Quando un’accusa inerente a gravi reati, formulata con dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria, è fondata sostanzialmente sul classico “la mia parola contro la sua” senza testimonianze o altri riscontri obiettivi, l’ambito degli accertamenti che il magistrato deve compiere dovrebbe doverosamente ruotare intorno alla non esclusione di nessuna delle due ipotesi plausibili, ossia che o dette accuse sono attendibili, ovvero sono inattendibili, e quindi chi accusa è un volgare calunniatore.
Questo non pare essere avvenuto col dovuto rigore per quanto riguarda le dichiarazioni di Tito Melis in ordine al famigerato “incontro di Elmas”, che sarebbe avvenuto l’8 ottobre 1997 tra l’ingegnere e Luigi Lombardini, laddove Melis ha reso le finali, e fatali, dichiarazioni accusatorie contro Lombardini dopo una ritrattazione brutale delle dichiarazioni precedentemente rese, che non ha saputo motivare con chiarezza.
Ed invero, i soli riscontri raccolti dai magistrati di Palermo, quali le intercettazioni del traffico telefonico di Tito Melis e dell’avvocato Antonio Piras e la relazione di servizio del maresciallo dei ROS Francesco Testoni, si limitano a confermare la storicità dell’incontro di Elmas – a lungo negato, ma alfine riservatamente ammesso anche nello stretto “giro” di Lombardini – ma non certo l’effettività dei comportamenti estorsivi che l’ingegnere ha attribuito a Lombardini.
La vicenda si prestava, invero, ad una ricostruzione alternativa rispetto a quella fornita da Tito Melis, prestando attenzione a taluni elementi di prova, che sono soverchiamente importanti, se correttamente interpretati, per comprendere il reale atteggiamento psicologico dei protagonisti.
Primo elemento: le dichiarazioni dell’avvocato Piras, laddove questi affermò che quando, nella notte tra l’8 e il 9 ottobre 1997, sicuramente reduce dall’incontro con Lombardini, giunse a casa sua, trafelato, in compagnia del bancario massone di Loceri Ugo Piras (personaggio che, peraltro, risultava in provati contatti telefonici con Lombardini), Tito Melis versava in un vero e proprio stato di eccitazione, affermando che aveva trovato una “pista” per la risoluzione del sequestro col pagamento solamente di un miliardo – un miliardo e 100 milioni di lire, e sollecitando Piras a sbloccare le trattative, al che dovette essere l’avvocato a consigliare prudenza.
Vero è che Piras è coindagato di Grauso nel procedimento penale annosamente pendente a Palermo per questa vicenda, tuttavia non aveva, con queste affermazioni, ragione di mentire, giacché comunque ha sempre ammesso la propria responsabilità per attività inerenti al pagamento del riscatto, confermando in particolare di essersi avvalso di Nicola Grauso per il pagamento di una prima tranche del riscatto stesso, né voleva certo “coprire” Lombardini, dalla cui posizione ha sempre inteso distinguersi.
Quanto alla cifra, tuttavia, evidentemente Tito Melis potrebbe aver alluso a un ulteriore miliardo oltre a quello custodito da Piras, poiché Lombardini, sia stando alle stesse dichiarazioni dell’ingegnere, sia stando al colloquio che ebbe con due giornalisti, registrato a sua insaputa e trasmesso alla Procura di Palermo, stava “chiudendo” la trattativa, che passava sicuramente attraverso mediatori arzanesi, sulla cifra di due miliardi di lire, comunque inferiore rispetto ai tre chiesti dai banditi nel giugno 1997.
E allora: se Piras non mentiva quando parlava dello stato d’animo di Tito Melis, è evidente che questi giunse a Gavoi non certo terrorizzato dalle minacce di Lombardini, bensì dopo aver raggiunto con questi, quanto alla liberazione di Silvia, un accordo del quale era contentissimo, a maggior ragione in quanto appena due giorni dopo sarebbe scaduto un ultimatum dei banditi (cosa che confermerà Silvia in uno dei suoi tanti verbali) allo spirare del quale vi era timore per la vita di Silvia, e in quanto fino allora i banditi avevano sempre richiesto l’esosa cifra di tre miliardi di lire.
Tito Melis il denaro l’aveva, e aveva indicato apertamente alla stampa, addirittura, con quali beni immobili avrebbe potuto garantire le ingenti somme necessarie per il pagamento del riscatto (lasciando comprendere che i soldi gli erano stati o gli sarebbero stati prestati), e verosimilmente si erano allentate, presso la Procura distrettuale e presso gli inquirenti, le ultime resistenze a che non si compissero attività intese ad ostacolare il pagamento del riscatto; in questo contesto, sia stata redatta nell’immediatezza ovvero in termini postergati, maturò la redazione della “lettera liberatoria”, che non è affatto certo che Tito Melis abbia davvero redatto solo nella tarda nottata dell’8 novembre a casa dell’avvocato Piras (al riguardo, il teste chiave Ugo Piras ha fornito due versioni dei fatti contraddittorie).
Quindi, già dai primi di settembre Tito Melis si preparava a pagare, ma si era probabilmente cincischiato fino a quel 25 settembre 1997, data dell’ultimatum dei banditi, perché l’ingegnere non era comunque entusiasta di pagare l’esosa somma di tre miliardi di lire, e sperava che vi fosse un intervento dello Stato per coprire, almeno in parte, la cifra: a questo, del resto, mirava la sua polemica sul sequestro Farouk Kassam, sostenuta attraverso un’intervista al settimanale “Visto”, poi ripresa da L’UNIONE SARDA, che fu concessa da Melis al giornalista sardo-bergamasco Gian Gavino Sulas, anch’egli in provati contatti con Luigi Lombardini, col quale si scambiò più volte telefonate e si incontrò due volte a Cagliari.
La somma di due miliardi, comunicata da Lombardini, Tito Melis era invece, evidentemente, seppur non con somma contentezza, disposto a pagarla, sicché vi è da credere che, nella notte tra l’8 e il 9 ottobre 1997, egli abbia dato disposizioni a Piras, consegnando altresì la famosa “lettera liberatoria”, che altro non era verosimilmente che una specie di memorandum, con cui probabilmente Piras doveva tranquillizzare gli emissari.
Il 10 ottobre 1997, Antonio Piras chiamò il “fratello” Ugo Piras, e gli riferì che le mozzarelle che (lui e Tito Melis) gli avevano portato “non erano di vitella, ma di bufala”. Si è equivocato nell’interpretazione di questa frase, reputandosi che Piras avesse inteso fare riferimento alla “bufala” nel senso di fregatura, imbroglio, e dimenticando, specie avuto riguardo al gergo di un uomo esperto delle campagne come Piras, che la mozzarella di bufala è notoriamente quella di maggiore qualità che è ormai raro trovare nelle pizze; ergo: Piras dovette aver fatto le sue verifiche sulla validità del “canale” di Lombardini, stabilendo che lo stesso era buono, constatando, probabilmente, che taluni “canali” di cui Lombardini intendeva servirsi erano noti anche a lui. In particolare, a quanto consta, Lombardini si avvaleva di un “contatto” arzanese, forse un ex sequestratore, che era in rapporti con personaggi di Orgosolo, i quali, anche per avervi fatto altri sequestri insieme, a loro volta costituivano il “canale” ultimo con la banda che da ultimo teneva prigioniera Silvia Melis, laddove con questi personaggi di Orgosolo l’avvocato Piras aveva a sua volta, e da tempo, un “canale” diretto.
Quello stesso 10 ottobre, Luigi Lombardini fece due strane telefonate allo studio dell’avvocato Luigi Garau, legale di Tito Melis attraverso il quale teneva i contatti con l’ingegnere, nelle quali, pur essendovi in sottofondo solo un fax attivo, imprecò contro coloro che effettuavano intercettazioni e affermò palesemente e rudemente che Garau doveva tornare nel suo ufficio a riprendersi un’agenda che aveva scordato, poiché Lombardini non la voleva. Poteva trattarsi proprio della famosa agenda sequestrata poi dalla Procura di Palermo, in cui l’avvocato Garau, con somma ingenuità non propriamente consona a un massone, si era appuntato le varie fasi del “piano” che qualcuno aveva ideato per la liberazione di Silvia Melis, col previsto coinvolgimento di Lombardini e di Grauso, e che Lombardini intendesse restituirla poteva significare solamente una cosa: non era affatto interessato al “piano”, in particolare alle sue sfumature che dovevano portare “gloria” a lui e a Grauso, lui il suo compito l’aveva fatto ottenendo dai banditi un consistente “sconto” sul riscatto e dando loro il nominativo dell’avvocato Piras per la prosecuzione delle trattative, di altre storie non ne voleva sapere.
E dal fatto che Lombardini, consapevole di essere intercettato, intenda far sapere anche ai suoi intercettatori di volersi liberare di quell’agenda, può evincersi che il magistrato poi suicida intendeva, forse, far sapere anche alla Procura distrettuale che non avrebbe dato il “via libera” a modalità di liberazione di Silvia meno che riservate; il che incontrava anche gli interessi del procuratore Carlo Piana, non strenuamente contrario al pagamento del riscatto, ma purché il tutto avvenisse riservatamente, in modo non “gridato”.
Secondo quanto aveva pianificato Lombardini, infatti, Silvia Melis doveva essere probabilmente liberata a Orgosolo e, nel massimo riserbo, “presa in carico” da personale del locale Commissariato di Polizia, che rispondeva a lui, e che era a sua volta in contatto coi suoi “canali” orgolesi.
Ed è qui che gli investigatori palermitani dimostrano di non aver esaminato bene una serie di intercettazioni, quelle che attestano i viaggi dell’avvocato Garau in Svizzera, presso un banchiere “fratello”, ossia massone, che doveva dare soldi per il riscatto, una vacanza di Gemma Melis, del tutto fuori stagione, sempre in Svizzera, un borsellino pieno di “franchi”, una strana busta pervenuta a Gemma alla Findomestic di Cagliari per essere consegnata a Tito, appena due giorni prima della liberazione di Silvia, la soddisfazione estrema di Tito Melis circa l’incontro con un imprecisato “ministro” avuto in quel periodo, auspice il massone di Tortolì Giorgio Ladu, un misterioso incontro di Tito Melis stesso, la mattina dell’11 novembre 1997, con due noti latitanti, uno dei quali, a quanto pare, era il custode di Silvia.
Insomma, non è stata ponderata per nulla l’ipotesi che la massoneria sia intervenuta, prevenendo la trattativa gestita da Lombardini e dall’avvocato Piras, per pagare il riscatto, e magari a condizione che Tito Melis e Silvia mantenessero il silenzio sulla partecipazione al sequestro, quali ideatori e basisti, di tre massoni di Tortolì, torbidi personaggi legati alla criminalità organizzata, circostanza che, se scoperta, avrebbe esposto la massoneria a gravissimi problemi d’immagine, a nuove e letali polemiche sulle sue “deviazioni”, e che sia stato poi indotto, con l’inganno, a credere che Lombardini l’avesse truffato, mentre ciò che verosimilmente accadde fu che i banditi si barcamenarono abilmente tra le due trattative incassando da entrambe le fonti (non sarebbe la prima volta poiché ciò accadde anche nel sequestro Kassam). Senza contare altre stranezze, quali la trascorsa affiliazione alla P2 del questore di Nuoro dell’epoca, Elio Cioppa, ex funzionario del SISDE, e il fatto che Silvia fu interrogata dai PM Piana e Mura, non per loro responsabilità ma su richiesta della ragazza, solamente nove giorni dopo la liberazione, laddove vi era tutto il tempo perché qualcuno potesse, nel frattempo, condizionarla a rendere ai PM (evidentemente estranei ad ogni intrigo) dichiarazioni concordate.
Ed invero, la massoneria disponeva a sua volta di un canale autonomo per raggiungere i custodi ultimi di Silvia Melis, rappresentato da un avvocato nuorese che già aveva svolto autonome iniziative in occasione del sequestro di Vanna Licheri, laddove, per occultare la responsabilità di costui, furono artatamente predisposti dei depistaggi intesi a ipotizzare una mai provata trattativa statale, e a coinvolgere nella stessa altri personaggi, in realtà del tutto estranei alla vicenda.
Se ciò accadde, forse Tito Melis, ben sapendo che Piras era massone, credeva che questi fosse al corrente di una “colletta” decisa dalla massoneria e non avrebbe dovuto, quindi, dare il “via libera” a Grauso per utilizzare il miliardo già datogli in deposito per il pagamento del riscatto, sicché l’ingegnere dovette convincersi che Piras l’aveva truffato, che si era tenuto il miliardo per sé, e che in tale condotta fosse complice anche Lombardini. In realtà Piras non era affatto al corrente di “collette” della massoneria, alle quali tra l’altro era di principio contrario, e che comunque fu organizzata e gestita a livelli molto alti.
Sicuramente, suggeritori molto abili seppero bisbigliare le cose giuste alle orecchie di Tito Melis: che Lombardini era a capo di una “rete”, che questa aveva bisogno di molto denaro per remunerare gli informatori e i latitanti che si costituivano, addirittura che i suoi soldi, quelli di Tito Melis, dovevano servire per uno specifico progetto, quello della costituzione di Pasquale Stocchino, che Piras era pienamente addentro a questo disegno, magari perché intendeva fare “la cresta”. Cose, quelle della “rete”, che peraltro i massoni ben sapevano per essersi serviti di Lombardini per anni e anni, salvo scaricarlo avendo constatato che egli era troppo scomodo, che non era disposto a coprire certe porcherie, e da ultimo, in particolare, i tentativi di insabbiamento e depistaggio circa i tre massoni responsabili del sequestro di Silvia.
Peccato che si sia trattato di menzogne belle e buone e che, come il defunto imprenditore Giovanni Salatiello dichiarò alla Procura di Palermo, Lombardini, quando chiedeva denaro agli imprenditori per prevenire i sequestri e finalità affini, lo dichiarava apertamente e, quando quel denaro si rivelava eccedente rispetto agli scopi, lo restituiva prontamente. Appare un’idiozia bella e buona poter credere che un uomo come Lombardini potesse dire a Tito Melis che il denaro serviva per il pagamento del riscatto e invece intendesse utilizzarlo per altri scopi ponendo a repentaglio la pelle della ragazza, e soprattutto che potesse fare ciò non incassando direttamente il denaro, ma lasciandone la gestione al depositario che proprio Tito Melis aveva scelto, quell’avvocato Antonio Piras che era sicuramente estraneo alla “rete” di Lombardini e che malcelava lo scarso entusiasmo per le sue iniziative ed i suoi metodi (chi ha memoria ricorderà l’incrociarsi delle iniziative dei due nella vicenda Furlanetto).
Eppure Tito Melis potrebbe averci creduto: l’uomo era molto attaccato alla “roba”, per dirla coi siciliani, e il miraggio di potere recuperare i propri soldi potrebbe aver prevalso su ogni valutazione logica, egli si era assai probabilmente convinto che Lombardini avesse la disponibilità di quel denaro mentre lui non aveva una lira, perché era stato effettivamente utilizzato per pagare il riscatto.
Sta di fatto che Tito Melis, con le ultime dichiarazioni del luglio 1998 ai PM di Palermo, depose del tutto in contrasto con le dichiarazioni che aveva reso inizialmente, a cominciare da quelle rese ai PM di Cagliari Piana e Mura, e senza plausibile motivazione, dato che in precedenza aveva “coperto” Lombardini anche contro l’evidenza, poiché il suo nome era già stato fatto agli inquirenti dal maresciallo dei ROS Francesco Testoni, che l’aveva saputo proprio da Melis. Infatti, davanti a Piana e Mura, l’ingegnere accennò all’incontro di Elmas, ma parlando solo di “un personaggio misterioso”, senza neppure fare il nome di Lombardini, e senza qualificare l’atteggiamento di detto personaggio in termini estorsivi, e solamente tempo dopo, dinanzi al peso obiettivo di una informativa del maresciallo dei ROS Francesco Testoni, che riferiva di una confidenza dello stesso Melis, l’ingegnere si risolse ad ammettere che sapeva che il personaggio incontrato quella notte era Lombardini, ma ancora senza formulare le accuse di estorsione.
Qualche tempo dopo, intorno al febbraio 1998, Melis iniziò a crearsi il falso convincimento che Lombardini l’avesse truffato, e subissò Nicola Grauso di telefonate in cui l’invitava a “mollare Lombardini”, poiché si era convinto, assurdamente, che lui avesse preso i soldi del riscatto, ed era emerso altresì che l’ingegnere aveva richiesto espressamente non solo all’avvocato Piras, ma anche a Lombardini – che lo mandò a quel paese – di restituirgli il denaro. Una cosa è certa: le prove sul campo, in particolare considerando le intercettazioni di Tito e Silvia Melis prodotte dalla difesa di Antonio Piras a Palermo, indurrebbero chiunque a non ritenere affatto provata la tesi della “autoliberazione” di Silvia e, ferma la necessità di verificare attentamente le possibili alternative logiche – da quella, che a tratti è parsa essere stata accreditata dalla stessa Silvia, che i banditi l’abbiano fatta volontariamente scappare (si ricorderà la faccenda della catena stretta “a 9” anziché “a 8”, narrata nei minimi dettagli da Silvia), a quella, promanante da una fonte orgolese molto vicina ai “contatti” della banda dei sequestratori, secondo cui la tenda di Locoe sarebbe stata addirittura montata da agenti di polizia – e se Silvia non è scappata, ma è stata in qualche modo liberata, è chiaro che Tito Melis non poteva validamente sospettare di una truffa circa il miliardo da lui dato all’avvocato Piras se non con la consapevolezza che qualcuno, il riscatto, l’aveva già pagato.
E quel qualcuno aveva tutto l’interesse a rovinare Lombardini, al quale non si doveva permettere di svolgere le consuete indagini parallele che portassero all’individuazione dei veri responsabili del sequestro Melis, che non tornava affatto comoda alla massoneria, perché quei due o tre loschi figuri di Tortolì erano “dei loro”.
La prova decisiva è rintracciabile, probabilmente, in Svizzera.
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