17 01 2004 - DI NUOVO TOGHE NERE AL RITO OTTOCENTESCO

La cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario, salvo sprazzi di vivacità negli anni ’80 quando era resa incandescente dai vivaci interventi del drappello di radicali allora molto attivi a Cagliari, è sempre stata una mera formalità dal sapore muffo e stantio, una di quelle cose appartenenti a un passato autoritario e anche un po’ fascista (come anche, peraltro, l’inaugurazione degli anni accademici in università corrotte, zeppe di raccomandati e che lasciano scappare i nostri migliori cervelli negli Stati Uniti), a cui si pensava che i moti del ’68 e del ’77 avessero dato un colpo definitivo, ma che sono state protervamente richiamate in vita dal neocorporativismo dell’ordine giudiziario (come anche dei baroni accademici).
Ogni anno si varia più o meno intorno al solito copione, con tutti i giudici della Corte d’Appello vestiti da buffoni ad ascoltare un Procuratore generale, anch’egli vestito da buffone (mirabile fu Francesco Pintus nel confessare che la sua toga rossa era bordata non di ermellino, ma di coniglio) pronunciare la consueta giaculatoria con cui si dice sempre che la giustizia va male, che gli arretrati sono enormi, che i processi durano un’eternità, salvo enfatizzare i pochi, occasionali successi dovuti all’impegno sopra la media di qualche bravo magistrato; a seguire, i soliti interventi, ancor più rituali e muffi, del rappresentante dell’ordine forense, di quello del Consiglio Superiore della Magistratura (che a Cagliari è sempre un comunista di Magistratura Democratica, quest’anno si è trattato di Giovanni Salvi) e di quello del Ministero della Giustizia, quindi dibattito zero, salva l’immancabile richiesta di soldi da parte dei giudici di pace.

Da quando è in carica il governo Berlusconi, la magistratura associata usa colorire la stucchevole cerimonia con una forma di protesta, giustamente diretta contro il bieco piduista amico di Craxi, di volta in volta diversa, e così, se l’anno scorso si sono presentati tutti brandendo il testo della Costituzione (quella italiana o quella sovietica?), quest’anno vi è stata la replica della protesta delle “toghe nere” già inscenata due anni fa, è stato davvero commovente e insieme patetico vedere certi giudici addannarsi a portarsela dietro da Nuoro od Oristano, ma in sovrappiù, e qui si è veramente scivolati in una volgare cafoneria, tutti i giudici e i PM (o quasi) sono usciti dall’aula all’atto dell’intervento del rappresentante del Ministero, nonostante questi abbia svolto un intervento molto interessante, per quanto “tecnico” e non politico.
Che dire, non ci si poteva obiettivamente aspettare di più da una magistratura che risiede in quello che è stato definito il “Palazzo delle Incompatibilità”, che ha un motivo speciale per avercela col ministro Castelli costituito dall’efficace campagna che il quotidiano del suo partito, “La Padania” – ampiamente ripreso da noi di Malaiustitia – ha svolto contro il bubbone delle incompatibilità parentali a Cagliari, tanto da spingere la stessa Magistratura Democratica, a livello nazionale, e a ruota l’intero Consiglio Superiore della Magistratura, a varare disposizioni finalmente più severe e rigorose; lorsignori delle incompatibilità non sanno più davvero che pesci pigliare, e pare che ora, forse in termini incostituzionali, i giudici civili verranno specializzati per materie, dicono per attuare l’ennesimo tentativo di elusione delle disposizioni sulle incompatibilità.
Una schiera di magistrati che l’anno scorso, per bocca di Fiorella Pilato, si sono contraddistinti per aver difeso a spada tratta il sistema perverso delle incompatibilità è moralmente delegittimata, non ha alcun titolo, alcuna legittimazione, a “boicottare” la rappresentanza del ministro Castelli in modo così plateale e cafone, da Cobas e da girotondini; beninteso, su diversi punti delle riforme approvate e proposte dalla maggioranza la magistratura, forse, ha ragione a protestare, ma si sa che la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto, per cui quei giudici e quei PM che, volendo, sotto il loro punto di vista giustamente, recriminare contro riforme che essi considerano pericolose, e al contempo versano da anni in una di quelle situazioni di incompatibilità previste dall’art. 19 dell’Ordinamento giudiziario, dovrebbero sentirsi in dovere di chiedere volontariamente il trasferimento presso il più vicino posto vacante utile, e allora, solo allora, potrebbero considerarsi moralmente legittimati.
Resterebbe da dire dell’assenza alla cerimonia degli avvocati, se non fosse che nessuno l’ha notata; la classe forense cagliaritana, in fondo, si è sempre dimostrata pavida e asservita a certa magistratura, a parte le solite rivendicazioni di stile sul “giusto processo” che servono solo ad allungare i tempi già eterni dei procedimenti penali, per cui non ha svolto un ruolo che comunque finora non ha mai svolto.
In conclusione, aveva comunque ragione Gaetano Pecorella quando, un anno orsono, disse che queste cerimonie andrebbero abolite, essendo perfettamente inutili; i magistrati giustizialisti possono fare tutti i girotondi che vogliono in diversa e privata sede, non è proprio il caso di offrire loro la platea di un rito stantio, muffo e ottocentesco che sta meglio in un film d’epoca piuttosto ceh in questa nostra realtà, come non sarebbe il caso di offrirla agli avvocati qualora un domani, anziché disertare, intendessero fare anche loro qualche buffonata.