Ricorderete tutti, nella primavera del 1996, l’enorme eco che ebbe il procedimento penale, seguito dal PM Valerio Cicalò, che condusse al clamoroso arresto di Massimo Cellino, presidente del Cagliari calcio, e di sua sorella Lucina, per un’ipotesi di truffa aggravata all’AIMA addebitata a Cellino per la sua posizione di amministratore della SEM Molini Sardi, laddove si adombrò che, per ammontari di diversi miliardi, Cellino avrebbe denunciato stoccaggi di grano in quantità ben inferiore a quella effettiva per conseguire comunque i contributi AIMA.
Cellino fu difeso con grinta dall’avvocato Rodolfo Meloni, consigliere del Cagliari calcio, il quale contestò la sussistenza di un sacco di irregolarità, tra le quali pare spiccasse la retrodatazione dell’iscrizione della notitia criminis nell’apposito registro; ed invero, pare che sulle scorte granarie della SEM fossero state compiute indagini riservate e irrituali ben prima che il nome di Cellino fosse iscritto nel registro delle notizie di reato.
Il PM Cicalò si basò, per fondare le sue accuse, su stime contabili eseguite dal commercialista Alessandro Ciotti, personaggio molto ben introdotto: figlio dell’ex capo di gabinetto di Federico Palomba, era fidanzato (non sappiamo se la relazione prosegua) con la figlia di un potente magistrato cagliaritano, a sua volta giudice in un tribunale della Sardegna.
Prova granitica, sosteneva ovviamente l’accusa, e tuttavia, una volta pervenuto in Tribunale, il procedimento, quasi neppure iniziato – vi erano da escudere ancora un centinaio di testimoni – si afflosciò repentinamente.
Trasferitosi il PM Cicalò presso la Procura di Tempio, che oggi dirige, gli subentrò Paolo De Angelis, il quale concordò con Cellino, in sede di patteggiamento, la pena di un anno e quattro mesi di reclusione, e allora le giustificazioni furono, eminentemente, di celerità processuale, all’americana: troppo lungo finire di celebrare un processo con un numero così sterminato di testi.
Sennonché qui non siamo in America, siamo in Italia, e quando sono per fatti gravi la regola dovrebbe essere che i processi si finiscono, ci si dovesse mettere anche due anni, non si chiudono così, cosa a cui può legittimamente avere ogni interesse l’imputato; specie perché Massimo Cellino aveva patito la galera, sia pur per poco, le sue società erano state rovistate da cima a fondo dalla Guardia di Finanza (in un’occasione, sentenziò la Cassazione, con un mandato inteso a cercare la notizia di reato piuttosto che cose determinate), era stato “sputtanato” in tutta la città e non solo.
Insomma, la conclusione di questo procedimento da adito a ben più di un legittimo dubbio.
Dal lato dell’imputato, nessun dubbio: diceva Carnelutti che il processo stesso è una pena, perfino un autorevolissimo docente universitario dovette patteggiare una condanna per un reato da cui tutti lo ritenevano innocente, ben comprensibile che Cellino abbia inteso chiudere questo calvario.
Ma dall’altro lato?
Che le prove raccolte non fossero poi così granitiche, ed appartenessero invece alla sfera dell’opinabile, specie quanto alle stime effettuate?
O che ci fosse sotto qualcosa di molto, di molto peggio?
Si è visto come, nella vicenda Volpe 132, avesse fatto la sua apparizione la nave armata dalla famiglia Cellino, il “Lucina”, come utilizzata, con viaggi sicuramente clandestini e ignoti agli armatori, per il traffico d’armi verso la Libia; quella stessa nave, tempo dopo, fu misteriosamente trovata alla rada del porto di Algeri abbandonata a sé stessa, con l’equipaggio interamente sgozzato, “lavoretto” che è stato attribuito dalla magistratura algerina a un capo integralista islamico che perciò è stato condannato a morte.
Evidente che tale episodio è da porsi in relazione con vicende legate alle armi o a qualcosa di altrettanto losco: che gliene sarebbe importato, altrimenti, agli integralisti islamici di sgozzare gli italiani?
Orbene: ammanchi di granaglie in magazzino possono derivare dal fatto che le stesse effettivamente non ci sono mai stati, o dall’erroneità delle stime effettuate per calcolarne l’ammontare presumibile rispetto al denunciato all’AIMA, o anche dalla necessità di “scaricare” (virtualmente) da una nave “carichi” altrimenti ingiustificabili, come quelli di armi; o forse da tutte queste cose combinate.
Come escludere che qualcuno abbia movimentato il “Lucina” per i carichi di armi scrivendo negli appositi registri di aver caricato e trasportato tot quintali di granaglie, facendo finire poi le relative annotazioni ai magazzinieri della SEM che in buona fede recepivano?
Ci sarebbe stato da fare ben maggiore chiarezza: ciò non è avvenuto,.
E forse Massimo Cellino è stato vittima di un complotto, inteso non solo (o non tanto) a colpire lui, ma soprattutto, con la complicità di un certo approccio superficiale della magistratura, a coprire cose ben più scottanti dell’ammanco di pur notevoli quantitativi di grano.
Ma quanto si complotta in questa diamine di città!!!
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