12 11 2002 - E ADESSO, DE GENNARO, DEVI FARCI SAPERE …

L’interesse che c’è stato riguardo a questo argomento, confortato dai dati degli accessi al nostro sito anche dall’estero (perfino dalle isole FAROER: non stiamo sparandola grossa …) ci fanno pensare che molti si interroghino, o non comprendano, sul perché ce la prendiamo tanto contro il capo della Polizia Gianni De Gennaro che è stato, e neppure noi l’abbiamo certo dimenticato, uno dei principali protagonisti della stazione più proficua dell’antimafia nazionale, intrattenendo formidabili rapporti di collaborazione con gli Stati Uniti, collaborando col grande Giovanni Falcone e poi con Giancarlo Caselli, che sarà pure un magistrato politicante e avrà pure, per furor politico, preso delle cantonate, ma la lotta alla mafia è stato il primo procuratore capo di Palermo a farla seriamente.
Noi non dimentichiamo certo i grandi meriti del dottor De Gennaro, il suo ruolo fondamentale, forse insostituibile, nel tessere quei proficui rapporti investigativi con gli Stati Uniti dei Rudolph Giuliani senza i quali una seria lotta alla mafia delle varie Pizza Connection, del denaro sporco e del narcotraffico sarebbe stata impensabile, il fatto che si tratti di un uomo che da una vita vive sotto scorta essendo tuttora, insieme allo stesso Caselli, l’obiettivo numero uno delle possibili ritorsioni omicidarie di Cosa Nostra; senza di lui, forse, saremmo ancora all’epoca della Questura di Palermo piena di piduisti e di collusi, dove un poliziotto come Boris Giuliano doveva innanzitutto guardarsi dai suoi colleghi.

Noi siamo dell’idea che le mafie vadano schiacciate con ogni mezzo, stando però attenti a non fare confusione tra gli autentici mafiosi e quella cosiddetta “zona grigia” da maneggiare con cura, e senza neppure indulgere ai troppi garantismi che un pessimo codice di procedura penale a volte offre come alibi alle assoluzioni facili, ma ciò non toglie che i meriti di Gianni De Gennaro non gli diano licenza di fare quel che vuole, come non la diedero, ahinoi, a Giovanni Falcone, che fu linciato e delegittimato innanzi tutto dai suoi colleghi, e dai suoi colleghi di Magistratura Democratica (non tutti, perché, se l’ineffabile Elena Paciotti votò a favore di Antonino Melis, Giancarlo Caselli sostenne invece Falcone fino all’ultimo).
Ci riferiamo, ovviamente, a certi lati oscuri della risoluzione del sequestro di Silvia Melis, e alla dicotomia che si creò, nelle fasi finali di quella misteriosa vicenda, tra una polizia corretta e legalitaria, quella impersonata dal dottor Piero Arangino, la cui correttezza è veramente ineccepibile ed encomiabile, e una polizia disinvolta e pronta ad azioni “strane”, tra cui a quanto pare l’allestimento della messa in scena con cui si è tentato di dare a bere che Silvia Melis si fosse liberata da sola da quella tenda che probabilmente non esisteva prima dell’alba dell’11 novembre 1997, e il pagamento con denaro dello Stato (si è parlato di 2 miliardi e 200 milioni di vecchie lire, prelevati da una banca romana, ma bisogna vedere quanti sono andati effettivamente ai banditi, quanti a ricompensare mediatori e confidenti vari, e quanti invece, come già all’epoca del sequestro di Farouk Kassam coi 5 miliardi del SISDE, hanno preso strade incontrollabili), pare per il tramite di Mario Fortunato Piras pervenuto, per canali di cui non possiamo parlare, a contattare uno degli uomini forti della banda dei rapitori di Silvia Melis, poi catturato dal SISDE nel 1998 ma mai inquisito ufficialmente per questo delitto, grazie all’attivismo di un magistrato cagliaritano legato a doppio filo proprio con la Polizia e col SISMI; e De Gennaro sicuramente la sa lunga su tutte queste belle cose, poiché nel 1997 egli era la persona più potente all’interno della Polizia, anche se non ne era il capo, dato che il “vero” capo Fernando Masone, nominato da Berlusconi, non godeva di grande stima da parte del governo di sinistra, tanto è vero che qualche anno dopo, proprio per nominare De Gennaro ufficialmente a capo della Polizia, se ne liberarono mandandolo al CESIS, l’organismo di coordinamento dei servizi segreti che non ha mai contato niente.
Il perché dell’intervento è presto detto: Tito Melis non aveva una lira, o forse ha fatto credere di non avere una lira (perché la vicenda del “vaccino per quell’animale” suggerirebbe uno scenario diverso), sicché, dato che anche ai vertici dello Stato si sapeva che ogni ulteriore ritardo avrebbe messo a repentaglio la vita di Silvia, al Viminale ci si risolse ad autorizzare la risoluzione del sequestro con un pagamento di Stato, a condizione ovviamente che ufficialmente non se ne sapesse mai niente. E dato che non ci si poteva fidare del SISDE, i cui uomini in Sardegna erano in larga misura in contatto con Luigi Lombardini – al quale, come a Nicola Grauso, bisognava assolutamente impedire di liberare Silvia Melis – ci si affidò interamente alla Polizia, badando bene di coinvolgere solo le persone pronte alle azioni più disinvolte, come l’allora Questore di Nuoro Elio Cioppa, che non è un disonesto, ma che fu sbattuto fuori dal SISDE oltre vent’anni fa per la sua appartenenza alla loggia P2 e che da allora era perennemente in attesa di rifarsi una verginità, non essendo certo soddisfacente per lui finire la carriera a Nuoro dopo essersi occupato del caso Moro.
Il peccato originale di Luigi Lombardini, e di Nicola Grauso, fu proprio quello di aver tentato, il primo molto riservatamente, il secondo pubblicamente, di smascherare le menzogne, dacché si sarebbe potuti pervenire ad altre realtà assai più compromettenti, come ad esempio la circostanza che ai VERI rapitori di Silvia Melis, oltre al denaro, era stata concessa l’impunità, e che, dopo la messa in scena della “fuga” di Silvia a Locoe, la Polizia fu stranamente indotta o costretta ad abbandonare le piste che portavano a Tertenia o al Salto di Quirra, che pure incominciavano ad avere parecchi riscontri, per buttarsi su una pista orgolese fabbricata dal nulla, basata solo sull'”attenzionamento” di Pasqualino Rubanu che frequentava, per il suo lavoro di pastore, la zona di Locoe, con tante altre stranezze, quali la sparizione di un rapporto della Guardia di Finanza che pare la dicesse lunga su chi aveva ideato e orchestrato il sequestro, personaggio potente con amicizie potenti e quindi intoccabili, pare addirittura legato alla ‘ndrangheta calabrese. Poi venne l’inchiesta di Palermo, dove le risultanze probatorie furono alterate da un vero e proprio depistaggio, attuato con carte false concepite e fabbricate a Cagliari, e i PM, loro malgrado, forse fidandosi troppo, a sproposito, dei colleghi cagliaritani, furono indotti a costruire, più che una verità processuale, una falsità processuale in danno di Lombardini e Grauso, che però faceva tanto comodo anche a quei vertici dello Stato che avevano ordinato il pagamento del riscatto a condizione che nulla se ne sapesse; il resto della storia lo conosciamo.
Questo è quanto. Non possiamo dire con certezza, anche se soggettivamente ne siamo convinti, se l’attuale capo della Polizia abbia un ruolo, un ruolo di vertice, in tutto questo; ma siamo certi che nell’operato della Polizia vi furono molte anomalie, che settori di essa agirono in modo disinvolto e talora deviato, e che De Gennaro, e con lui Caselli, non può non sapere e sarebbe molto meglio che facesse finalmente sapere a tutti la verità, dato che ci è scappato il morto, e con esso la credibilità dell’intera magistratura cagliaritana.
Non siamo prevenuti quanto a ritenere che Giancarlo Caselli, alla fine della fiera, fosse in buona fede, ma siamo tanto sicuri che non ci fossero personaggi ai quali anche lui, l’onnipotente procuratore antimafia di Palermo, non poteva dire di no … e poi soprattutto, dottor Caselli, come mai si è circondato di uomini e mezzi del SISMI per venire a Cagliari a interrogare Lombardini? Paura che questi divulgasse qualche segreto militare?
Porca miseria, passassero altri decenni ma … VOGLIAMO LA VERITA’!!!