Siamo certi che Luigi Lombardini non si è suicidato perché stressato dal pur fastidioso interrogatorio da parte di Caselli e soci, lui che a suo tempo di interrogatori duri era un esperto, come siamo certi che non è stato in realtà ucciso, se non altro perché la dinamica dei fatti sembrerebbe incompatibile con tale ipotesi, tanto da renderla ai limiti della fantascienza.
Ma non è neppure vero, come ha detto il noto sedicente ed anonimo agente del S.I.S.De. (chissà se lo era davvero …) che rilasciò la ben nota intervista a Fiorentino Pironti de LA NUOVA SARDEGNA, che Lombardini si uccise per non essere costretto a rivelare l’identità degli appartenenti alla sua pretesa “Rete”, in ordine alla quale, tra l’altro, la Procura di Palermo ha archiviato l’inchiesta, nata dalla sempre fervida fantasia di Giancarlo Caselli che non pare piacere molto all’attuale procuratore Piero Grasso, che era stata tenuta in piedi per due anni sull’onda delle fantasticherie di Guido Lo Forte, l’odierno contestatore (con Scarpinato) di Grasso, in tema di “massoneria deviata”.
Lombardini, invece, si uccise perché giunse a quell’interrogatorio dell’11 agosto 1998 ben sapendo di trovarsi in un vicolo cieco, di non avere via d’uscita, di avere la sola alternativa di confessare quello che non aveva fatto o, probabilmente (certamente se dobbiamo stare alle indiscrezioni informalmente pervenute da ambienti del S.I.S.De.) finire in galera.
Giancarlo Caselli, in realtà, s’infischiava del genere di reati per cui si procedeva contro Lombardini, Grauso, Piras eccetera, a lui, invece, interessava un’altra cosa, che era nei suoi cromosomi di militante di sinistra, e di una sinistra abbastanza radicale benché avesse come solido referente partitico il P.D.S.: avrebbe gradito, sempre sul solco del “teorema Lo Forte”, che Lombardini gli raccontasse qualcosa di ciò che conosceva di ambienti ai quali egli era, per certo, molto vicino, ossia i Servizi Segreti pretesi deviati, ma soprattutto Gladio, che, ricordiamolo, aveva la base operativa in Sardegna, e quel che rimaneva, sempre nell’isola, della loggia massonica segreta P2, atteso che proprio in quella convulsa estate del 1998 si vociferò dell’individuazione a Cagliari, in una via non lontana dal Palazzo di Giustizia, di una sede di detta loggia, viva e vegeta benché disciolta, nonché, addirittura, del transito del “Venerabile” Licio Gelli, allora latitante, a Cagliari.
La scoperta dei santuari della “massoneria deviata” in Sardegna fu un obiettivo frustrato del giudice Agostino Cordova, che quando era procuratore di Palmi si scontrò contro una totale non collaborazione della Polizia sarda alla sua vasta inchiesta sulla Massoneria, e, pare, indagò sulla provenienza, di sospetto odor di ‘ndrangheta, di taluni cospicui investimenti immobiliari attuati a Cagliari da un personaggio che altri non era se non il prestanome di un potente massone; senza parlare, poi, dei traffici d’armi verso la Libia e l’Algeria, la cui rotta era in genere La Spezia – Olbia – Arbatax – Trapani – Africa, e che sono attività in cui sempre eccelse la Loggia P2.
Chissà che verminaio si sarebbe scoperto se per caso Lombardini, davanti a Caselli – che se ne fregava di Tito Melis e, relativamente, anche di Carlo Piana e Mauro Mura – in cambio di una adeguata interpretazione dei fatti di causa che escludesse ciò che era assolutamente da escludere, ossia l’estorsione, avesse detto tutto ciò che sapeva su queste belle cosette; ed effettivamente Lombardini, fino almeno a una settimana prima dell’interrogatorio, appariva deciso a “dire tutto” e anzi, girando armato fino ai denti, iniziava a prendere precauzioni, paventando che taluno volesse o potesse ucciderlo.
Sennonché c’è gente che è specializzata per dare consigli non richiesti e dannosi, e qualcuno, pochissimo prima dell’interrogatorio, consigliò Lombardini, non si sa in base a quale ragionamento, di tenersi abbottonato, di non dire nulla di ciò che sapeva (tanto che davanti ai PM non esternò neppure i suoi dubbi circa pretese attività di manipolazione di Tito Melis affinché imprimesse alle proprie dichiarazioni un certo indirizzo), disattendendo, invece, il consiglio che gli veniva dall’anonimo esponente del S.I.S.De. di Palermo, che indirizzava lettere a Salvatore Carboni (anch’egli, pare, legato al S.I.S.De.) con “consigli” per Lombardini, al quale consigliava, appunto, di “vuotare il sacco”.
L’identità di quel “qualcuno” dovette deludere amaramente Lombardini, poiché non si trattava di uno di quei “rossi” che l’avevano sempre combattuto, e dei quali forse, se avesse detto tutto ciò che sapeva, poteva divenire un beniamino (come lo divenne il grande Montanelli quando litigò con Berlusconi) bensì di un personaggio legato al Polo delle Libertà, forse anche impegnato politicamente (che pare, a suo tempo, si sia ben guardato dal riferire circostanze importanti, che dimostravano la slealtà della Procura di Cagliari nel procedimento di “controllo giudiziario” ex art. 2409 de L’UNIONE SARDA), il quale si faceva portavoce di tutte le pruderie ben nascoste dei ceti abbienti cagliaritani, tra i quali si celavano numerosi imprenditori che avevano rimpinguato i bilanci delle proprie aziende coi proventi di traffici d’armi e di droga, cosa che Lombardini sapeva benissimo, i quali già nel 1997 avevano premuto perché al “nero” Lombardini fosse preferito il “rosso” Piana, non certo perché questi fosse disonesto, bensì perché garantiva quella inazione che, invece, Lombardini non garantiva.
Fu lì che Lombardini si sentì definitivamente perduto, tradito. Non poteva flirtare coi “rossi”, dai quali mille miglia, per cultura, lo separavano, e non poteva neppure contare sui “neri”, sui “suoi”, che preferirono proteggere i disonesti. Probabilmente, quando scese al terzo piano del Palazzo di Giustizia per essere sentito da Caselli, Lombardini aveva già deciso di suicidarsi, anzi, l’aveva deciso molto prima, a giudicare dallo stato d’animo, fisico e mentale in cui apparve a chi lo vide due-tre giorni prima dell’interrogatorio.
Il “caso Lombardini” è solo in parte il frutto delle persecuzioni dei “comunisti” nei confronti del magistrato, solo in parte il frutto dell’inchiesta della Procura di Palermo: il “caso Lombardini”, che ha trascinato nel vortice anche Nicola Grauso e Antonangelo Liori (a Luigi Garau è stata impartita l’indulgenza plenaria da Tito Melis, e vedremo che ne penseranno i giudici di Palermo) è il frutto avvelenato dell’alleanza, basata sulla vigliaccheria e sul marciume, tra “certa” destra legata mani e piedi alla Massoneria deviata (non alla Massoneria ufficiale del Grande Oriente d’Italia, che brulica di galantuomini) e ai traffici più loschi, e “certa” sinistra delle Cooperative rosse e dei giudici politicizzati in affari coi peggiori faccendieri.
Sarà per questo che nessuno ha mai fatto la tanto richiesta ispezione negli uffici giudiziari di Cagliari? Che le nostre richieste di intervento cadono sistematicamente nel vuoto?
Gradiremmo tanto che ci dimostraste che non è vero, anche se dubitiamo che ci riusciate mai a farlo.
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