Sembra che in questo benedetto paese di certe vicende scabrose non si parli mai se non lo fa Pino Scaccia, ammesso e non concesso che basti che ne parli lui, e che le nefaste tendenze censorie di chi dalla scoperta della verità ha tutto da temere non si riverberino anche sulla Rai.
Della vicenda Volpe 132, della tragica sorte dei piloti elicotteristi della Guardia di Finanza Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda, che stavano su quell’elicottero misteriosamente esploso nel cielo di Feraxi la notte del 2 marzo 1994, delle indagini che vanno a rilento e degli infiniti depistaggi vi abbiamo più volte parlato, e la sensazione che si prova è sempre quella: E’ UNA VERGOGNA. Ma soprattutto è una vergogna che ancora tanti ostacoli si frappongano all’accertamento della verità non per cattiva volontà di chi è formalmente investito delle indagini – almeno per questa vicenda, il procuratore Carlo Piana e il sostituto Guido Pani sono assolutamente al di sopra di ogni sospetto – bensì perché continuano le omissioni, i depistaggi, i bastoni tra le ruote da parte di ambienti che non sono propriamente quelli dei trafficanti d’armi, accusati dal “pentito” Zirottu di stare dietro l’abbattimento dell’elicottero, bensì sono ambienti di servitori dello Stato.
Sono gli stessi personaggi che, quando Luigi Lombardini si suicidò e la Procura di Palermo iniziò l’inchiesta sulla “rete” parallela, se la fecero letteralmente addosso nel timore che qualche indiscrezione, proprio dagli ambienti della stessa “rete”, attingesse le loro posizioni, e che preferirono sacrificare le persone più incolpevoli e più indifese piuttosto che accettare quel pieno e totale accertamento della verità che avrebbe consentito loro di difendersi. Si, perché il famoso agente segreto anonimo che fu intervistato per LA NUOVA SARDEGNA da Fiorentino Pironti, uno che in genere non vende bufale, parlava con cognizione di causa di cose terribilmente serie, e aveva chiaramente evidenziato che della “rete”, oltre a qualche latitante e svariati personaggi della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e dei Servizi segreti, facevano parte anche dei magistrati … attenzione, “dei magistrati”, quindi non un solo magistrato, Lombardini, al vertice di tutto, ma anche ulteriori magistrati inseriti nella struttura.
E approfondendo, si sarebbe forse potuta scoprire qualche circostanza ulteriore, ossia che la famosa “rete” non si occupava in realtà solamente di sequestri di persona, ma era verosimilmente una propaggine di “Gladio” e di tutto il sottobosco di massoneria deviata, servizi segreti deviati, criminalità organizzata e fascisti che vi stava dietro, e a tempo perso operava anche per altri scopi, quali quelli di impedire indagini sul traffico d’armi, che avrebbero fatto scoprire l’operare di certi settori della NATO, della CIA e dei servizi nostrani non proprio in armonia con la politica estera ufficiale americana, e se del caso di depistarle. Occuparsi di sequestri di persona era infatti del tutto strumentale alla finalità di fondo di controllare il territorio, che in Sardegna, le cui zone interne non furono mai interamente controllate neanche dai romani, significa giocoforza venire a patti coi banditi e, in cambio di collaborazione di natura politica – ad esempio impedire che la nascente Barbagia Rossa diventasse un cancro terroristico esteso a tutta la Sardegna – in un certo qual modo anche “lasciar fare”.
Se qualche magistrato è stato coinvolto in queste vicende, si tratta chiaramente di una posizione non certo degna di lode, e anche Lombardini sapeva, pur essendo una persona fondamentalmente onesta, che né lui né i suoi “amici” erano degni di lode: perciò quando si decise a dire tutto a Caselli – poi tornando indietro, a quanto pare, perché minacciarono persone a lui molto care – in molti furono assaliti da solenni paure che, dopo il “suicidio” del magistrato, si trasformarono in sonori pianti da coccodrillo, però molto liberatori.
Tuttavia, non è affatto finita, perché anche da vicende collaterali in cui la “rete”, o suoi elementi, sono stati coinvolti, può pervenirsi all’accertamento della verità circa struttura, composizione personale e compiti della “rete”, e una di queste vicende è proprio Volpe 132, di cui Lombardini sapeva tutto, e in relazione alla quale molti onesti militari della Guardia di Finanza si vergognano di appartenere al loro corpo.
Continuano, intanto, meschini tentativi di nascondere la verità o di intimidire chi la conosce o cerca di scoprirla, che passano, casualmente, proprio attraverso taluni magistrati organici alla “rete”, che si sono abilmente riciclati dimenticando in fretta e furia le idiosincrasie di Lombardini che avevano condiviso, e taluni elementi della Guardia di Finanza, dove si è stati ben lieti di portare benzina al fuoco delle accuse contro il tenente colonnello Vernesoni, facendo finta che costui riassuma nella sua persona tutti i mali del corpo, che invece sono profondi, diffusi e di lunga data.
Ma statene ben certi, la verità verrà a galla, perché questo è quel che voleva Luigi Lombardini quando si è visto trattare da quegli stessi ambienti come un vecchio inservibile, da indagare per estorsione e magari da spedire in qualche tranquilla Procura del nord Italia in attesa della pensione, costasse quel che costasse, anche il servirsi dell’odiato “comunista” Caselli.
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