15 07 2005 - IL CASO SCARDELLA: 20 ANNI DOPO NUOVI SCENARI. DA INCUBO.

Una brutta storia di oltre vent’anni fa torna brutalmente d’attualità grazie a un bel libro (“Il caso Scardella. Una storia di Mala Iustitia”) che fa gradevolmente il verso al nostro sito, al battage che ne è stato fatto su molti siti internet antagonisti o vicini agli anarchici, all’incessata iniziativa dei familiari della vittima intesa a scoprire la verità al fatto che il problema è stato ora preso a cuore da molti parlamentari di sinistra, laddove all’epoca dei fatti sembrò esservi invece parecchia disattenzione.
Aldo Scardella, un ragazzo di 25 anni che sbarcava il lunario come poteva, facendo il venditore ambulante, 20 anni fa fu arrestato, sulla base di indizi abbastanza labili – quali un suo berretto ritrovato nei pressi del luogo del delitto, luogo nel quale peraltro egli passava quotidianamente – e fu tenuto per ben sette mesi in isolamento, senza che né il PM né il giudice istruttore lo avessero interrogato, per poi essere trovato impiccato nella sua cella, nel carcere di Buoncammino.

Il suicidio di un detenuto, di un imputato in attesa di giudizio è di per sé una tragedia, ne sanno qualcosa in Sardegna coloro che erano vicini a Luigi Lombardini, ma ora spunta un mistero emerso grazie al valido libro di cui abbiamo detto: come mai gli esami eseguiti dopo la morte di Aldo Scardella fecero risultare nel suo sangue la presenza di metadone, laddove ciò non era risultato in occasione di analoghi esami eseguiti presso il carcere di Oristano, e atteso che, prestando fede alle parole dei familiari, Aldo Scardella non era mai stato consumatore di droghe pesanti? Insomma, forse che Scardella è stato drogato contro la sua volontà forse che, addirittura, c’è da porre in dubbio il suicidio, quanto meno che questo abbia corrisposto a una libera determinazione dello sfortunato giovane?
Ciò che colpisce è il fatto che non si tratta della sola morte misteriosa registrata nel caso Bevimarket, laddove, per la rapina a quell’esercizio commerciale e il conseguente omicidio del titolare, Gian Battista Pinna, il cagliaritano Walter Camba e il desulese Adriano Peddio hanno riportato, all’esito di indagini “riesumate” dopo 15 anni dal PM Giancarlo Moi, condanna definitiva. La stessa sorte toccò ad Antonio Fanni, il “pentito” ex trafficante di droga grazie alle cui rivelazioni fu riaperto il caso: prima dell’inizio del dibattimento di primo grado in Corte di Assise, fu trovato impiccato nella sua cella, e lasciò un biglietto al PM che per primo aveva raccolto le sue dichiarazioni, Mario Marchetti, chiedendo scusa per avergli raccontato delle bugie.
Alla luce delle nuove emersioni sulla misteriosa vicenda di Scardella, ben difficilmente questo altro suicidio può essere riguardato come una coincidenza, e allora la domanda da porsi è: vi erano rapporti tra Scardella, Fanni e i due condannati per la rapina-omicidio, Walter Camba e Adriano Peddio, sulla cui colpevolezza per quello specifico reato abbiamo in passato espresso dei dubbi, data la labilità di taluni elementi d’accusa e in particolare delle dichiarazioni dei “pentiti”, uno dei quali arrestato per detenzione di cocaina poco dopo le sue dichiarazioni?
Fanni, abbia detto o meno il vero sulla vicenda Bevimarket, sicuramente la sapeva lunga in tema di traffici di stupefacenti a cui egli stesso aveva preso parte, ma Scardella, per quanto estraneo ai giri del consumo e del traffico di eroina – prestando fede, e non vi è prova contraria, alle affermazioni dei suoi familiari e dei suoi amici – sapeva anche lui qualcosa di troppo per cui andava eliminato, in qualche modo “incanalato” sulla via del suicidio? E sapevano, sanno qualcosa di troppo Camba e Peddio, personaggi sicuramente contigui alla malavita cagliaritana, colpevoli o innocenti che siano per la vicenda Bevimarket? Qualcosa di talmente pesante da spingere taluno ad architettare nei loro confronti, con molta più abilità accuse calunniose analoghe a quelle che, forse, furono architettate in danno di Scardella?
La vicenda sembra andare ben oltre a un caso, che sarebbe peraltro uno dei tanti, di asserita scarsa professionalità di magistrati inquirenti, che peraltro all’epoca, sotto il “codice Rocco”, potevano fare in pratica ciò che volevano; e va rammentato che appena quattro anni prima vi fu, addebitata a eccessive conoscenze o ad intraneità in traffici di eroina nonché in imprecisati traffici, forse addirittura di armi o munizioni, coinvolgenti la base NATO di Decimomannu, la scomparsa di un’altra persona: Gianfranco Manuella, quell’oscuro avvocato civilista che diede il suo nome all’omonima vicenda in ordine alla quale la magistratura cagliaritana, se ha potuto gettare nel cestino le accuse infamanti e calunniose nei confronti di fior di galantuomini quali il compianto Aldo Marongiu, Sergio Viana, Bepi Podda e Giampaolo Secci, su tante altre cose non ha potuto, o voluto, fare chiarezza, essendo le zone d’ombra a tutt’oggi devastanti.
Ora, i familiari di Aldo Scardella non sembrano accontentarsi del facile gettar la croce per la tragica sorte del loro congiunto sugli inquirenti.