A guardare alle vicende della Regione c’è veramente da rimanerci sconcertati, se non schifati.
Un presidente di AN, Italo Masala, viene dapprima eletto unitariamente da tutto il centro-destra (esclusi i tre ex di AN del Movimento, capitanati da Cesare Corda), in funzione evidente di soddisfare alle condizioni poste dall’UDR di Mario Floris e di molti centristi, di farla finita con Mauro Pili, a cui si imputa non si è capito bene che, forse di non amare i riti della vecchia politica, forse il peccato originale di essere stato designato direttamente da Silvio Berlusconi cooptandolo in Forza Italia, alla quale non era neppure iscritto.
Sembrerebbe dover essere, quella di Masala, una navigazione tranquilla, sia pur con una maggioranza risicata, ma ecco che arriva il signor Romano Comincioli, uno “straniero” che obiettivamente non ha neppure un buon curriculum (è stato latitante in Francia per una vicenda giudiziaria), a imporre una serie di diktat: cinque assessorati a FI e fuori dai piedi l’UDR.
Sembra fatto apposta per costringere Masala a mollare tutto, invece il presidente non molla, nonostante i boatos di un voto addirittura contrario alla giunta di FI, e si presenta in aula attribuendosi l’interim su tutti gli assessorati destinati a FI.
Alla fine – senso di responsabilità, o tentativo di attribuire al centrosinistra la colpa dello scioglimento? – FI opta per l’astensione, sennonché tra il portavoce degli azzurri Pietro Pittalis, che da tempo ogni volta che apre bocca combina solo sconquassi, e Gianni Locci del Movimento volano quasi le molotov, con quest’ultimo che accusa il leaderino azzurro di averli fatti partecipare a riunioni in cui si preparava la defenestrazione di Mauro Pili, cosa che non pare così incredibile, dato che, emigrato Emilio Floris al municipio di Cagliari, il nuorese si è sempre creduto, dopo Pili, il deus ex machina, e magari sperava di ereditarne la poltrona proprio sfruttando il diktat anti-Pili di Mariolino Floris.
Se Pittalis è potuto giungere a tanto, non può che constatarsi che Pili è stato scaricato dal Cavaliere, tanto è vero che riesce a volare in Turchia, al matrimonio della figlia del premier turco Erdogan, giusto in tempo per evitare di incontrare politici regionali, in primis Pili.
Alla fine la giunta Masala passa con alcuni voti decisivi: quelli dei sardisti per “difendere l’autonomia”, a detta del loro leader Giacomo Sanna, quello di Andrea Pirastu, per l’occasione dimessosi da Forza Italia, quello a sorpresa ma non troppo del professore ulivista Luca Deiana (sassarese come Masala: amor di patria?), quelli dei tre del Movimento, che riescono perfino a digerire l’odiato Masala pur di affossare l’odiata Forza Italia, quello del presidente del Consiglio Efisio Serrenti, che già sa che difficilmente tornerà in Consiglio e vuole togliersi lo sfizio di presiederlo fino all’ultimo.
Risultato: almeno si ha una giunta-ponte, che guiderà la Sardegna alle elezioni regionali nella data prevista dalla legge, i maligni, e molti anche nell’opinione pubblica, diranno perché la maggior parte dei consiglieri sanno già che a fine legislatura faranno le valigie, perché non saranno candidati o perché non saranno rieletti, e vogliono prendere sette (lauti) stipendi in più.
Rimane un grande amaro in bocca, per i tanti che hanno votato per Mauro Pili riponendo grandi speranze in un giovane proveniente da un movimento di società civile (dopo le esperienze giovanili nella gioventù socialista) il quale, seppur spinto da Berlusconi, avrebbe dovuto spazzare via i vecchi triti e ritriti riti regionali e imprimere una direzione nuova alla gestione dei problemi dei sardi.
L’ha fatto, in parte, come per il problema dell’approvvigionamento idrico a Cagliari, risolto in men che non si dica, ma perlopiù è stato sopraffatto dai soliti vecchi “marpioni” e da tanti giovani “falchetti”, che prima hanno mandato uno di loro, Mario Floris, alla presidenza, poi gli hanno comunque messo una infinità di sgambetti. E questo deve far riflettere anche Renato Soru, se pensa di formalizzare la sua candidatura a presidente col centrosinistra.
We have a dream, per parafrasare Martin Luther King, che spariscano dalla Regione Sarda certi personaggi, perché il popolo sardo è arrivato al sommo dell’indignazione: se si candidano Pili, o Soru, si consenta loro, una volta eletti, di poter governare secondo un programma presentato agli elettori senza doversi occupare ogni giorno di poltrone e di agguati nei corridoi.
| Pagina salvata in remoto su web.archive.org |