19 05 2004 - IL CASO VERNESONI: UNA VICENDA DA SEGUIRE CON ATTENZIONE

Il tenente colonnello della Guardia di Finanza Roberto Vernesoni, avendo peraltro lavorato sempre in silenzio, si è rivelato essere uno degli investigatori più intraprendenti e coraggiosi dello spesso triste panorama degli inquirenti sardi, all’altezza dei grandissimi del recente passato come l’ispettore di Polizia Mario Uda e il colonnello dei Carabinieri Enrico Barisone.
Oggi quest’uomo, accusato anche da alcuni commilitoni, e naturalmente dai soliti “pentiti” spesso poco credibili, come tale Littera non molto tempo fa riarrestato per traffico di droga dalla Procura di Vicenza (non da quella di Cagliari … ci mancherebbe!!!), deve oggi rispondere avanti a un Tribunale, a un collegio di quel Tribunale di Cagliari che è da tempo regno di incompatibilità, dell’infamante accusa di aver distratto, per rivenderseli in proprio, due chilogrammi di cocaina da un quantitativo in sequestro.

Quando a essere trascinato sul banco degli imputati è un investigatore, un servitore dello Stato che ha sempre fatto più che bene il suo lavoro, i dubbi sono più che legittimi, come nei casi simili accaduti in Sicilia – ad esempio per l’ufficiale dei Carabinieri Carmelo Canale, già braccio destro di Paolo Borsellino – e si fanno ancora più acuti se a sostenere l’accusa, nonostante ben intuibili ragioni di incompatibilità, è quello stesso sostituto procuratore, il dottor Mario Marchetti, ai cui ordini il tenente colonnello Vernesoni ha posto a segno ben più d’una operazione antidroga.
In altri uffici giudiziari, ovvie ragioni di opportunità avrebbero suggerito al dottor Marchetti di farsi da parte, di cedere ad altri il compito di rappresentare l’accusa, e lo stesso procuratore Carlo Piana avrebbe dovuto vigilare: no comment!
Ma ciò che più puzza sono alcune circostanze che sotterraneamente si conoscono circa le attività svolte negli ultimi anni dal tenente colonnello Vernesoni, il quale, oltre ad aver fatto ampio uso in modo informale di “agenti provocatori”, tra i quali probabilmente ci sono anche due “pentiti” fondamentali testi d’accusa, pare avesse stabilito un rapporto “parallelo” con Luigi Lombardini, il quale forse teneva a controllare da vicino le vicende della criminalità di casa sua, ossia Villacidro e la vicina Guspini; ma soprattutto, il tenente colonnello Vernesoni inoltrò nel marzo 1997 alla DDA cagliaritana un rapporto, stranamente introvabile negli atti dei processi per il sequestro di Silvia Melis, in cui si esponeva un quadro di indizi gravi e concordanti circa la partecipazione al sequestro quale “talpa” di un intoccabile legato alla Massoneria e a taluni potentati cagliaritani non esenti da legami con magistrati, e ancora, nella fase terminale del sequestro, raccolse ulteriori elementi che avrebbero consentito di tracciare una pista idonea a giungere agli ultimi custodi di Silvia.
Tutte ragioni che, fino a prova contraria, ci fanno seriamente dubitare della solidità e della serenità delle accuse mosse contro Vernesoni, che con le proprie attività si è creato vari nemici non tutti sulla sponda della delinquenza, ci fanno affermare che un giudice attento, un collegio giudicante attento e soprattutto sereno e imparziale non può non considerare la possibile attendibilità della tesi che gira nella malavita, che non avrebbe alcun interesse a difendere Vernesoni dato quanti colpi ha inferto al narcotraffico, e secondo la quale la cocaina che secondo l’accusa è stata stornata dal tenente colonnello era in realtà destinata all’ennesimo agente provocatore, quindi per attuare normali, magari un po’ disinvolte, operazioni di servizio.
Vedremo. Vedremo, soprattutto, se usciranno fuori nuove verità anche sulla vicenda Volpe 132, e non solo; una cosa è certa: su accuse così incredibili si deve fare definitiva chiarezza, non con sentenze indiziarie e sbrigative, ma guardando ai FATTI, solo ai FATTI, se non si vogliono demotivare le forze dell’ordine, lanciando il messaggio che chiunque, tra finanzieri, poliziotti, carabinieri ma anche magistrati, facendo appieno il suo dovere corra simili, infamanti rischi.