30 06 2005 - GADDONE E MELIS: DUE INNOCENTI?

Tra le tante storie non concluse di cui Luigi Lombardini, prima dei tragici eventi di quel maledetto 11 agosto 1998, si stava occupando, c’è quella relativa a due giovani allevatori della provincia di Nuoro, Giovanni Gaddone da Loculi e Pietro Paolo Melis da Mamoiada, sepolti in galera da separate sentenze di condanna a 30 anni di reclusione per il sequestro e l’omicidio di Vanna Licheri.
Anonimi allevatori, proprio come quell’Agostino Mallocci la cui causa viene tanto energicamente perorata da Giampaolo Cassitta nel libro “La zona grigia”, e che però non condividono con questi la sorte di essere stato, peraltro secondo le vedute del Cassitta di cui egli risponde, accusato ingiustamente in base a un “romanzo” o un “teorema” di Lombardini: ebbero invece la sorte di essere accusati e condannati, forse ingiustamente, da giudici ed inquirenti che di Lombardini erano nemici, e di avere avuto proprio Lombardini quale massimo peroratore, sia pure coi suoi metodi, della loro innocenza.

La storia, grossomodo, è questa (è lunghetta, quindi prendete fiato).
Nel 1995, anno caldo per i sequestri di persona, viene perpetrato, tra gli altri, il rapimento di Vanna Licheri, non giovane (68 anni) imprenditrice agricola, col marito Gino Leone, ad Abbasanta, un sequestro che fa pensare da subito che forse i banditi hanno sbagliato vittima, perché la famiglia Leone-Licheri non versa certo in condizioni economiche floride, in particolare ha contratto un pesante debito di 800 milioni di lire proprio per ristrutturare l’azienda agricola. Capita: spesso i basisti danno informazioni sbagliate.
Questo sequestro, comunque, si intreccia con quelli, perpetrati poco prima, di Giuseppe Vinci da Macomer e di Ferruccio Checchi, imprenditore romano attivo a Dorgali; anzi, secondo il PM Mauro Mura, che si occupa di questi due sequestri (del sequestro Licheri si occuperà dapprincipio, Mario Marchetti), si tratta di sequestri commessi da una “banda modulare” con un nucleo centrale unico ed elementi intercambiabili di sequestro in sequestro.
Le strategie seguite da Mura e da Marchetti sembrano divergere, giacché il primo, nel sequestro Vinci, dopo un’iniziale linea dura contro il pagamento del riscatto che conseguirà l’effetto di allungare a dismisura la durata del sequestro, finirà forse su pressione del procuratore distrettuale Franco Melis (che a proposito del blocco dei beni ebbe a parlare di “Stato peracottaro”) per consentire a un pagamento controllato del riscatto, debitamente autorizzato dal GIP, per poter poi catturare quelli che secondo lui erano i rapitori, che furono arrestati poco tempo dopo. Marchetti, invece, adotta una linea più flessibile, finalizzata comunque a cercare di salvare la vita dell’ostaggio, che non escludeva trattative e, quindi, un rapporto elastico con gli emissari e con chiunque potesse aiutare, come aveva già fatto, peraltro, per il sequestro Furlanetto laddove, pur a conoscenza degli interventi “paralleli” di Lombardini, non li aveva stigmatizzati.
Dato che i due sequestri, e le bande che li avevano perpetrati, erano strettamente legati secondo la teoria delle “bande modulari”, Mauro Mura, probabilmente all’oscuro delle strategie seguite da Marchetti nel sequestro Licheri, subito dopo il pagamento del riscatto per la liberazione di Giuseppe Vinci e l’effettivo rilascio di questi, fece arrestare una serie di personaggi di Orgosolo, che aveva individuato quali mediatori che “stavano coi banditi”; tra questi, in particolare, due personaggi di particolare carisma, Nicolò Cossu, detto “Cioccolato”, fratello del parroco di Gavoi don Totoni Cossu, e Tonino Crissantu, cugino di Graziano Mesina.
Sennonché, sulla base di quanto rivela una fonte di assoluta affidabilità appartenente al SISDE, sarebbe emerso che Cossu e Crissantu, che non a caso furono assolti dal Tribunale di Oristano, operarono si da emissari nel sequestro Vinci, ma avendo a tale riguardo una qualche legittimazione informale da parte della stessa Procura distrettuale, così come Raul Gelli, storico ex confidente di Lombardini, il quale non poté subire il medesimo trattamento poiché l’incarico di emissario gli fu conferito alla presenza di un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, e non a caso venne processato “solo” per favoreggiamento e assolto.
Allora, accadde quanto alla sorte di Vanna Licheri ciò che era, purtroppo, divenuto inevitabile: i suoi carcerieri, timorosi che l’arresto degli emissari del sequestro Vinci non fosse che un mezzo per costringere costoro a rivelare l’identità dei componenti la “banda modulare”, eliminarono frettolosamente la donna e si sbandarono, cosa che fecero anche i carcerieri di Ferruccio Checchi (tra i quali, secondo la sentenza del Tribunale di Nuoro, Sebastiano Gaddone, fratello di Giovanni e forse suo reale “contatto” nelle bande), fortunatamente con esito meno tragico, giacché Checchi fu abbandonato nella grotta verticale che fungeva da sua prigione, ma ritrovato dai Carabinieri.
Pare, poi, che Mario Marchetti sia venuto a sapere o a intuire cosa fosse capitato a Vanna Licheri, e che si sia trovato perciò in serio imbarazzo anche dinanzi ai familiari della donna: ebbe perciò, riferisce Lombardini, un grosso litigio con Mauro Mura, ma alfine dovette abbandonare l’inchiesta proprio a favore di quest’ultimo.
Se Marchetti abbia abbandonato l’inchiesta sul sequestro Licheri perché indagato per favoreggiamento, in relazione ad asserite attività intese a non impedire o a favorire il pagamento del riscatto, non è certo: Oliviero Diliberto, in una sua interrogazione parlamentare, lo da per assodato, ma lo stesso Lombardini, nei suoi memoriali, è sul tema molto prudente, limitandosi a evidenziare la “stranezza” del fatto che Marchetti, PM che seguì le indagini sul sequestro Licheri, non sia stato poi, contrariamente alla regola, PM d’udienza.
Ad ogni modo, Marchetti fu privato, o si spogliò, dell’inchiesta sul sequestro Licheri, che come detto fu assegnata a Mauro Mura, il quale si trovò in una posizione molto difficile: doveva riuscire a individuare, catturare e far processare almeno uno dei rapitori ed assassini di Vanna Licheri, ma possibilmente reperendo i target dell’indagine tra persone che non fossero in alcun modo ricollegabili agli arrestati per il sequestro Vinci.
Le indagini, affidate a livello di polizia giudiziaria al capo della Criminalpol Antonello Pagliei, che si occupò del sequestro di Farouk Kassam e che, a causa di fatti che non ci sentiamo di riferire, maturò in quel contesto una profonda inimicizia sia con Luigi Lombardini che con Graziano Mesina, portarono Mura a ritenere sussistere sufficienti elementi per far incarcerare un allevatore di Loculi, Giovanni Gaddone, il quale sarebbe risultato in contatti coi “banditi” ritenuti ambigui dagli inquirenti, ma in realtà secondo quanto affermato ancora dall’0norevole Diliberto nella citata interrogazione parlamentare e in una correlata intervista a “L’Unione Sarda”, altro non sarebbe stato che un contatto investigativo di un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri di Alghero, un “canale” utilizzato da questi, che non fu sfruttato nelle indagini da Marchetti.
Nonostante le affermazioni di Diliberto siano state pubblicate su un quotidiano, e quindi note a tutte, nessuna delle persone chiamate in causa le ha apertamente smentite, segnatamente il PM Marchetti, stranamente preso di mira a titolo esclusivo da Diliberto, si limitò a dirsi “ferito” dal contenuto dell’interrogazione del deputato comunista, e a nostro avviso ne ebbe ben donde perché, con metodi giusti o sbagliati, lui voleva davvero far salva la vita di Vanna Licheri.
Tuttavia, questa è una verità incompleta, atteso che in realtà a quanto ci risulta da altra fonte di attendibilità indiscutibile e molto vicina a Luigi Lombardini, Gaddone, a parte apprendere qualche informazione e girare qualche “ambasciata”, non fece assolutamente nulla di riconducibile al pagamento del riscatto, poiché questo fu materialmente pagato, su richiesta dei banditi, da un personaggio molto noto e molto influente, avvocato di professione e nuorese di residenza. Costui, quando Gaddone fu arrestato, si guardò bene dal dire la verità per non essere a sua volta accusato di favoreggiamento, se non addirittura di concorso in sequestro di persona, ma così come la verità la conosceva Luigi Lombardini, la conoscevano, forse, anche gli inquirenti ufficiali, che tuttavia non avevano alcuna voglia di imbarcarsi in quello che sarebbe potuto diventare un nuovo “caso Manuella”.
Quindi, Gaddone fu rinviato a giudizio per il sequestro e l’omicidio di Vanna Licheri, e condannato dalla Corte di Assise di Cagliari, presieduta da Alessandro Lener (che “ereditò” il processo da Carlo Piana, appena nominato procuratore distrettuale) a trent’anni di reclusione, sennonché non appena la sentenza fu emessa, Diliberto presentò la sua interrogazione che intendeva scagionare Gaddone nei termini precisati.
E viene il turno di Pietro Paolo Melis da Mamoiada: questi fu arrestato poco dopo l’uscita pubblica di Diliberto, che aveva creato un certo sconcerto nell’opinione pubblica, sulla base delle labili indicazioni contenute nella motivazione della sentenza di primo grado contro Gaddone (che accennavano a “un mamoiadino” in contatto con questi) e comunque di elementi di prova che apparvero da subito fragili, quali la disinvolta interpretazione di talune intercettazioni in cui questi era coinvolto, laddove in un contesto in cui poteva anche parlarsi di “botti” di una sagra paesana, è stato inteso che si parlasse dei “botti” del fantomatico mitra che uccise Vanna Licheri. Ma il top lo si raggiunse in dibattimento, laddove ancora il solito Antonello Pagliei introdusse a sorpresa l’elemento per cui in occasione della presenza, in una certa data e ad una certa ora, di Giovanni Gaddone presso un bar di Nuoro, ubicato di fronte all’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, nel bar, per un preteso incontro ritenuto cruciale quanto al sequestro, sarebbe stato presente anche Pietro Paolo Melis, laddove Pagliei giustificò il fatto che tale ultima circostanza non comparisse nelle annotazioni di servizio in modo surreale, affermando che i suoi uomini “si erano dimenticati” di annotarlo. Lasciamo ogni commento ai lettori!!!
Insomma, comunque, ancora indizi poco consistenti, e anche per Pietro Paolo Melis il dato comune per cui le conoscenze di cui disponeva l’avvocato nuorese avrebbero portato a scagionare da ogni ipotesi di reato anche quest’ultimo: sennonché questi continuò a guardarsi bene dal dire la verità e pare che siano avvenuti dei summit informali nei corridoi del Palazzo di giustizia cagliaritano tra un giudice che si stava occupando di Giovanni Gaddone e un altro giudice che si stava occupando di Pietro Paolo Melis, per “concordare” il significato delle intercettazioni comuni ai due procedimenti, il che è, chiaramente, assolutamente irrituale e deontologicamente scorrettissimo; costoro credettero di aver parlato al vento, ma non tennero conto delle microspie, che uomini del SISDE, che riferivano prontamente a Lombardini, avevano disseminato nei corridoi del Palazzaccio.
I due processi andarono come dovevano andare, con la condanna sia di Gaddone che di Melis a trent’anni di reclusione, ma a Lombardini la cosa stava sul gozzo: per quanto Cassitta, al quale nel giudicare Lombardini fa velo la sua chiara ideologia di sinistra, potrebbe rimanere incredulo, l’uomo era fatto così, non passava la notte a inventare “teoremi” ma perseguiva chi credeva davvero colpevole, così come non sapeva darsi pace se sapeva che qualcuno, magari anche inizialmente chiamato in causa da lui, poteva essere innocente. Chissà forse se Lombardini fosse vivo e il ben documentato libro di Cassitta fosse in grado di fargli cambiare opinione su Agostino Mallocci, oggi Lombardini starebbe al fianco di Cassitta e si dannerebbe l’anima per cercare prove a discarico.
Tornando, comunque, alle vicende di Gaddone e Melis, una delle ultime cose che, prima di suicidarsi, Lombardini fece fu mandare un’ambasciata, piuttosto esplicita e ruvida, all’avvocato nuorese che sapeva e che tacque la verità con invito a dire tutto ciò che sapeva perché “i mamoiadini sono incazzati”: ma la richiesta non sortì alcun effetto, e d’altro canto l’avvocato nuorese non aveva alternativa poiché, forse, qualcuno lo teneva sotto ricatto minacciando di accusarlo di concorso in sequestro se avesse parlato, e continuò a tenerlo sotto ricatto chiedendogli poi altri favori, che ebbero rilievo decisivo quanto alla risoluzione del sequestro di Silvia Melis.
E in realtà si dovrebbe indagare a fondo per appurare, davvero, se questo personaggio si sia limitato, magari non solo nel sequestro Licheri ma anche in altri, a recitare il ruolo di emissario di fiducia dei banditi o se a lui sia riconducibile in tutto o in parte la stessa progettazione e gestione dei sequestri; non sarebbe la prima volta che accade, nel Nuorese, tra i cosiddetti colletti bianchi, molti dei quali odiavano Lombardini perché avevano sperimentato che, con lui a indagare, non vi erano persone al di sopra di ogni sospetto e i mandati di cattura arrivavano anche per loro.
La fine non è nota.