IL MAXIPESTAGGIO DEL CARCERE DI SAN SEBASTIANO

Nel marzo 1999 Giancarlo Caselli, dopo sette anni alla guida della Procura di Palermo, si trasferisce al Ministero di Grazia e Giustizia, ove assume l’incarico di Direttore generale del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria [DAP], chiamato per espresso volere del ministro comunista Oliviero Diliberto a sostituire il troppo garantista Alessandro Margara.
Caselli porta nel DAP la sua impronta giustizialista, con la costituzione, nell’ambito della Polizia Penitenziaria, dell’UGAP [Ufficio Garanzie Amministrazione Penitenziaria] e dei GOM [Gruppi Operativi Mobili]; il primo è un organo che assume le caratteristiche di un vero e proprio servizio segreto penitenziario, mentre i secondi sono gruppi operativi da impiegarsi nelle situazioni <<difficili>>, come ad esempio una rivolta in carcere.
L’ombra dei GOM e di ordini superiori emergerà, nell’aprile 2000, dietro il famoso pestaggio di San Sebastiano, il carcere di Sassari, quando circa 40 detenuti, colpevoli di aver preso parte a un’animata protesta per talune restrizioni del regime detentivo, sono stati malmenati, a fini manifestamente punitivi, da un’ottantina di agenti di Polizia Penitenziaria, sotto lo sguardo e comunque con la tolleranza dei superiori.
Il caso esploderà, clamorosamente, nel mese di giugno, quando il GIP presso il Tribunale di Sassari Mariano Brianda, su richiesta dei PM Porqueddu e Caria, emetterà 82 ordini di custodia cautelare in relazione al pestaggio, interessanti tra l’altro, oltre a numerosi agenti di Polizia Penitenziaria in servizio a San Sebastiano, la direttrice del carcere sassarese, Maria Cristina Di Marzio, il capo delle guardie, Ettore Tomassi, e il Provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, Giuseppe Della Vecchia.
Il ministro Diliberto, con strana tempestività – forse avvertito indirettamente da Magistratura Democratica, corrente di cui fa parte il giudice Brianda – aveva chiesto, poco prima, di non essere riconfermato alla guida del Ministero della Giustizia col pretesto di dover seguire più da vicino il Partito [PDCI], evitando, così, di essere coinvolto nello scandalo.
La vile aggressione di stampo nazista a detenuti rei soltanto di una protesta non violenta, non può essere il frutto di un’alzata di testa occasionale della Polizia Penitenziaria del carcere sassarese, bensì pare essere stata determinata da un’accorta regia, pianificata e centralizzata, probabilmente neanche a livello regionale, bensì a livello nazionale; un coinvolgimento diretto nell’inchiesta della magistratura sassarese dei vertici del DAP e di un ruolo attivo nel pestaggio dei GOM, organo centralizzato e diretto a livello nazionale, appare cosa più che plausibile, e che getta una luce fosca sull’operato dell’ex Procuratore di Palermo – non contento dei casi Andreotti, Lombardini, Carnevale, Musotto, etc. – ai vertici dell’amministrazione penitenziaria.
Nonostante questi gravi dubbi, gli esiti dell’inchiesta della magistratura di Sassari non hanno certo dissipato i dubbi, poiché gli imputati sono stati quasi tutti assolti o, comunque, condannati a pene minime; non si capisce, davvero, chi sia l’autore del pestaggio!