06 07 2005 - ECCO PERCHE’ LA MASSONERIA DEVIATA “UCCISE” LOMBARDINI

Dopo il suicidio di Luigi Lombardini, la massoneria, in relazione al ruolo svolto da molti suoi affiliati nella vicenda Melis, entrò nell’occhio del ciclone, oltre che per le deduzioni rimbalzate presso la Commissione Antimafia – e principalmente frutto di un’audizione dell’allora capo della DIGOS cagliaritana Oreste Barbella – a causa dell’inchiesta aperta dalla Procura di Palermo sulla “rete” di Lombardini e della preoccupazione espressa apertis verbis dall’allora procuratore aggiunto palermitano, Guido Lo Forte, che la vicenda Melis fosse tutta una vicenda di “massoneria deviata”. Da ultimo, in occasione del processo contro alcuni pretesi sequestratori orgolesi di Silvia Melis – uno dei quali sempre assolto, gli altri tre condannati dal tribunale di Lanusei, assolti dalla Corte di Appello di Cagliari e, a seguito del rinvio della Cassazione, nuovamente condannati dal tribunale di Sassari – l’avvocato fiorentino Giangualberto Pepi, difensore dell’imputato Antonio Maria Marini, sollecitò i giudici a riflettere sul pesante ruolo avuto dalla massoneria nella vicenda.
Un po’ tutti, riguardo a queste illazioni sul conto della massoneria – a cui aggiunse una “pezza” decisiva il giornalista de “La Repubblica” Giovanni Maria Bellu, che ricordò i trascorsi piduisti di Elio Cioppa, ex funzionario del SISDE e questore di Nuoro nel tempo della liberazione di Silvia Melis – ebbero a faticare nello stabilire una qualche equazione, una qualche equivalenza tra la massoneria, o una sua parte deviata, e la “rete” di Lombardini, in termini di organico coinvolgimento nelle attività parallele intese alla gestione delle trattative per la liberazione dei sequestrati, oltre tutto, come nel caso di Silvia Melis, spesso e volentieri massoni a loro volta, o prossimi congiunti di massoni. Equazione quanto mai approssimativa, atteso che, benché Luigi Lombardini avesse sicuramente molti amici nella massoneria, e benché fossero probabilmente tutti massoni i magistrati che con lui facevano parte della “rete”, di questa compagine facevano parte anche numerosissimi appartenenti alla polizia, ai carabinieri, alla guardia di finanza e al SISDE, delle più svariate estrazioni politico-culturali (non mancavano elementi di sinistra), ai quali della massoneria non poteva importare di meno; la “rete” di Lombardini non era emanazione della massoneria, forse aveva qualche punto di contatto con Gladio, ma era nata soprattutto per finalità strategiche, condivise ai più alti livelli politici, intese a impedire il protrarsi dei sequestri e a catturare o far costituire i latitanti come chiave per un più incisivo controllo del territorio da parte dello Stato, anche onde impedire potenziali saldature tra banditismo e terrorismo di estrema sinistra, pericoloso per la strategica importanza che la Sardegna da sempre ha per la NATO.

Era invece sicuramente nell’interesse della massoneria quella di poter contare sulla vicinanza di una struttura “coperta” che, operando nell’esclusivo interesse della salvezza degli ostaggi e mantenendo uno stretto riserbo sulle trattative, facilitasse la liberazione dei molti ostaggi massoni o congiunti di massoni senza che trapelasse in alcun modo che ciò era dovuto a “collette” dei “fratelli” – cosa che invece spesso avveniva ma che non si doveva accettare ufficialmente come metodo, onde impedire che qualsiasi banditaccio si mettesse in testa di rapire massoni certo di poter chiedere riscatti esosi – ma soprattutto, se necessario anche depistando, nascondesse la triste realtà che molti rapimenti in danno di massoni o loro congiunti avvenivano con tanta facilità anche perché, in quei casi, massoni, alquanto deviati, erano anche i basisti e gli ideatori del sequestro a livello di “colletti bianchi”, e a tal uopo, nella cosiddetta fase dell'”inchiesta”, avevano utilizzato appieno le notizie apprese e le conoscenze strette in ambiente massonico.
Nel sequestro di Silvia Melis non era avvenuto niente di diverso, giacché è certo che il rapimento fu ideato e organizzato da due o tre massoni di Tortolì, stando alle loro frequentazioni tutt’altro che commendevoli ascrivibili ai settori deviati della massoneria, che ben conoscevano Tito Melis, loro “fratello”, ed è sicuro che la massoneria volle costantemente controllare ogni fase delle trattative, tuttavia qualcosa funzionò in modo diverso dal solito, poiché Luigi Lombardini, che in casi simili soleva sempre intervenire, non solo rifiutò le richieste di intervento dell’avvocato Luigi Garau, altro massone, ma mandò pure a dire ai suoi migliori “contatti” in carcere che dovevano astenersi dallo svolgere operazioni relative al sequestro Melis, chiunque li avesse all’uopo contattati, poiché quella era “una storia sporca”.
Ma vi è di più, poiché a quanto pare uomini della “rete” di Lombardini giunsero ben presto a individuare il sicuro basista del rapimento in uno stretto amico massone di Silvia Melis, pur venendo detto risultato investigativo neutralizzato, verosimilmente ad opera di uno o due PM massoni. Lombardini, quindi, sapeva, e “scaricò” la massoneria, forse perché aveva appreso cose che gli consigliavano di ritenere molti personaggi affiliati a quei sodalizi, tra i quali perfino suoi colleghi di Palazzo, tutt’altro che raccomandabili, anzi degli autentici criminali; solo nel luglio 1997, a quanto pare, Lombardini, forse anche sollecitato da molto in alto, riprese l’iniziativa per cercare di far liberare Silvia Melis, ma ciò avvenne in simultanea con la probabile “cessione” di Silvia, cosa su cui è ancora nebbia nelle indagini ma della quale in Barbagia sanno tutti, dagli originari rapitori ad una banda barbaricina.
E non meraviglia che in questa fase, nella convulsa fase di trattative incrociate che ne susseguì, si sia incominciato a riparlare, sulla base di quanto può desumersi dai monumentali brogliacci delle intercettazioni, di solidarietà massonica, di visite a un banchiere “fratello” a Basilea – guarda caso, la città dove si dice siano ufficialmente iscritti molti cagliaritani appartenenti alla massoneria deviata – di strani “weekend” fuori stagione di Gemma Melis a Sankt Moritz, Svizzera, in una stagione in cui casomai si stava ancora bene al lido di Orrì, del “vaccino per quell’animale”, di un borsellino pieno di “franchi”, di una misteriosa busta fatta pervenire a Gemma Melis presso la Findomestic, società finanziaria ove lavorava, e da questa recapitata al padre, tre giorni prima della “fuga” di Silvia.
Lombardini non dava alcuna garanzia di silenzio, di riservatezza quanto agli inconfessabili retroscena del sequestro Melis, Tito Melis, e di riflesso Silvia, li davano, ma erano indignati, soprattutto Tito, e il prezzo del loro silenzio era alto: Silvia doveva tornare a casa senza che Tito dovesse pagare una lira. Il resto si può facilmente intuire: liberarsi di quel Lombardini, che era diventato scomodo per ciò che sapeva e che nessuno avrebbe potuto mai comprare per denari, non guastava per la massoneria deviata, sempre troppo tollerata da quella ufficiale.
Poi, i massoni hanno poco da lamentarsi se in molti fanno di tutta l’erba un fascio e stabiliscono l’equazione massone uguale farabutto (nonostante le logge trabocchino di limpidi galantuomini); da certa gentaglia occorre dissociarsi, ma la massoneria non pare avere la schiena dritta per certe cose, e lo si è visto con la fine fatta dall’ex gran maestro Giuliano Di Bernardo quando ha propugnato la cacciata dalla massoneria dei “gladiatori”.