Dopo le vicende de L’UNIONE SARDA, l’accanimento degno di miglior causa dispiegato insieme al PM ANTIGRAUSO Guido Pani per estromettere, appunto, Nicola Grauso, reo di essere un editore puro (e non troppo interessato alle palazzine, come Zuncheddu e i suoi amici delle Cooperative rosse) e non condizionabile, dal circuito dell’informazione regionale, l’ha imparato bene, il dottor Carlo Piana; sulla base delle denunce di Grauso, una giovane e irrispettosa PM, la dottoressa Marzia Sabella, l’aveva iscritto, insieme al PM ANTIGRAUSO Pani (che anche lui, da allora, ha pensato bene di tornarsi a occupare di falsi ideologici, rapinette e fesserie varie) e insieme al GIUDICE ANTIGRAUSO dottor Gian Giacomo Pisotti, un magistrato di preparazione paragonabile a quella di pochi che nella vicenda UNIONE SARDA, per accontentare i suoi amichetti del PDS, ha “sputtanato” in pochi mesi un’autorevolezza che si era conquistato in decenni di duro lavoro, nel temibile registro delle notizie di reato della Procura di Palermo, e magari i risultati saranno pure stati innocui (non ne siamo a conoscenza), ma non sta certo bene, perché immaginiamo la reazione che nelle chiacchiere da bar, col sarcasmo a volte sadico che li contraddistingue, avranno avuto i cagliaritani: <<mì, Piana esti indagau>>, con corollario di commenti non certo benevoli, visto che siamo in una città dove gli onesti sono ancora e saranno sempre orfani dell’indimenticabile Luigi Lombardini, di cui Piana è l’antitesi fatta persona, anche nel bene forse, non solo nel male.
Finito l’accanimento giudiziario contro Grauso, che in parte nasceva dall’inveterata antipatia che il Procuratore nutriva personalmente nei confronti dell’editore, in parte da precise opposizioni di una composita lobby spaziante dal PDS ad alcuni magistrati cagliaritani zeppi di scheletri negli armadi che Grauso rischiava di scoperchiare a certi spezzoni poco palesi e poco puliti della Massoneria, l’ha imparata bene la lezione, il dottor Piana: non sbaglia mai chi non fa niente, e così perfino la pallida Tangentopoli cagliaritana dei primi anni ’90, quando Paolo De Angelis, ossannato come il “Di Pietro sardo”, decapitò l’amministrazione comunale di Cagliari spianando la strada all’ascesa della buona amministrazione di Mariano Delogu (che sarà forse stata popolata di massoni, ma certo non di ladri e incapaci), ma si dimenticò di spiegare più zelo riguardo agli amministratori del PCI/PDS e alle Cooperative rosse, è diventata uno sbiadito ricordo.
Non vi è chi non veda che in questa città ci sono tante stranezze, che sono troppi gli imprenditori o pseudoimprenditori che ostentano arrogantemente una ricchezza di chissà quale origine senza che il retroterra economico e sociale di Cagliari giustifichino tanta opulenza (e questo solo in parte si giustifica con le ricorrenti truffe), che abbiamo una concentrazione di “città mercato”, ipermercati e centri commerciali di varia natura che fa concorrenza alle realtà degli Stati Uniti, in ogni caso la più elevata in Europa, che sono stati aperti cinema multisala che neanche a Parigi, che c’è troppa gente che fa continuamente avanti e indietro nei viaggi intercontinentali, compresi impiegatucci da 800 euro al mese … eppure rimaniamo una città con un tasso di disoccupazione sconfortante (e disoccupazione elevata significa, se si rimane nell’ambito dell’uso di denaro pulito, meno consumi e meno produzione), ancora piagata dalle tossicodipendenze, che si è abbellita parecchio ma il cui modello di sviluppo rimane legato a una sola realtà vitale, quella di Internet grazie all’opera di Renato Soru, che però non crea molti posti di lavoro perché per far “girare” le nuove tecnologie servono buoni cervelli e non tante braccia.
Nessuno si è incuriosito sul problema, sul quale si stava invece arrovellando quando era procuratore capo di Palmi, in Calabria, Agostino Cordova, inerente al forte sospetto che la ‘ndrangheta, certo non così fessa da realizzare megainvestimenti a Catanzaro o a Reggio Calabria, dove i controlli della Polizia, dei Carabinieri, delle varie D.D.A. ci sono eccome, stesse dirottando gli ingentissimi capitali sporchi di cui disponeva verso la Sardegna, e segnatamente verso Cagliari; e Cordova, che all’epoca stava istruendo la nota maxi inchiesta sulla Massoneria deviata (nata dalle confessioni di alcuni massoni calabresi, stufi di tutto il marciume con coloriture ‘ndranghetistiche che ruotava loro intorno), era sufficientemente intelligente, e non era abbastanza cieco e sordo, da individuare proprio nella Massoneria, in certe escrescenze coperte e deviate della Massoneria, negli immancabili rapporti tra Massoneria calabrese zeppa di personaggi affiliati alla ‘ndrangheta e Massoneria sarda zeppa di personaggi pronti ad approfittare di certo denaro facile sulla cui provenienza era meglio non interrogarsi troppo, il più rapido veicolo che consentiva il riciclaggio di quei fiumi di denaro sporco, frutto del traffico di droga e del “pizzo” che chiunque in Calabria abbia un’attività economica deve pagare.
Questi problemi Luigi Lombardini se li poneva, e proprio perché se li poneva, scattò il “veto” di certa borghesia cagliaritana corrotta e massonica, quella che, si dice, spesso si trova a cena in un noto ristorante sul mare alla sua nomina a procuratore capo, e lei, dottor Piana, si ritrovò su quella poltrona, senza neanche percepire l’umiliazione del fatto che ce l’hanno voluta non per le sue qualità professionali, che comunque sono notevoli, quanto per impedire che ci andasse Lombardini e per assestare uno sgambetto all’odiato (dai disonesti e da chi ha la coda di paglia) procuratore generale Francesco Pintus, che fortissimamente voleva Lombardini in quel posto.
Lei, dottor Piana, non potrebbe mai affrontare certi problemi, il suo consolidato sistema di valori, che a dire il vero lei condivide con tanti altri suoi colleghi dalla mentalità ottusa, codina e classista nonostante le simpatie politiche progressiste, e in base al quale la borghesia, poco importa se corrotta e perfino collusa con la criminalità, è al centro dell’universo dei valori, nulla si fa contro di essa e casomai la giustizia può dispiegarsi, in modo appunto classista, contro i ragazzi di periferia, o delle montagne della Barbagia, che sono carne da macello. Dottor Piana, se inseguisse il filo d’Arianna del denaro sporco della ‘ndrangheta, magari andrebbe a finire che ci andrebbero di mezzo tanti insospettabili, qualche stimato avvocato che frequenta il Palazzaccio cagliaritano, un po’ di imprenditori presuntuosi che non si capisce che mai producano a parte tanta spocchia, magari anche qualche suo collega …. ma vogliamo scherzare, dottor Piana? La ‘ndrangheta sta in Calabria, Cagliari è una città tranquilla, è un isola felice.
Continuiamo, quindi, a prendere in giro i cittadini, e a prenderci in giro, tanto lei, dottor Piana, la lezione l’ha imparata bene: non sbaglia mai chi non fa niente. Eppure, anche se anche lei talora non può sottrarsi a certe insistenti sollecitazioni, non abbiamo alcun dubbio, dottor Piana, che lei sia una persona di indiscutibile integrità morale e che, se si sforzasse, cosa che è sempre difficile per i magistrati, di vedere un po’ al di là del suo naso, forse riterrebbe, come riteneva Lombardini, che bisogna fare qualcosa. Perché a volte chi non fa niente sbaglia, specie se non ha ancora colto che, esautorando Grauso, non si realizzavano finalità di giustizia, ma solo quella di imbavagliare un’informazione che, se dava qualche fastidio a certi magistrati, rischiava a lungo andare di darne di più all’allegra brigata del denaro sporco.
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