Cosa accomuna tra loro il caso Manuella, le disinvolte imprese di certi “pentiti” delle gang criminali, il caso Volpe 132 e l’omicidio (chiamatelo suicidio se credete) di Luigi Lombardini?
Apparentemente niente ma non è così, e infatti le risultanze ufficiali delle inchieste giudiziarie, ed anche delle sparate dei cronisti di giudiziaria, devono essere debitamente depurate dai depistaggi, dalle strumentalizzazioni, dalla mala fede.
Su Manuella, ci hanno raccontato, attraverso le mutevoli parole dei “pentiti”, prima che stava organizzando con un amico tedesco traffici di whisky dalla base NATO di Decimomannu, poi che sarebbe morto per vicende legate a un ingente traffico di stupefacenti; tuttavia, erano emersi sospetti ben più inquietanti, correlati a fatti di traffico di armi o quanto meno di munizioni, che legavano la base di Decimo alla vicenda Manuella, ma su questa pista non si svolsero mai indagini.
La base di Decimo, un anno prima della scomparsa di Manuella, era stata parecchio “chiacchierata” in quanto si era asserito addirittura che i due Mig Libici che prima dell’abbattimento del DC9 Itavia lo avrebbero affiancato (uno fu trovato sui monti della Sila) sarebbero partiti proprio dalla base NATO; pareva la sparata di un folle, sennonché una più approfondita conoscenza di quanto si muove all’interno della CIA suggerisce che questa non è organizzazione compattamente filoisraeliana e in contrasto ai terroristi mediorientali, e cinque anni dopo vi furono rivelazioni su uno strano andirivieni di acquirenti d’armi iracheni e libici presso un’altra base NATO, quella di Perdasdefogu.
Ad ogni modo, all’epoca della scomparsa di Manuella, un sordido personaggio, che purtroppo sarebbe un servitore dello Stato, era di stanza a Decimo per conto dei servizi segreti, a controllare ciò che c’era da controllare.
Singolarmente, se si esaminano le biografie di alcuni personaggi facenti parte di quel sordido sottobosco evocato e smentito dai vari squallidi “pentiti” del caso Manuella, si scopriranno precisi rapporti in nuce con quella che poi diverrà la famigerata banda di Is Mirrionis, una banda agguerritissima di trafficanti di droga che dispiegava un’organizzazione e dimostrava un’energia difficilmente compatibili coi consueti modi di agire della casereccia malavita cagliaritana, il che doveva rivelare, come avrebbe rivelato, contatti con la criminalità organizzata.
Orbene, lo scambio armi-droga è da tempo una costante nei rapporti criminali, e dato che sui canali di rifornimento degli stupefacenti asseritamente detenuti e acquistati dagli eroi del “caso Manuella” non si è mai accertato un cavolo di niente, non è fuor di logica dubitare che, se sotto il caso Manuella vi era in realtà una faccenda di armi o munizioni portate via clandestinamente dalla base di Decimo, la droga sia stata ricevuta dai destinatari finali delle armi.
Ad ogni modo, il sordido personaggio di cui si è parlato prima avrà un ruolo anche nella vicenda della banda di Is Mirrionis.
Giungendo ai giorni nostri, nel 1994 viene abbattuto l’elicottero Agusta A 109 “Volpe 132” della Guardia di Finanza, con a bordo Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda, e anche tra i retroscena di questa vicenda, che rischia di diventare a pieno titolo la “Ustica sarda”, emerge il losco profilo dei trafficanti d’armi, a quanto pare rifornitori della Libia, ossia dello stesso Paese a cui appartenevano i MIG che sarebbero partiti da Decimo in occasione della vicenda Ustica, dello stesso Paese che aveva addirittura finanziato l’apertura a Cagliari di un quotidiano, dello stesso Paese i cui agenti pare andassero e venissero da Perdasdefogu (a due passi in linea d’aria dal punto ove Volpe 132 venne abbattuto) tornandone carichi di armi.
Inconcepibilmente, il massacro di due valenti servitori dello Stato non trova giustizia, poiché infiniti depistaggi, col concorso di personaggi dei servizi segreti militari ma anche della magistratura, operano onde fare di tutto affinché non sia accertata la verità
Tra l’altro, vi è da dire, parrebbe che il “Lucina”, nave appartenuta tra gli altri a Massimo Cellino ma che ha cambiato più volte equipaggio e armatori, risultasse coinvolta in un probabile trasporto d’armi intercettato da Volpe 132, e stranamente, forse per giustificare taluni “carichi scottanti” della nave e cancellarne ogni traccia, si innesta un meccanismo che porta all’arresto per truffa aggravata di Massimo Cellino.
Venendo a Lombardini, lui, che aveva un contatto fidatissimo (pare un agente del SISDE) in quel ristretto “giro” della Guardia di Finanza e degli ambienti NATO dove si sapeva tutta la tragica verità sulla vicenda Volpe 132, aveva, a quanto pare, ricevuto e conservato documenti particolarmente scottanti su questa vicenda, forse gli stessi che il giudice Lavena ha oggi chiesto al PM Pani di recuperare in qualche modo, ma Lombardini era un “atlantico” di ferro, mai avrebbe fatto qualcosa che potesse incrinare l’immagine degli Stati Uniti e dell’Alleanza.
Sennonché, dopo essersene serviti ampiamente, gli ambienti di intelligence, militari, massonici e forse anche piduisti che hanno agghiaccianti contiguità se non organicità totale, con mandanti ed esecutori del crimine dell’elicottero, e peraltro in gran parte ormai ammiccanti a una certa sinistra, non solo a destra, “scaricano” brutalmente Lombardini quando questi è impelagato nella matassa del caso Melis, quando la Procura di Palermo, forse per “errore determinato dall’altrui inganno” (si chiama così, secondo il codice penale) costituito da certificate pressioni su Tito Melis e da altre carte “taroccate” squisitamente made in Cagliari, gli contestò l’infamante reato di estorsione.
Fu allora che Lombardini prese una decisione: intendeva dire a Caselli tutto ciò che sapeva, non solo sul caso Melis, ma anche su questa vicenda, e verosimilmente su altre anche più scottanti; ma pare sia stato minacciato, indirettamente, facendo leva sull’incolumità di persone a lui molto care, in particolare di una persona che conoscerebbe il sito segreto ove sono riposti gli esplosivi documenti riservati che Lombardini nascose circa dieci giorni prima del suicidio e che, circa una settimana prima del fattaccio, partì con un’amica per un luogo segreto, invano braccata dai servizi segreti, facendo ritorno in Sardegna solo dopo il suicidio.
A tutt’oggi, non si sa dire se Lombardini si sia veramente suicidato o sia stato ucciso, noi abbiamo sempre ritenuto quest’ultima tesi poco credibile, anche per la contraddittorietà delle fonti che a Lombardini erano davvero vicine, divise tra chi sostiene senza dubbi la tesi del suicidio e chi afferma, altrettanto perentoriamente, che fu omicidio, convincimento, questo, peraltro molto radicato nell’opinione pubblica.
Ma una cosa è certa: Lombardini era diventato pericoloso, e non certo per la vicenda Melis, che probabilmente a più attente e serene verifiche si sarebbe sgonfiata, bensì per la vicenda Volpe 132 ed altre vicende altrettanto, se non più, scottanti, come il mistero di certi fiumi di denaro non certo puliti piovuti nella nostra città
Farneticazioni? Fantasticherie? Ipotesi più o meno fantasiose, come direbbero a L’UNIONE SARDA?
Può darsi, però basterebbe poco per fare delle verifiche; si potrebbe partire, ad esempio, dall’esaminare la ragnatela di rapporti poco edificanti di certi studi legali e professionali cagliaritani, che spaziano dagli onnipresenti libici a ben noti faccendieri legati alla P2 a personaggi che hanno apertamente depistato in vicende giudiziarie di rilievo.
Gli indirizzi? I magistrati cagliaritani, ma forse quelli competenti sarebbero quelli romani, non avrebbero neanche da allungarsi troppo dal Palazzaccio, ci possono arrivare a piedi.
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