Fin dal 1991, dopo la dissoluzione del regime di Siad Barre, si è giocata in Somalia, spostandosi ultimamente nel Sudan, una complicata partita a scacchi tra gli Stati Uniti, allora governati da Bill Clinton, la Gran Bretagna, mossa da una politica del denaro invariata dal governo conservatore di John Major a quello laburista di Tony Blair, e la Cina, che col pretesto di fornire aiuti umanitari (ad esempio la costruzione di un ospedale per bambini a Bosaso) e col fine visibile di occuparsi di petrolio, ha costituito nella zona una propria consolidata presenza paramilitare, in nessun modo contrastata dagli americani, e men che meno dai britannici.
In tutta questa vicenda l’Italia, che pure fu, insieme con la stessa Gran Bretagna, paese colonizzatore della Somalia, e che, tramite il SISMI, ha da sempre una notevole presenza nella zona, ha assistito come paese colonizzato.
La connection, che ha quale finalità principale la tutela di interessi misti, anglo-cinesi, circa il petrolio realmente esistente nel Sudan (di cui solo una parte viene sfruttato ed estratto, e laddove i cinesi hanno investito parecchio) e quello che sempre i cinesi ritengono esista nella zona di Bosaso, passava per una certa signora Cox, membro della House of Lords britannica, esponente conservatrice, della quale risultavano i legami col predicatore estremista americano Pat Robertson (oggettivo alleato di Clinton, per avere, nel 1992, fatto lega col miliardario Ross Perot concorrendo a togliere a George Bush senior i voti che gli provocheranno la sconfitta) e che a quanto pare, col pretesto di condurre una vera e propria “crociata” cristiana contro il governo a maggioranza musulmana del Sudan, accusato (non sempre a torto) di pratiche discriminatorie nei confronti delle popolazioni cristiane di pelle nera del sud del paese, riuscirà potentemente a condizionare la politica del paese africano, e a far venire la dirigenza musulmana a miti consigli con gli interessi anglo-cinesi, laddove, in realtà gli inglesi occultano abilmente il loro interesse al petrolio sudanese (e al futuribile petrolio somalo) dietro la loro partecipazione in una compagnia petrolifera cinese.
Peraltro, per quanto riguarda la Somalia, gli inglesi ne condizionano le sorti in altro modo, per un verso soffiando sul fuoco delle pulsioni indipendentiste della parte settentrionale del paese, il Somaliland, a lungo colonia britannica, per altro verso essendo riusciti a porre il simulacro di governo somalo da poco eletto sotto la pesante tutela della Nigeria, paese membro del Commonwealth parimenti molto interessato, come produttore, ai discorsi petroliferi.
Il lavoro sporco è stato lasciato tutto ai cinesi, i quali, apparentemente senza alcuna contrarietà da parte dell’amministrazione americana di Bill Clinton, e oggi nell’indifferenza dell’amministrazione di George W. Bush distratta da ben altri e noti problemi in Iraq, con la scusa di proteggere le installazioni e le postazioni di ricerca petrolifera alle quali hanno interesse, hanno fatto confluire ufficiosamente, senza alcuna richiesta ma di fatto con la tolleranza del governo sudanese e di quei “signori della guerra” somali che controllano la zona di Bosaso, truppe sempre più ingenti, e hanno iniziato, quali bravissimi mediatori, a vendere su vasta scala ai sudanesi e ai somali ingenti quantitativi di armi da guerra, a quanto pare non di produzione propria, ma acquistate in Italia (ancora una volta, gli inglesi si nascondevano dietro un dito).
Le pesanti connivenze anglo-cinesi, che come vedremo passano anche per l’Italia nel solito ruolo di colonia, passarono inizialmente per il settore delle comunicazioni e di internet, giacché la compagnia britannica Cable & Wireless, un tempo di proprietà pubblica, poi privatizzata da Margaret Thatcher ma non senza che il governo di Sua Maestà mantenesse nella compagnia una solida golden share, nel gennaio 1999, in coincidenza col ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese, acquisì, o meglio si fuse con, un colosso delle comunicazioni e della connettività del luogo, giacché da allora, di fatto, la Cable & Wireless divenne una compagnia anglo-cinese.
Nello stesso anno, la Cable & Wireless acquisisce la società informatica di Roma Unidata, la quale, controllata da persone molto vicine ai DS (che, con la CGIL e svariate amministrazioni locali “rosse”, si rifornivano, per la connettività internet, esclusivamente presso questa società, e Unidata, divenuto Massimo D’Alema Presidente del Consiglio (col determinante appoggio di Francesco Cossiga, molto sensibile a certe “sirene” britanniche), prese a conquistare una marea di contratti con le più svariate pubbliche amministrazioni, compresi addirittura l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza.
Sostanzialmente, si avverò una situazione paradossale: la connettività internet di svariate pubbliche amministrazioni, comprese quelle strategiche come le forze dell’ordine e la magistratura, e nell’auspicio che ciò non sia accaduto anche per i servizi segreti (almeno il SISDE dovrebbe essersi sempre basato sulla rete autonoma del Ministero dell’Interno), si trovarono di fatto sotto il duplice controllo inglese e cinese, di quelle stesse potenze che avevano interesse a organizzare o comunque tollerare, probabilmente acquistando da imprese italiane, gli intensi traffici di armi in atto in Somalia e nel Sudan. Chissà quante comunicazioni, anche riservate, intercorse nel circuito della Pubblica Amministrazione, magari con facili rassicurazioni sulla sicurezza, sono finite in “tempo reale” a conoscenza dei servizi segreti cinesi, o al limite dell’MI6!!!
Alla tendenza pose fine Silvio Berlusconi, quando, asceso nel 2001 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, su consiglio del ministro Lucio Stanca, uomo della IBM (non particolarmente legata agli ambienti democratici americani), diede un decisivo impulso alla creazione di una rete unitaria ed autonoma di connettività internet e intranet della pubblica amministrazione italiana (RUPA), la quale, spesso rimpiazzando Unidata, prese a fornire, con ben minori costi e ben maggiore sicurezza, connettività alle Pubbliche Amministrazioni, e in particolare al Ministero della Giustizia, agli uffici giudiziari e ai Carabinieri, mentre la Polizia e il SISDE continuano a servirsi di una rete autonoma del Ministero dell’Interno.
Queste magari sono cose tecniche molto barbose, da intenditori di internet e dintorni, ma rendono bene l’idea di un certo assetto di interessi che si era creato in Italia quando regnava D’Alema, col nostro Paese terra di conquista sotto ogni punto di vista per la lobby anglo-cinese che aveva tutto l’interesse a tollerare, se non a organizzare direttamente, intensi traffici d’armi in Somalia e nel Sudan, con enormi profitti per i fabbricanti d’armi italiani, che non si sono mai preoccupati troppo sulla destinazione dei loro prodotti. E, alla luce di queste circostanze, non appare affatto strano che il lavoro della magistratura, inteso ad accertare la verità sul caso Ilaria Alpi e su quello, probabilmente ad esso connesso, dell’elicottero della Guardia di Finanza Volpe 132 abbia incontrato numerosi ostacoli, come ad esempio a Roma quando il Pm Giuseppe Pititto, che pareva intenzionato ad agire seriamente per l’accertamento della verità fu improvvisamente rimosso dall’incarico a favore di altri magistrati notoriamente molto più attenti alle esigenze dei servizi segreti, in particolare del SISMI, e come ad esempio quando l’equipaggio del “Lucina”, la nave che, secondo alcuni testimoni oculari, Volpe 132 stava pedinando dal cielo prima di esplodere, fu eliminato a più riprese, la maggior parte di esso nella nota strage di Algeri del luglio 1994, secondo una fonte informativa britannica (non a caso britannica) all’esito di un trasporto di armi, e un superstite, il “gladiatore” Guido Giacomina, morendo misteriosamente anni dopo nelle isole del Capo Verde.
Beninteso, correvano gli anni in cui, liquidata la parentesi del primo governo Berlusconi, gli uomini che comandavano in Italia erano Scalfaro, Presidente della Repubblica, D’Alema, segretario dei DS e, per un certo tempo, Umberto Bossi, segretario della Lega Nord, che diede l’appoggio decisivo per la caduta del primo governo Berlusconi e per la nascita dell’ambiguo governo tecnico del “rospo” Lamberto Dini e nel 1996, presentandosi in proprio, consentì al centrosinistra di vincere le elezioni; tutti a quanto pare ebbero i loro tornaconti, perché D’Alema divenne l’uomo più potente d’Italia, Scalfaro continuò a dormire sonni tranquilli nonostante i fantasmi emersi dall’inchiesta sul SISDE soffocati dalla Procura di Roma (mirabile, al riguardo, la “confessione” di Francesco Misiani nel suo bel libro “La toga rossa”), Bossi evitò i fastidi dell’inchiesta “Phoney Money” dalla quale erano emerse cose poco chiare relativamente a denaro riciclato e a finanziamenti tedeschi alla Lega, che ebbe di fatto termine quando una vecchia conoscenza degli ambienti giudiziari sardi, Maria Del Savio Bonaudo (si, quella del caso di Cogne!), avocò a sé l’inchiesta sottraendola al PM David Monti, che aveva denunciato addirittura l’emersione di una “nuova P2”.
Se è vero che lo Stato, in quegli anni, si è pure compenetrato con la lobby anglo-cinese, dovranno essere effettuati accurati accertamenti per stabilire le ricadute di questa situazione, anche con riguardo a vicende molto, molto scabrose, su cui non si riesce in alcun modo a scoprire la verità in mezzo a mille depistaggi, prima tra tutti quella di Ilaria Alpi e, prima tra tutte tra quelle che interessano la Sardegna, Volpe 132.
A tale proposito: chi è il signor Chen Chung Chu John, cittadino della Repubblica Popolare Cinese, probabilmente legato al provider Unidata, che spunta fuori come riferimento di chi non potreste mai immaginarvi? Presto lo saprete, ma non lontano dalla Fiera Campionaria, qui a Cagliari, c’è chi lo sa già bene.
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