Il dottor Carlo Fucci, quel magistrato campano un po’ tetro che appartiene all’area moderata della magistratura associata (Unicost) e che ha fatto la sparata, al congresso veneziano dell’A.N.M., sui pretesi tentativi della politica di “fascistizzare” la magistratura, ha solo un torto, che è quello di aver detto con franchezza, sicuramente eccessivo, quello che la stragrande maggioranza dei magistrati pensano di questa riforma; Edmondo Bruti Liberati, il presidente comunista della A.N.M., nel dissociarsi dalle sue dichiarazioni ha peccato di ipocrisia, perché se c’è qualcuno che ha sempre dato il fuoco alle micce di queste pericolose polemiche sono proprio i suoi compagni di Magistratura Bolscevica, detta “democratica”.
Intendiamoci, la preoccupazione dei magistrati che ha armato la lingua tagliente del dottor Fucci sono condivise anche da noi, e riguardano soprattutto un aspetto della riforma, ossia il ripristino delle gerarchie nell’ambito dell’ordinamento giudiziario, soprattutto delle procure, che rischia di svuotare il CSM e di mortificare l’indipendenza e l’autonomia dei singoli magistrati, non certo risolvendo, ma anzi esacerbando, un problema, quello del corporativismo di giudici e PM, che pure è stato sempre denunciato con forza dal centrodestra.
Un potere come quello giudiziario, per come è disegnato oggigiorno in Italia, vale a dire senza che sia previsto che tragga la sua legittimazione diretta o indiretta dal popolo, può essere tenuto adeguatamente sotto controllo solo se rimane un “potere diffuso”, vale a dire se ogni magistrato dispone di un’aliquota di poteri e responsabilità agevolmente controllabili da parte di un’utenza relativamente ristretta, e infatti questo è stato il modello concepito dal costituente, che ha inteso rimpiazzare le vecchie gerarchie col rapporto diretto tra singoli magistrati e CSM, organo eletto a suffragio universale nella parte di membri “togati”.
Oltre tutto, l’eccessiva gerarchizzazione rischia di avvicinare sempre più il modello professionale del magistrato a quello di un semplice impiegato qualificato, con tutto ciò che ne deriva in termini di ulteriore burocratizzazione e spersonalizzazione del lavoro.
Fucci ha sicuramente esagerato, anche perché non è necessario risalire al fascismo ma basta andare agli anni ’50 per trovare un’analoga situazione, ma ha per certi versi colto nel segno.
Tuttavia, non si può sottacere che il rischio di “fascistizzazione” della magistratura non deve far chiudere gli occhi sull’esigenza di una sua “destalinizzazione”, atteso che è di ieri, e forse non è ancora cessata, l’era del predominio comunista sulla magistratura associata, dell’utilizzazione a scopi politici delle funzioni giudiziarie, dell’eliminazione, a volte anche fisica (Lombardini docet) di chi all’interno della magistratura si opponeva e si oppone a un certo stato di cose.
Nell’ulteriore corso della riforma dell’ordinamento giudiziario, non si potrà non tener conto di queste due collimanti esigenze: Castelli non è un fascista, Silvio Berlusconi non è un fascista, ma se nessuno vuole una magistratura “fascistizzata”, è anche ora di farla finita coi magistrati comunisti che, se vogliono fare politica, potranno farla appendendo la toga al chiodo e andando liberamente ai raduni che vogliono, compresi quelli dei girotondini (non si conceda più a personaggi come Armando Spataro di farlo senza dimettersi!).
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