02 04 2004 - GLI ANARCHICI, QUESTI CONOSCIUTI …

Sembra che siano spuntati fuori dal nulla, questi anarchici, perlopiù giovani (qualcuno in verità vicino agli “anta”) che per ora sembrano solo giocare a fare i bombaroli, senza ferire nessuno, al massimo cagionando pur fastidiosi danni materiali a distributori di benzina, McDonald’s e simili, quanto meno se ci riferiamo non tanto agli anarchici “storici”, quelli tutti più o meno cinquantenni che fanno riferimento a un anarchismo coltivato in termini culturali piuttosto che politici e fanno capo ad istituzioni storiche e gloriose come l’Anarkiviu di Guasila, quanto agli anarchici appunto più giovani e “giocosi”, seppure ormai molto temuti da polizia e servizi segreti, le cui parole d’ordine sono un fritto misto di rivendicazioni storicamente veterocomuniste, ma che si scagliano anche contro esponenti del centrosinistra.
Fin dagli anni Ottanta ci si ricorda che in tutti i cortei dei vari movimenti pacifisti, studenteschi ed universitari, come anche nelle file degli ultras del Cagliari (che allora si chiamavano UCCN, fin quando non verranno fuori i mitici Sconvolts e i Furiosi) vi era costantemente una nutrita presenza di giovanotti di vedute anarchiche, che in genere andavano d’accordo coi comunisti e coi giovani di sinistra in generale e li rispettavano, ma talvolta non risparmiavano le intemperanze, come avveniva nei cortei contro il presidente Cossiga ove costoro, gli anarchici, inneggiavano goliardicamente alla sua impiccagione (“Cossiga sospeso a una funicella”, con riferimento alla minaccia di autosospensione del presidente) e cantavano allegramente “Dimissioni dello Stato” sull’aria di una nota canzoncina di Renato Rascel, facendo imbestialire non poco certi comunisti ortodossi che, benché amici di questi giovani anarchici, erano costretti dalla disciplina di partito ad affermare affranti: “Però … dire che lo Stato non serve proprio a niente …”.

Nessuno prestava allora orecchio a questi fenomeni, i giornalisti erano fermi a vecchie categorie di pensiero e, se pure notavano qualcosa, confondevano gli anarchici con gli “autonomi”, quelli che all’epoca disturbavano tutte le manifestazioni a Roma, o al limite con qualche scheggia impazzita di giovani comunisti un po’ troppo scatenati, ma soprattutto la DIGOS dell’epoca, che, benché allora diretta da un funzionario di destra come Giuseppe Gargiulo, era piena zeppa di poliziotti di sinistra e con la quale anche quella odierna (e in special modo quella di fine anni Ottanta di Oreste Barbella) si colloca in continuità, ignorava il fenomeno, non pensava fosse di proprio interesse perché quei giovani anarchici non facevano troppo casino, erano “tranquilli”, molti erano perfino amici personali e comunque erano tutti “compagni”, tutta gente che bastava tener buona, come pochi capetti dei giovani comunisti, per non provocare incidenti nei cortei.
Benevolenza della DIGOS e disinteresse dei giornalisti, oltre che abbassamento notevole della guardia da parte dell’attuale PDS/DS rispetto alla mano ferma dei vecchi dirigenti comunisti – che mai, con degli anarchici, avrebbero preso neppure un caffé – hanno concorso a far sembrare gli anarchici odierni come spuntati dal nulla, dalla testa di Giove, in realtà essi esistono da sempre e, volenti o nolenti, fanno parte a pieno diritto del solito album di famiglia comunista, dato che i “compagni”, pur sapendo che gli anarchici non votano, li hanno considerati a lungo utili come carne da corteo.
Oggi, per quel che è dato sapere, quelli che tra i giovani anarchici avevano intorno ai 20 anni, o poco più, alla fine degli Ottanta sono persone perlopiù tranquille, hanno trovato un lavoro stabile, o si dedicano alla musica, e se si impegnano avviene perlopiù nel movimento pacifista come quello, recente, impetuoso e ancora attivo, contro la guerra in Iraq, al più scatenano qualche volta, all’esito di manifestazioni, qualche scaramuccia con la polizia (ne ha fatto le spese, di recente, il dottor Arangino che pure è una persona tranquilla), ma nessuno potrebbe mai pensare che si dedichino a confezionare ordigni o ad incendiare distributori.
Tra i giovani, purtroppo, c’è qualcuno che la pensa diversamente, e proprio Massimo Farris, il giovane operaio di Assemini recentemente arrestato, è l’emblema di questo modo di pensare: un giovane idealista, che non si rassegna alle ingiustizie che ritiene siano perpetrate nel mondo e al ruolo da “produci, consuma, crepa” assegnatogli dalla società moderna, e che, vedendosi impotente con l’arma del voto (per votare poi chi, i clientelisti delle Cooperative rosse?) e comunque con le classiche armi della democrazia, pensa direttamente di passare all’azione, puntando in alto, persino a Romano Prodi.
Sarà poi da vedere se effettivamente Massimo Farris, come da sua confessione a cui il PM Paolo De Angelis (sul conto del quale abbondano in città, in questi giorni, scritte irriverenti di matrice che appare anarchica) appariva aver prestato credito (ma il GIP no), abbia fatto tutto da solo, o se invece vi siano, come ha appunto affermato il GIP, tracce da approfondire del suo agire in un contesto associativo, in ogni caso i motivi per cui Farris dichiara di aver agito sono emblematici dell’animus, tra disperazione e speranza in metodi eversivi, che anima chi scatena gli odierni attentati.
Il ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, che si sta comportando un po’ troppo da ministro di polizia alla Fouché e che fa un po’ rimpiangere la sobrietà del predecessore Scaiola e perfino di Enzo Bianco, che pure era un po’esaltato, parla e straparla di gravissimi pericoli per la democrazia, ancora un poco e penserà di aver individuato un qualche legame tra questi soggetti, sicuramente dei giovani animati dallo stesso spirito di Massimo Farris ma che di massima sarebbero dei “bravi ragazzi”, e Al Quaeda (figurarsi Bin Laden se vuole questi qui.
Sbaglia, Pisanu, e per questa volta dobbiamo riconoscere al dottor De Angelis, che sarà pure quel che irriverentemente si dice nelle scritte vergate in via dei Conversi e in via Palestrina a Cagliari, ma ha il pregio di non cadere in provocazioni, il merito della prudenza e, pur essendo in ciò, forse, condizionato dalle sue personali simpatie di sinistra (pare che qualche volta abbia perfino votato Democrazia Proletaria, ma ciò è tutto da verificare), del non fare di tutta l’erba un fascio tra nuove BR, anarchici e Al Quaeda, perché sono in molti, siamo in molti, ad essere, culturalmente e spiritualmente, più o meno “anarchici” laddove vorremmo una minore invasività di uno Stato onnipresente e delle sovrastrutture economiche e sociali e una libertà sempre maggiore per l’individuo, ma non per questo siamo terroristi: questi sono ragazzi che sbagliano, sbagliano enormemente, ma sono soprattutto ragazzi disperati, come ce ne sono tanti a Cagliari, frutto di una politica che è solo clientelismo e lotta per il potere e di assetti di potere e modelli di sviluppo che non danno più speranze, e tra i quali magari in altre epoche molti avrebbero scelto la via dell’estremismo di destra stile NAR, oggi in ogni caso molti seguono la strada balorda del delinquere, del furto, della rapina, del traffico di droga, o dell’assunzione della droga stessa.
La polizia e la magistratura devono giustamente intervenire quando vengono commessi reati, ma senza l’atteggiamento di chi da la caccia al demonio, perché forse il demonio, in realtà, sta altrove: la politica e la società devono rispondere, ma con azioni concrete e non coi soliti convegni che muovono solo l’aria, al disagio che sta alla base di questi preoccupanti fenomeni. Insomma, accidenti: più posti di lavoro, meno periferire degradate, meno disvalori dell'”avere, apparire, appropriarsi”!