18 02 2003 - DOTTOR GRASSO, LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI!

Nonostante qualche critica, nutriamo grande stima per il dottor Piero Grasso, un tempo giudice a latere di quel maxiprocesso che sanzionò con sentenza l’immane fatica investigativa di Giovanni Falcone e oggi procuratore della Repubblica di Palermo, poltrona un tempo occupata da eroi come Gaetano Costa, barbaramente ucciso dalla mafia, da personaggi assai discutibili e da ultimo da un magistrato come Giancarlo Caselli per un verso assolutamente meritevole per aver dato una nuova spinta alla lotta alla mafia, per altro verso un tantino discutibile per le ragioni che in tanti prima di noi hanno ampiamente esplicitato.
Proprio perché nutriamo tale stima, non vorremmo essere nei panni del dottor Grasso, non già per quanto concerne i continui problemi suscitati dalla gestione di “pentiti” vecchi e nuovi, che peraltro sono enormi, bensì per quanto attiene alla difficile gestione dei processi e dei procedimenti penali nati dal verminaio cagliaritano, dai fattacci del triennio terribile 1996-1999 che vide magistrati e non solo scontrarsi in una faida con pochi precedenti anche a livello nazionale, assassinando anche l’ombra della residua autorevolezza della giustizia nella Città del Sole.

Non sappiamo se l’abbiano ben informata, dottor Grasso, ma lei deve sapere che, prima del suo avvento al vertice della procura palermitana il suo predecessore, Giancarlo Caselli, aveva consentito che dichiarazioni, quanto meno dubitabili, di un singolare personaggio come Tito Melis, si dice “avvicinato” da alcuni autorevoli magistrati cagliaritani perché rendesse tali dichiarazioni, fossero usate per bersagliare un grande e probo magistrato come Luigi Lombardini, e con lui i vari Nicola Grauso, Antonio Piras, Antonangelo Liori, Luigi Garau, con l’accusa infamante di estorsione, proprio a lui che l’estorsione, sotto la sua più ripugnante forma del sequestro di persona, l’aveva combattuta per tutta la vita; non si era posto il problema, Giancarlo Caselli, dell’incredibilità di tali accuse ove rivolte a una persona come Lombardini, la cui dirittura morale egli non poteva non conoscere, e la sola risposta al perché Caselli abbia agito in questo modo, escludendo una sua aprioristica malafede (dell’assoluta onestà dell’attuale procuratore generale di Torino siamo ferreamente convinti), risiede nell’evidente necessità di “salvare” sempre quei magistrati cagliaritani, coloro che avevano commesso più di un atto giuridicamente qualificabile quale favoreggiamento nel sequestro Melis.
Non sappiamo, ancora, se lei, dottor Grasso, stia seguendo da vicino l’inchiesta per abuso d’ufficio a carico di Carlo Piana, Guido Pani e Gian Giacomo Pisotti, nonché altri personaggi di varia umanità tra cui l’editore de L’UNIONE SARDA, che è nelle mani del suo sostituto dottoressa Marzia Sabella, che pur dandoci dentro e non trascurando alcun particolare di rilievo, ha peccato nell’interpretazione dei fatti richiedendo l’archiviazione del procedimento, nonostante dagli atti trasparisse appieno la sovrabbondanza di testimoni falsi e reticenti che, chiamati a confermare quanto affermato da Grauso nell’esposto introduttivo della causa, puntualmente negavano tutto, salvo poi venire smentiti da qualche provvidenziale registrazione; non sappiamo quindi, dottor Grasso, se anche lei, come noi, si sia posto il problema che, se i tre magistrati fossero rinviati a giudizio, esisterebbero di diritto gravi indizi di colpevolezza a loro carico, ed essendo evidenti, date le loro cariche e il loro potere, le esigenze cautelari, si sarebbe dovuta richiedere la custodia cautelare a loro carico … o forse, dottor Grasso, questo concetto le è ben chiaro, e si è voluto evitare ai tre magistrati di sinistra ciò che invece si voleva fare a Lombardini, a quanto pare, sulla base di indizi ben più labili?
Non sappiamo se lei se ne renda conto, dottor Grasso, che dal momento in cui, per tutti gli anni ’90, la Procura di Palermo ha iniziato ad essere intasata di procedimenti penali a carico di magistrati sardi, e nonostante spesso fossero smaccate le prove della loro colpevolezza soprattutto di fatti di abuso di ufficio, la Procura da lei diretta, con la tragica eccezione di Luigi Lombardini e con quelle minori di Walter Basilone, defunto procuratore di Oristano per cui era stato chiesto il rinvio a giudizio (fu prosciolto in udienza preliminare) e Salvatore Fundoni, condannato in primo grado e assolto in appello, sembra aver costantemente badato bene a non toccare i potenti, ad applicare a dismisura nei loro confronti quella presunzione di innocenza che proprio voi, magistrati antimafia, spesso e volentieri disconoscete ai comuni cittadini, indiziati di essere mafiosi spesso sulla base del nulla.
Ma la legge è uguale per tutti, dottor Grasso, e se è vero che la magistratura, come classe professionale, propugna e difende questo principio, è ora che proprio lei dia una dimostrazione di coerenza: finendola di guardare in faccia certi suoi colleghi cagliaritani e traendo dagli atti le dovute conseguenze. Sia in termini di provvedimenti restrittivi, sia in termini di restituzione dell’onore a innocenti infamati ormai da anni, in vita e purtroppo anche in morte.