Non c’è mai limite al peggio, ma da Gilberto Ganassi non ce l’aspettavamo, ed è stupefacente constatare come un magistrato come lui, giunto a Cagliari con una posizione di estraneità alle camarille locali, si sia, in poco tempo, totalmente omologato ai modi di fare dei suoi degni colleghi, dimostrandosi addirittura più realista del re.
Ci riferiamo, ovviamente, al suo becero intervento al processo d’appello contro i pretesi sequestratori di Silvia Melis, ossia i soli che hanno voluto acchiappare e sempre che abbiano preso parte all’odioso reato, laddove il signor Ganassi non si è limitato, come ogni buon magistrato dovrebbe fare, ad esporre civilmente e pacatamente gli elementi a sostegno delle proprie insostenibili argomentazioni a ribadire la pretesa verosimiglianza del castello di bugie costruito intorno al sequestro Melis (particolarmente patetica e ridicola l’insistenza sulla pretesa “fuga” di Silvia Melis, lo ribadiamo con la famosa tenda di Locoe mai vista da alcuno fino all’11 novembre, la strana scelta da parte dei pretesi “banditi” di tende militari e catene nuove di zecca), bensì, credendosi forse sul palco della Festa dell’Unità o a un raduno di girotondini, si è sentito in dovere, pur senza fare nomi, di fare un comiziaccio che neppure Nanni Moretti, inveendo contro tutti i soggetti estranei al rapporto processuale che hanno osato mettere in dubbio la verità processuale, o come crediamo noi la falsità processuale, abilmente costruita a Lanusei, dove la Procura Distrettuale ha, naturalmente, portato e valorizzato solo gli elementi che le convenivano, aiutata dal dottor Lo Curto, personaggio in bilico tra magistratura (sempre e comunque militante) e Polizia, che col pretesto di ribadire a ogni istante che a quel processo non si doveva parlare di Lombardini, ha estromesso l’80 per cento degli elementi utili a ricostruire la verità.
Ora si capisce perché, con l’applicazione di Ganassi e del sempiterno Mauro Mura, la Procura Generale (ahi ahi, se ci fosse ancora Francesco Pintus …) ha acconsentito ad inaugurare l’istituto, assolutamente inusitato e senza precedenti a Cagliari, dell’applicazione al processo d’appello dei sostituti che l’hanno trattato in primo grado; la Procura Distrettuale non deve semplicemente difendere una sentenza, ma la propria stessa faccia (che peraltro ha da tempo perso), la propria affidabilità, forse finanche la propria immunità penale e disciplinare, e non si poteva andare allo sbaraglio, non ci si poteva affidare ai sostituti della Procura Generale, in larga misura appartenenti a Magistratura Indipendente, disposti si alla lealtà processuale, non certo a difendere e coprire delle pure menzogne.
Eh si, è un processo potenzialmente a rischio per i signori della guerra della Procura Distrettuale, forse anche per la presidenza del collegio giudicante, affidata al dottor Paolo Zagardo, un giudice che a differenza di tanti suoi colleghi, che da tempo hanno mandato il cervello e la coerenza all’ammasso, ogni tanto quando c’è da assolvere assolve; ma soprattutto perché si devono blindare le menzogne di Lanusei in prospettiva dell’avanzamento del vero Processone, quello di Palermo, dal cui esito potrebbero derivare dolori al fondoschiena di varia gradazione a tanti grandi e piccoli magistrati (o “cosiddetti magistrati”, come diceva Luigi Lombardini), più o meno incapaci, più o meno in malafede.
Farebbe molto meglio il dottor Ganassi (lasciamo in pace Mauro Mura, che deve rispondere a dieci anni di interrogativi, da Farouk Kassam in poi) a rispondere a qualche domandina, del tipo: chi fece sparire il rapporto della GdF, di cui ambienti del SISDE assicurano l’esistenza, che pochi giorni dopo il prelievo di Silvia Melis indicò con certezza il nome di un organizzatore del sequestro a lei molto vicina, sospettato anche da Tito Melis come certificano le sue confidenze al maresciallo Testoni; come mai, dopo la messa in scena della tenda di Locoe, furono del tutto abbandonate le piste che portavano a Tertenia e al Salto di Quirra, su cui la Polizia incominciava a raccogliere significativi riscontri, per puntare esclusivamente su una pista orgolese, il cui flebile appiglio fu inizialmente la sola frequentazione della zona di Locoe da parte di Pasqualino Rubanu e che fu colmata quasi esclusivamente sulla base dei racconti di Silvia Melis; come mai Tito Melis ha detto (ciò per accontentare lorsignori nel senso che Nicola Grauso non poteva mai aver pagato il riscatto il 4 novembre) che il 6 novembre gli erano arrivate pessime notizie sulla sorte di Silvia, quando invece le intercettazioni comprovano che in quella data l’ingegnere era stato ricevuto a Roma da un Ministro, verosimilmente dell’interno, e si apprestava a ricevere un’imprecisata somma di denaro, probabilmente dalla Svizzera; come mai gli interrogatori di Silvia Melis vengono differiti fino al 19 novembre 1997, in modo da dare ai banditi un ulteriore vantaggio per far perdere le proprie tracce, ma anche potenzialmente di “ammaestrare” la teste, considerato che, secondo talune voci, vi era una “anomala” presenza di questurini nei pressi della casa di Grazia Marine, nella via Trento di Nuoro; chi furono, e agli ordini di chi agirono, i poliziotti che misero in bocca ad Anna Maria Rubatta le dichiarazioni rese in sede di indagini preliminari, che poi costei ritrattò in dibattimento evidenziando le suddette pressioni poliziesche; ma se proprio il sequestro era stato fatto da orgolesi, come mai la prima persona a cui Tito Melis pensa di rivolgersi per aiutarlo a liberare Silvia, come da dichiarazioni a Lanusei del maggiore Giovanni Baudo dei R.O.S., è Piero Piras, uomo simbolo del vecchio banditismo arzanese, il che rimanda ineluttabilmente a una pista ogliastrina?
Di domande ce ne sarebbero tante altre ancora, talune da farsi non da noi, ma da parte di un PM, magari di Palermo … lasciamo l’iniziativa ai validi difensori di Grazia Marine, di Antonio Maria Marini, di Pasqualino Rubanu e anche di Andrea Nieddu (che Mura e Ganassi, appellando la sentenza di assoluzione in primo grado, vorrebbero in galera nonostante a suo carico non ci sia proprio, inequivocabilmente NULLA) augurandoci che, per una volta, non facciano i pesci in barile ma vadano fino in fondo, ovviamente collegio giudicante permettendo …. non in nome del proprio prestigio professionale, né in quello della libertà degli imputati, ma IN NOME DELLA GIUSTIZIA!!!
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