01 10 2004 - CHI HA UCCISO LOMBARDINI? I SUOI “AMICI”!!!

Sappiamo tutti che Luigi Lombardini, ufficialmente, si è suicidato, e la vulgata più diffusa è che si sarebbe suicidato per il timore del carcere dopo aver conosciuto l’intendimento dei PM palermitani di procedere alla perquisizione del suo ufficio. Tuttavia, chi è addentro alle cose sa bene, anche, che la realtà è molto più complessa di come cronisti e biografi improvvisati ed affrettati l’hanno spesso dipinta.
Dobbiamo partire da un dato di fatto, che va messo in luce al di fuori da ogni ipocrisia: la famigerata “rete” di Lombardini, sia pure non con finalità eversive come ipotizzato da qualche PM di Palermo, esisteva davvero, era formata da un numero impressionante di magistrati, esponenti della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e dei Servizi Segreti, aveva solidi collegamenti con la Massoneria e con gli ambienti della NATO ed aveva un “nocciolo duro” in un mucchio di banditi e terroristi con un piede di qua e uno di la, sempre pronti a fornire valide informazioni e a prestare la propria opera in determinate operazioni, in special modo per la risoluzione di sequestri di persona e per la liberazione degli ostaggi.

L’inchiesta della Procura di Palermo è stata archiviata, in quanto non si è riusciti a provare alcun fine eversivo del raggruppamento che faceva capo a Lombardini, essendo ipotizzabile al limite, per l’opera di risoluzione dei sequestri, solamente il reato di associazione per delinquere finalizzato al favoreggiamento, comunque non contestato, e forse prescritto. Tuttavia, che Lombardini fosse abituato ad agire fuori dalle righe, mobilitando anche magistrati a lui fedeli per la persecuzione di progetti e finalità che, in sé leciti ed anzi encomiabili, erano meno leciti quanto al rispetto delle competenze degli organi per legge deputati a occuparsi di sequestri (e in special modo della Direzione Distrettuale Antimafia) è un dato di fatto che è ben difficile contestare, così come è peregrino ritenere che Lombardini potesse aver messo su questo popò di roba solamente perché aveva la vocazione di agire da sceriffo o perché voleva emendare l’umanità dal cancro dei sequestri di persona.
Lombardini faceva quel che faceva perché era munito di una forte legittimazione dall'”alto”, laddove non dobbiamo intendere lo “Stato” in senso tecnico, bensì quel raggruppamento di politici e servitori dello Stato, di orientamento fortemente “atlantico” e anticomunista, che aveva sicuramente propaggini in quella che fu la loggia P2 (che forse esiste ancora) e in quello che era “Gladio”, in testa Francesco Cossiga, che non si sa se davvero (come lo accusava veementemente Leoluca Orlando) avesse avuto come “consigliere” Licio Gelli, ma che sicuramente aveva un fortissimo rapporto con la Massoneria, alla quale si dice sia formalmente affiliato, e un forte rapporto personale, in particolare, col Gran Maestro Corona, al quale pare anche Silvio Berlusconi, ancora imprenditore, si fosse risolto per farsi ricevere dal Picconatore.
Ma che c’entravano i magistrati?
Presto detto: fin dalla metà degli anni ’80 il problema di Lombardini è sempre stato quello di non poter contare su un vertice della Procura della Repubblica di Cagliari a lui amico, giacché era in pessimi rapporti sia con Giuseppe Testaverde che col suo successore Franco Melis, mentre con l’attuale Procuratore, Carlo Piana, i rapporti erano prevalentemente di rispetto ma esploderanno in inimicizia per le fin troppo note vicende; servivano comunque, anche al di là della Procura, persone di assoluta affidabilità che presidiassero i posti fondamentali da cui si potessero “spostare” i detenuti (come il Tribunale di Sorveglianza) per fare determinate operazioni, ovvero raccogliere informazioni. Per cui una serie di magistrati, di cui per delicatezza non facciamo i nomi, e che con Lombardini condividevano le vedute atlantiche ad oltranza, anticomuniste e la vicinanza alla Massoneria, presero ad agire, perlopiù fuori dal controllo dei loro capi (come avveniva in Procura sotto Franco Melis, che a differenza di Piana teneva le briglie dei sostituti molto larghe) o con la loro consapevolezza e connivenza, per perseguire tali finalità Il meccanismo iniziò a scricchiolare con l’andata al potere del centrosinistra, che fece in gran parte venir meno alla “rete” la sponda dei servizi segreti ufficiali e del Viminale, sicché l’impegno della “rete” su talune finalità non inerenti strettamente i sequestri (ad esempio l’insabbiamento delle indagini sulla vicenda Volpe 132, a cui cooperò attivamente un magistrato molto legato a Lombardini, l’operazione con cui un noto avvocato cagliaritano, che conosceva molti segreti della “rete”, venne calunniosamente accusato di traffico di droga, e il boicottaggio dei magistrati meno propensi a vedute concilianti nei confronti della Massoneria, l’operazione con cui si depistarono delle indagini su imponenti traffici d’armi) si allentò un po’, ma non cessò sul fronte dei sequestri e dell’attività intesa a favorire la costituzione dei latitanti.
A parte alcuni depistaggi delle indagini sul sequestro di Silvia Melis, tanto efficaci che Tito Melis in persona per mesi restò convinto che quanto sostenevano i depistatori fosse vero, l’ultima operazione della “rete”, di cui si è recentemente riparlato in occasione della cattura di Pasquale Stocchino, pare dovesse essere quella intesa a favorire la costituzione del latitante, che sarebbe dovuta avvenire mediante la cooperazione di uno o due magistrati molto legati a Lombardini.
Oggi “la rete” non c’è più, i magistrati “amici” di Lombardini, quelli che lo sono stati a prescindere da ogni formale affiliazione alla “rete” e talora senza neppure condividerne gli “ideali”, sono morti, in pensione o trasferiti altrove, ma rimangono, variamente riciclati, quelli che non stavano con Lombardini per ammirazione per l’uomo o per gratitudine, ma per totale adesione alla linea di valori della “rete” che può riassumersi nel binomio “NATO e Massoneria”, e sono ancora in grado di colpire per perseguire i fini storici: soprattutto i depistaggi delle indagini, ma anche la persecuzione contro chi tenti, in qualunque modo, di impedire detti depistaggi, e di far emergere la verità su certe vicende poco edificanti, da Volpe 132 al mistero del “Lucina” ad Algeri ai tanti aspetti ancora oscuri del “caso Manuella”, vicende che forse sono legate tra loro.
Avevano commesso un errore quando Lombardini era stato incriminato per estorsione: dei suoi pretesi “amici” non se ne vedeva in giro neanche uno, tutti al mare, tutti altrove, e allora Lombardini, vistosi scaricato, pensò bene di “dire tutto”, non sul caso Melis, una goccia nel mare, ma su queste vicende, poiché egli sapeva tutto al riguardo: ma fu fuorviato, e dapprima indotto a farsi strumento di un’azione denigratoria contro Giancarlo Caselli (che ha le sue colpe, ma non certo quella di poter essere stato “teleguidato” nei confronti di Lombardini, che conosceva bene), quindi comunque lasciato, ad onta delle promesse (di cui si fece portatore anche un potentissimo politico che, in modo diverso, ha a che fare con la “Lucina”), con terra bruciata intorno a sé.
Sono cose su cui occorrerà riflettere, anche per capire come mai accadono cose che sembrerebbero in controtendenza col ritenuto orientamento “progressista” della magistratura cagliaritana: comunque il tempo dell’uscita dall’armadio di un intero plotone di scheletri si avvicina, perché i “nostri”, nella strizza sempre maggiore che li avvolge, commettono autogol impensabili.