15 11 2005 - E SE LO STATO NON CI DA I SOLDI? INDIPENDENTZIA?

Si rischia come sempre, alle volte, di fare la solita figura dei pocos, locos y mal unidos, ma il governatore Renato Soru si sta battendo come un leone, come nessun altro presidente di regione ha mai fatto prima, perché la Sardegna veda rispettate la sua autonomia e la sua identità da una Repubblica Italiana spesso matrigna, che si dimentica di noi quando c’è da sostenere l’apparato produttivo o da garantire la continuità territoriale, ma si ricorda sempre di questa povera isola quando si tratta di appioppare tasse e imporre odiose servitù militari.
E la questione dei soldi, alla fin fine, è secondaria, anche se lo Stato italiano tenta per l’ennesima volta di trattarci come pezza da piede: in discussione è la dignità di quella che prima ancora che una regione italiana è una vera e propria Nazione, e che come tale, nel 1847, scelse volontariamente di fondersi nel regno dei Savoia per partecipare convintamente all’unità d’Italia.

La nuova situazione d’Europa, con un’Unione Europea sempre più coesa economicamente e politicamente che, nonostante gli intoppi relativi all’approvazione della Costituzione europea, farà passare sempre più in secondo piano le statualità nazionali, unitamente all’intollerabilità degli sgarbi continuamente subiti dallo Stato, riapre oggi, quanto mai, il tema dell’opportunità e della giustezza che la Sardegna, come fu nel Medioevo sotto i Giudici di Arborea, torni a governarsi da sola, ad essere indipendente, il che non significa certo fare la guerra agli “italiani” o avere rapporti di inimicizia con la penisola, che mai vi sono stati neppure quando la Sardegna era davvero indipendente.
Magari la totale indipendenza della Sardegna non è la soluzione, ma l’autonomia non sempre basta, forse il “modello catalano” potrebbe essere un giusto compromesso rispetto alla situazione attuale di dipendenza gerarchica da uno Stato spesso vicino per le male cose e lontano per le buone cose, invasivo col suo pletorico apparato di prefetti, questori, poliziotti, carabinieri, giudici e pm non legittimati dal popolo, e i soliti rapaci agenti del fisco.
In ogni caso, è chiaro ed evidente che la nostra insularità ci obbliga a non dover ogni volta prendere un aereo e andare a Roma per far valere le nostre ragioni, abbiamo bisogno di istituzioni locali, sarde, ad ogni livello e su ogni campo, per un’esigenza di maggior vicinanza degli amministrati agli amministratori; e abbiamo bisogno che molti di noi non continuino a sentirsi “stranieri in patria” nel dover per forza parlare italiano e considerare la loro lingua natale, la nostra lingua sarda, molto più simile allo spagnolo e al catalano di quanto non lo sia all’italiano, come un infimo dialetto.
E allora, qualunque sia la formula, la virtuosa azione del presidente Soru deve essere un seme gettato verso questi traguardi: il Consiglio Regionale diventi un vero e proprio parlamento, ci sia accordata autonomia legislativa seria ed efficace senza le intollerabili intromissioni dei governi nazionali, i collegamenti per cielo e per mare siano gestiti da autorità sarde al 100 per cento, ci sia concessa una polizia sarda e una magistratura sarda, finalmente non controllata e spesso “coperta” da Roma!