si può affermare che, sostanzialmente la sua parte essenziale, nella liberazione del bambino fu quella di ricevere da chi aveva appena ricevuto il giovane KASSAM dalle mani dei suoi custodi, la comunicazione di tale consegna e la sua trasmissione da parte sua a giornalista di fiducia Pino SCACCIA, in grado di trasmetterla immediatamente in sede nazionale, annunciandone “in diretta” televisiva l’avvenuta liberazione e “coprendo” così il periodo di tempo, come abbiamo già visto, altrimenti estremamente pericoloso. Si spiegano, così, le altrimenti incomprensibili contraddizioni fra le dichiarazioni di avvenuta liberazione del bimbo operate dal giornalista Pino SCACCIA e le smentite effettuate dal dr. MURA colto in “contropiede” dall’accorgimento adottato da chi si era voluto, nel modo descritto, tutelare da una possibile cattura, con conseguente, successiva, affermazione di “brillante operazione” portata a termine con la cattura di almeno qualcuno dei componenti della banda dei sequestratori e la possibilità di affermare, con corrispondenza al vero, di liberazione avvenuta senza pagamento del riscatto.
In realtà il dr. MURA e il dr. PAGLIEI, allora Dirigente la Squadra Mobile della Questura di Sassari, si precipitano trafelati nel luogo previsto per la consegna del bambino, avvenuta, in effetti, nella notte tra il 10 e l’11 luglio 1992, in una zona compresa tra le campagne di Oliena e di Dorgali, che, su disposizioni del suo diretto superiore di Roma, impartite il mercoledì precedente la liberazione del bambino, il dr. Eugenio INTROCASO, dirigente la CRIMINALPOL, aveva provveduto a rendere “sicure” facendo
rientrare immediatamente in sede tutte le pattuglie che perlustravano le strade della zona del nuorese dove si prevedeva il rilascio del FAROUK. Il bambino venne trovato personalmente dal dr. Antonio PAGLIEI, che [omissis] borsone pieno di soldi dello Stato, lo prende in braccio e lo consegna direttamente al padre che lo attendeva in località “Prato Sardo”, poco distante da Nuoro. A questo punto il dr. MURA si affretta ad annunciare, finalmente, l’avvenuta liberazione del bambino, mentre l’intera Procura, con l’avallo del Procuratore MELIS che non è stato pagato alcun riscatto e che l’ostaggio è stato liberato a seguito delle forti pressioni operate dalle Forze dell’Ordine nei confronti della banda dei sequestratori.
Una riprova di ciò la si è avuta in una delle tante “tranche” in cui il processo, nella fase dibattimentale, venne “spezzato” e celebratosi dinanzi al Tribunale di TEMPIO PAUSANIA in cui il MESINA accusò apertamente il dr. MURA di aver fatto pagare il riscatto con i soldi dello Stato ed il dr. MURA non replicò nulla di fronte a tale accusa non prendendo né lui né il Tribunale alcun provvedimento nei confronti dello stesso MESINA. Effettivamente la situazione creata dal MESINA non lasciava, dal punto di vista giuridico, che due alternative: o l’incriminazione immediata di calunnia, ai sensi dell’art. 368 c.p., nei confronti del MESINA e la trasmissione degli atti, ai sensi dell’art. 12 c.p.p., a Palermo per l’inizio, quale “atto dovuto” di indagini nei confronti del dr. MURA. Nulla di questo avvenne: riprova che il MESINA, al di là delle sue smargiassate pronunciate in varie occasioni in cui si era “ritagliato” una fetta molto più importante e disinteressato nella liberazione del FAROUK, aveva detto, questa volta, la verità.
In realtà, precedentemente, i massimi vertici della CRIMINALPOL avevano disposto l’immediato rientro in sede del dr. LISSIA, dirigente il C.I.C. Sardegna, inviato sin dal primo momento in Costa Smeralda per seguire da
vicino le indagini sul sequestro e la responsabilità delle indagini del medesimo furono passate al dr. PAGLIEI, Dirigente la Squadra Mobile di Sassari. Il Ministero aveva messo a disposizione una cifra pari a lire 600 milioni per chi contribuisce in modo determinante alla liberazione dell’ostaggio. Verso la fine di maggio, il dr. MURA si reca a trovare in carcere un detenuto colpito da provvedimento restrittivo in ordine al sequestro di Esteranne RICCA, di Grosseto.
Questo detenuto, legato da vincoli criminali al noto Matteo BOE, coinvolge nella vicenda il pregiudicato GIAU Mario Domenico, il quale viene inviato in Sardegna per procurare la prova dell’esistenza in vita del piccolo FAROUK. In effetti, il GIAU (già confidente del dr. MULAS, Dirigente della Squadra Mobile di Nuoro) prende contatti con l’allora latitante di Onanì CASU Gianfranco il quale fornisce la prova dell’esistenza in vita dell’ostaggio che però non giunge a destinazione in quanto distrutta poco prima di essere sottoposto ad un controllo sulla nave che lo riportava nella Penisola.
Nello stesso periodo vengono contattati da uomini del SISDE, certo NONNE, originario di Fonni, ma dimorante nella Provincia di Cagliari e certo MONTISCI da Orgosolo. A questi viene dato l’incarico di trattare la liberazione del FAROUK sulla base della disponibilità di 2 miliardi di lire oltre al compenso per il loro impegno. I due referenti del SISDE hanno certamente contattato un certo GHISU, originario di Alà dei Sardi, ma dimorante in Toscana, nonché un nipote di MESINA Graziano che, il periodo, lavorava presso il cantiere di forestazione di “Funtana Bona”. Di tutto questo venne informato (certamente entro il 1º luglio) il dr. Mauro MURA. Lo stesso dr. MURA, del resto, non aveva preso in alcuna considerazione la comunicazione fatta pervenire, con nota del 3.07.1992 dal M/llo dei C.C. POSADINO Ignazio (vedi allegato n. 7) che contiene, con il sequestro ancora in corso, una indicazione del luogo di prigionia
del piccolo FAROUK KASSAM, molto dettagliata e, soprattutto, molto prossima al luogo di effettiva, accertata, tenuta in detenzione del giovane sequestrato.
In tutto questo, conferme e particolari potranno essere richiesti al Sovraintendente della Polizia di Stato UDA Mario, che, nonostante le sue brillanti doti investigative, che gli fecero meritare una promozione di grado per eccezionali meriti di servizio in merito alle complesse e difficili indagini che avevano portato alla scoperta degli autori del sequestro dell’avv. Pietro RICCIO, Deputato al Parlamento, sequestrato nel novembre 1975 nei pressi di Asuni (Oristano), venne relegato alla Polizia Ferroviaria di Cagliari, per una sua non gradita partecipazione alle prime indagini relative al sequestro KASSAM.
Lo stesso UDA potrà essere sentito in merito al sequestro di Gianni MURGIA, sequestrato nelle campagne di Dolianova il 20 ottobre 1990, rilasciato dopo diversi mesi di dura prigionia e che, una volta tornato libero dietro il pagamento di un riscatto di seicento milioni, rivelò immediatamente una lunga serie di particolari da lui accuratamente annotati durante i mesi della sua prigionia sia in merito ai suoi sequestratori sia ai luoghi della sua detenzione. Nonostante la sua totale collaborazione offerta sin dai primissimi giorni successivi alla sua liberazione, il dr. MURA si rifiutò di prendere in considerazione le affermazioni del MURGIA, che, violentemente indispettito del trattamento riservatogli, ha sempre tenuto atteggiamenti violentemente contestatari nei confronti degli investigatori che si occuparono del suo sequestro e, soprattutto, del dr. MURA, che si era occupato della direzione delle indagini relative al suo sequestro. Lo stesso MURGIA ha partecipato ad una serie di dibattiti televisivi, incontri, convegni, in cui ha sempre violentemente contestato il trattamento riservatogli, in quanto se le sue dichiarazioni fossero state prese in
considerazione si sarebbe arrivati pressoché immediatamente all’individuazione e alla cattura degli autori del suo sequestro, che, invece, solo per effetto della paziente e sagace presa in considerazione delle sue dichiarazioni del Sovr. della Polizia di Stato Mario UDA, portò, solo a distanza di anni, all’individuazione di parte degli autori del suo sequestro.
Tutto ciò risulta ampiamente nella “Autobiografia” del suo sequestro scritta dallo stesso Gianni MURGIA e costituente l’allegato n. 8.
E come si è detto la “costante” di affermare che i sequestrati sono stati liberati dalle Forze dell’Ordine senza il pagamento di riscatto è smentita dall’effettivo vero svolgimento di numerosi sequestri: così il VINCI, ricco commerciante di Macomer (NU), dopo una prigionia durata ben nove mesi, ha dovuto pagare per la sua liberazione circa quattro miliardi di lire, laddove la versione ufficiale di Forze dell’Ordine e Procura Distrettuale è sempre stata quella di liberazione ad opera delle stesse Forze e senza il pagamento di alcun riscatto. Il VINCI, evidentemente indispettito per la lunga prigionia subita e per l’ingentissimo riscatto pagato, è pronto a fare piena luce sull’effettivo svolgimento dei fatti inerenti il suo sequestro e la sua liberazione. Il sequestro VINCI si intreccia con il sequestro dell’impresario romano CHECCHI, che, sempre secondo la versione ufficiale, venne liberato dai C.C., laddove, invece, avendo il dr. MURA effettuato l’arresto di un gruppo di autori del sequestro VINCI, come si è detto strettamente collegato anche con quello
dello stesso CHECCHI e della signora Vanna LICHERI di Abbasanta; i custodi che lo detenevano in una grotta situata in un dirupo di montagne di difficilissimo accesso, appresa per radio la cattura dei loro complici, ritennero per loro opportuno abbandonare l’ostaggio che, sebbene libero, dovette penare a lungo, per molte ore, per richiamare l’attenzione dei Carabinieri, soltanto grazie all’aiuto dei quali riuscì a discendere dal suo luogo di prigionia, situato in luogo sia di difficile accesso che di altrettanto difficile e pericolosa discesa.
E, come si è detto, il sequestro VINCI si collega strettamente al sequestro della signora Vanna LICHERI, che, sequestrata nelle campagne di Abbasanta, ha trovato la morte e non è rientrata dal suo sequestro, al pari di altri sequestrati, quali il farmacista Paolo RUJU di Orune e il commerciante di Tempio Giuseppe SIRCANA, tutti sequestri (le cui indagini, condotte in modo non certo commendevole dal dr. Mauro MURA) si sono concluse con il mancato rientro dell’ostaggio e la morte di quest’ultimo.
In particolare, per quanto attiene il sequestro della signora LICHERI, affidato al Sostituto della D.D.A. dr. Mario MARCHETTI, allorché il dr. MURA ottenne dal GIP del Tribunale di Cagliari, dr. Michele JACONO, molto vicino per “colorazione” politica al dr. MURA, le misure di custodia cautelare di un gruppo di cinque o sei persone, di Orgosolo e Dorgali (NU), responsabili dei sequestri VINCI e CHECCHI e procedette al loro arresto,
scoppiò un violento litigio fra il dr. MURA e il dr. MARCHETTI, come abbiamo visto responsabili delle indagini relative al sequestro della LICHERI, i cui sequestratori, una volta appresa la notizia dei suddetti arresti, procedettero all’eliminazione della signora. Sia per tale esito tragico della vicenda, sia, soprattutto, perché il dr. MARCHETTI aveva provveduto a trattare con l’emissario che avrebbe dovuto versare il riscatto per la liberazione della signora pur non essendo ancora in possesso della speciale autorizzazione del G.I.P. che autorizza il pagamento del riscatto quando si è in possesso di elementi tali da portare alla individuazione e alla cattura degli autori del sequestro.
Per “capire” tale situazione (per cui nei confronti del dr. Mario MARCHETTI è stato aperto procedimento penale dalla Procura della Repubblica di Palermo, ai sensi dell’art. 12 c.p.p.) all’unico imputato individuato nel sequestro LICHERI, certo GADDONE, che, in realtà, aveva svolto le funzioni di “emissario” o poco più, dopo due di carcere preventivo, sono stati inflitti ben trent’anni di reclusione dalla Corte d’Assise del Tribunale di Cagliari presieduta dal dr. Sandro LENER, con a latere la dr. M. Alessandra PELAGATTI, entrambi molto vicini, dal punto di vista dell’orientamento politico-associativo, al dr. MURA ed essendo stata a lungo la PELAGATTI giudice a latere alla Corte d’Assise di Cagliari quando la stessa era presieduta dal dr. Carlo PIANA.
A nessuno (e tanto meno ai difensori del GADDONE, avv. Andrea BICCHEDU e avv. Pasquale RAMAZZOTTI entrambi del Foro di Cagliari) è sfuggito che, contrariamente alla prassi costantemente seguita dalla D.D.A. di Cagliari, secondo cui il Sostituto che ha seguito le indagini relative ad un sequestro di persona, sostiene l’accusa nella successiva fase dibattimentale del giudizio, in questo caso, pur avendo il dr. MARCHETTI svolto le indagini preliminari relative al sequestro LICHERI, l’accusa in dibattimento è stata sostenuta dal dr. Mauro MURA. Ciò si è reso necessario, dato l’inizio di procedimento penale a Palermo nei confronti del dr. MARCHETTI;
altro procedimento, aperto a Palermo, sempre ai sensi dell’art. 12 c.p.p., è relativo all’intromissione del predetto magistrato nell’interesse di un suo “confidente” o “collaboratore di giustizia”, certo CAPPAI Franco, grosso trafficante e spacciatore di sostanze stupefacenti, che, recatosi in territorio di competenza della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari, venne arrestato dal Sostituto di detta Procura, dr. Giuseppe PORQUEDDU. Le indebite ingerenze del dr. MARCHETTI, indussero lo stesso dr. PORQUEDDU ed il Procuratore di Sassari, dr. Giovanni Antonio MOSSA, a riferire in proposito al Procuratore della Repubblica di Palermo, che ha aperto, appunto, procedimento penale nei confronti del dr. MARCHETTI;
e non solo questi i soli procedimenti aperti a Palermo, nei confronti del dr. Marchetti: un altro, infatti, ne è stato aperto, in seguito alle accuse rivolte da un detenuto, sostenute, per altro, da almeno un’altra persona, secondo cui il dr. MARCHETTI avrebbe fatto uso, in sua presenza, di sostanza stupefacente (cocaina) e sarebbe stato invitato, dal medesimo magistrato, a farne uso, a sua volta;
ed il dr. MARCHETTI non è il solo Sostituto ad avere procedimenti aperti a Palermo relativi a tale materia: anche nei confronti del dr. Alessandro PILI, Sostituto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, risulta aperto un procedimento penale per uso di sostanza stupefacente (cocaina) insieme ad una ragazza, amica di certa ASCHIERI, fatta condannare dal dr. PILI per spaccio di sostanza stupefacente e particolarmente “invelenita” nei confronti del suddetto magistrato, avendo il medesimo coinvolto nello stesso procedimento che la riguardava, con le stesse accuse, altri componenti della sua famiglia da lei ritenuti estranei alla vicenda e completamente innocenti. Tali sue convinzioni la spinsero a clamorose manifestazioni di contestazione e di protesta, come, per esempio, l’incatenarsi all’ingresso principale del Palazzo di Giustizia di Cagliari.
Le accuse, nel procedimento a carico del dr. PILI a Palermo, sarebbero sostenute da cassette audio e videoregistrate, in cui il predetto magistrato farebbe uso di cocaina insieme alla donna più sopra indicata e sarebbe stato colto in atteggiamenti di carattere sessuale molto intimi con la stessa;
per quanto attiene comportamenti del genere suddetto, anche altri Sostituti della Procura della Repubblica di Cagliari si sono trovati coinvolti in situazioni del genere.
[OMISSIS]
altro Sostituto della Procura della Repubblica di Cagliari che ha avuto “problemi” del genere sopraindicato è il dr. Valerio CICALÒ, del quale, deve prima parlarsi della sua propensione a tentare di “montare” grossi procedimenti riguardanti personaggi importanti (valga, per tutti, l’esempio del procedimento contro vari appartenenti della famiglia CELLINO, tra cui il più noro è il dr. Massimo CELLINO, Presidente della squadra di calcio del “Cagliari”) basati su elementi di dubbio riscontro e destinati, parrebbe, ad esiti non positivi, in ciò imitato dal dr. Mauro MURA, che ha visto diverse sue inchieste (vedi, tra gli altri gli imprenditori PIREDDU, l’ing. Enrico MONTALDO ed il dirigente dell’AIAS Bruno RANDACCIO) partite con richieste di procedimenti di custodia cautelare, accolte dal G.I.P., per lo più il dr. JACONO ed il dr. BONSIGNORE (della stessa sua corrente politico-associativa), con relativi arresti e restrizioni in carcere, poi completamente ribaltate dal Tribunale del Riesame, i cui provvedimenti sono sempre stati confermati dalla Cassazione.
[OMISSIS]
ed ancora sotto un altro aspetto, non certo encomiabile, due Sostituti della Procura di Cagliari, il dr. Mario MARCHETTI ed il dr. Paolo DE ANGELIS, unitamente ad altri magistrati di Sassari, il dr. Antonio DEMURO, GIP presso il Tribunale di Sassari ed il dr. Mariano BRIANDA, in servizio presso la Pretura Circondariale di Sassari, si sono messi in luce, tenendo, per molti anni, corsi per laureati in giurisprudenza che intendevano vincere il concorso di uditore giudiziario, per l’ingresso in magistratura. Detti corsi pagati “in nero”, quindi con possibili risvolti di evasione fiscale e senza alcuna autorizzazione (è noto che ogni magistrato non può svolgere alcun incarico extra-giudiziario senza l’autorizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura e previo parere del Consiglio Giudiziario del proprio Distretto) e, pertanto, con inevitabili riflessi di carattere disciplinare, sono stati tenuti a Sassari, dietro pagamento di somme elevate, sborsate dai partecipanti ai corsi stessi, come meglio risulta sia dal già menzionato allegato n. 9, sia da altro anonimo, pervenuto agli stessi indirizzi del primo (vedi allegato n. 10);
come insegnanti a detti corsi, tenutisi, per lo più, “mascherati” come corsi serali professionali, di sera, presso il liceo ginnasio “Azuni” di Via Rolando, 4 a Sassari, con il consenso del Preside di tale liceo prof. Anton Giulio BRIGAGLIA, hanno partecipato, oltre alcuni professori di Università, gli avv.ti Francesco Luigi SATTA, Agostinangelo MARRAS e Pietro DIAZ.
Numerosi sono stati gli “allievi” di detti corsi che hanno superato il concorso e che sono diventati magistrati, fra cui diversi figli di magistrati (vedi, ad esempio, il dr. DESSÌ, uditore giudiziario, figlio del dr. Enrico Dessì, Consigliere della Corte d’Appello di Cagliari). Per ogni ulteriore particolare pare opportuno rimandare agli allegati n. 9 e 10.
Il dr. Mario MARCHETTI, nella sua scheda presentata annualmente, relativa ad eventuali mutamenti di dati anagrafici ed altro, nella parte riguardante gli incarichi extragiudiziali ricoperti, ha fatto una sia pur parziale, ma importantissima, ammissione, confermante la sua, effettiva, partecipazione all’insegnamento dei corsi non autorizzati, asserendo di avere “effettuato un limitato numero di lezioni, per compensi non elevati” (sul punto appare opportuno sentire il Procuratore Generale della Repubblica, dr. Francesco PINTUS).
Molto interessante appare la circostanza secondo cui il dr. Antonio DEMURO, in occasione dei suoi viaggi da Sassari a Cagliari per partecipare alle riunioni del Consiglio Giudiziario di cui faceva parte, aveva l’abitudine di trattenersi a dormire presso certe sue “amiche” e conterranee (essendo, egli, di Lanusei e, quindi, come lui, ogliastrine), studentesse Universitarie, SALIS Assunta, nata ad Ulassai — NU — il 17.09.1975 e DEIDDA Stefania, nata ad Ulassai il 09.01.1974, nel loro domicilio situato in Cagliari, Vico Manno n. 6. In tale domicilio, il 17.12.1996, si verificò un furto, rimasto a carico di ignoti. La SALIS presentò denuncia
alla Stazione Carabinieri Cagliari Stampace, competente per territorio, facendo riferimento ai preziosi sottratti, a lei e alla sua collega, come risulta dalla denuncia stessa (vedi allegato n. 11). La stessa, però, non fece alcuna menzione del fatto che, oltre tali preziosi, fossero stati sottratti diversi documenti, lasciati dal dr. DEMURO nella suddetta abitazione, fra cui le liste dei partecipanti ai corsi, le frequenze, le somme incassate ed altri particolari relativi ai corsi stessi.
Lo stesso dr. DEMURO, avvertito dalle sue “amiche” del furto dei suoi documenti, si precipitò a Cagliari e chiese, con insistenza, unitamente al dr. Mario MARCHETTI (essendo, i due, i veri organizzatori dei corsi più volte menzionati), notizie in merito al furto subito dalle sue “amiche”, fatte passare come “parenti”, e circa il possibile rintraccio degli autori del furto (senza, ovviamente, fare alcun riferimento ai documenti sottratti), al Comandante della Stazione dei Carabinieri di Cagliari-Stampace, M/llo C.C. Agostino SABA, al Capitano dei C.C. MARINO, Comandante la Compagnia C/C. di Cagliari, ed al Maggiore dei C.C. PALAZZI, all’epoca Comandante il Reparto Operativo del Comando Provinciale C.C. di Cagliari. Le ricerche degli autori del furto rimasero senza esito e si ignora quale fine abbiano fatto sia i preziosi sottratti alle due studentesse di Ulassai sia i documenti sottratti al dr. DEMURO, della cui sottrazione, il medesimo ebbe tanto (e a buona ragione) motivo di preoccuparsi.
Appare quanto mai opportuna una approfondita indagine sia su questo aspetto della vicenda, sia sull’intero svolgersi della stessa, essendo la vicenda stessa quanto mai rilevante per i suoi risvolti di carattere disciplinare e fiscale, che ha visto implicata una serie di magistrati non forniti di alcuna autorizzazione — lo si ripete — per l’esercizio dei corsi più volte menzionati.
Ciò tanto più in quanto, nonostante della vicenda siano stati informati i locali Presidente della Corte e Procuratore Generale della Repubblica, il Consiglio Superiore della Magistratura, la Procura Generale presso la Cor