07 05 2004 - I SILENZI DI TITO MELIS: DRAMMA IN SALSA CALABRESE

Due conversazioni intercettate, chissà perché così difficili da reperirsi tra gli atti della Procura di Palermo, sono state lette e prodotte dall’avvocato Gianfranco Siuni al processo d’appello di Palermo a carico di Antonio Piras per le bizzarre accuse di estorsione rivoltegli in relazione al caso Melis, e forse hanno inciso nella determinazione dei giudici di assolvere l’avvocato di Gavoi, capovolgendo la decisione, supportata da motivazioni poco consistenti, presa in primo grado dal GUP Marcello Viola.
In una di queste Tito Melis, parlando con uno dei suoi soliti amici, forse Giagheddu, afferma che Silvia era stata “mollata”, perché a un certo punto “ne hanno avuto paura”; nell’altra, Silvia risponde, beffarda, a sollecitazioni insistenti del PM Mauro Mura a effettuare un sopralluogo a Locoe, e se ne esce con una frase del tipo: “Ma si, andiamo a fare il sopralluogo dove mi sono liberata da sola!”, con fare chiaramente derisorio.

E’ chiaro come queste conversazioni costituiscano la prova definitiva del fatto che Silvia Melis non si è affatto liberata da sola l’11 novembre, è stata liberata dai suoi carcerieri, e quella di Locoe non fu che una squallida e surreale messa in scena contro ogni evidenza, ma soprattutto emerge con chiarezza ancor più soverchiante che sia Silvia, sia suo padre Tito, sia soprattutto Mauro Mura erano ben consapevoli del fatto che vi era stata quella messa in scena, e che la realtà era ben diversa.
Sospendiamo il giudizio sull’interrogativo se anche il dottor Carlo Piana sapesse tutto al riguardo, perché non sarebbe la prima volta nella vicenda Melis in cui viene preso per i fondelli, a cominciare dall’11 luglio 1997 (col blitz di Lotzorai a carico di Giagheddu e Sgarella, a quanto pare scoraggiato dal procuratore, ma attuato ugualmente dalla polizia), magari poi costretto ad adeguarsi.
Suscita tuttavia interrogativi quella frase di Tito Melis secondo cui i banditi avrebbero avuto “paura” di Silvia, orbene, che paura si può dover avere di un ostaggio che, al limite, si può sopprimere se la preoccupazione è che riveli segreti compromettenti? Perso per perso, ricordiamo che in una situazione di difficoltà analoga non si esitò a far fuori la povera Vanna Licheri.
La “paura” derivava quindi, assai probabilmente, dalle accurate conoscenze che Tito Melis aveva acquisito, talora confidandole in dettaglio al maresciallo Francesco Testoni del ROS Carabinieri che ne riferiva puntualmente alla Procura distrettuale (chissà perché, ignorato sul punto, ma non su Lombardini), su strane manovre e ambigue frequentazioni in certi “giri” frequentati dalla figlia, con la quale prima del sequestro era in gran freddo disapprovando certe sue amicizie, e infatti, guarda caso, vi è un legame molto preciso tra un personaggio molto vicino a Silvia, in posizione ambigua rispetto agli eventi, e un altro personaggio che, secondo la polizia, collocò nell’auto di Tito Melis la seconda lettera dei rapitori nel giugno 1997.
Tito Melis sapeva bene cosa si muoveva tra Tortolì e Arbatax in quell’inverno del 1997, i tentativi di Grauso, alleato con Giorgio Mazzella, di rilanciare per davvero la Cartiera di Arbatax, gli ostacoli di varia natura frapposti dalla Regione e da potentati locali, forse anche l’interessamento alla vicenda della ‘ndrangheta, considerato che era molto ben informato su certe presenze di calabresi nei dintorni, a Barisardo, culla della “banda Piroddi”; sapendo di essere benestante, ma non certo ricco sfondato (come documenterà anche la Guardia di Finanza), comprendeva che il rapimento di Silvia, la cui ideazione fu più calabrese che sarda, poteva essere al contempo un mezzo per far raggranellare denaro a imprenditori che egli sapeva versare in difficoltà finanziarie e un pesante avvertimento a Giorgio Mazzella, che con Tito aveva legami di amicizia e che dall’epoca del sequestro-omicidio del padre vive con la paranoia dei rapimenti; aveva ammonito Silvia di tenersi alla larga da certe frequentazioni ambigue; era rimasto sdegnato dall’iniziale rifiuto della Massoneria, cui era affiliato, di soccorrerlo, laddove è chiaro il suo riferimento ai sequestri di serie A e di serie B all’intervento di Luigi Lombardini, sollecitato proprio dai “fratelli”, in ben più importanti sequestri come quello di Farouk Kassam e Miria Furlanetto.
In buona sostanza, Tito Melis ben sapeva che accurate indagini sulle frequentazioni di Silvia avrebbero portato a pesanti tracce investigative per giungere agli ideatori del sequestro, tracce che vi sono tuttora e che gli inquirenti non hanno inteso affatto approfondire, ed era consapevole del fatto che, se Silvia fosse stata eliminata, era perfettamente inutile, perché egli in persona, non più intimidito da minacce, avrebbe potuto dire la verità.
Tito Melis, invece, non ha detto nulla di questo, anzi, un un’ennesima “confessione” al maresciallo Testoni, disse di aver cambiato idea, con strana repentinità, sul ruolo di una persona che egli riteneva aver sicuramente preso parte all’ideazione e all’esecuzione del sequestro, sicuramente legata ai calabresi, e guarda caso, anche il tenente colonnello della Guardia di Finanza Roberto Vernesoni, in tempi non sospetti (fine febbraio 1997) inviò alla Procura un rapporto dove si esprimevano pesanti dubbi su questo personaggio, e non solo il rapporto sparì dagli atti processuali, ma Vernesoni, stranamente, fu poi coinvolto da un’accusa di aver stornato due chilogrammi di cocaina da un quantitativo in sequestro sulla base delle propalazioni di “pentiti” a quanto pare già in affari con la ‘ndrangheta nel settore del narcotraffico.
Possiamo ipotizzare che la ‘ndrangheta calabrese sia così forte da aver potuto intimidire così tanto Tito Melis, e da aver completamente depistato le indagini sul sequestro Melis, addirittura influenzando il cuore dello Stato? Forse si, se c’è nelle alte sfere qualcuno che interpreta la ragion di Stato nel senso di voler negare a tutti i costi la presenza dell’organizzazione criminale calabrese in Sardegna, specialmente con riferimento a certe storielle scottanti, come il traffico d’armi verso la Libia, la vicenda Volpe 132 e l’ingentissimo riciclaggio di denaro sporco attuato in Sardegna, tutte cose su cui lo Stato non può non sapere, e invece continua a non far finta di niente.