Il potere di concedere la grazia e commutare le pene, nel nostro ordinamento, ha solide radici nella tradizione monarchica: era il Re, dal quale, secondo lo Statuto albertino, la giustizia “emanava”, a potere a sua discrezione, proprio in quanto vertice e personificazione dello Stato anche per quanto attiene alla giustizia, emanare detti atti di benevolenza ad personam nei confronti di singoli detenuti.
Oggi che la Repubblica, nel bene e nel male, ha rimpiazzato la monarchia, il potere dovrebbe spettare a chi rappresenta il Popolo, in nome del quale, ai sensi della nostra Costituzione, la giustizia è, o almeno dovrebbe, essere amministrata, e tuttavia, nel rispetto del principio della separazione dei poteri, non può spettare né agli stessi organi giudiziari, a cui è attribuita la potestà di restituire i detenuti alla società civile con altri mezzi (misure alternative alla detenzione), né direttamente all’esecutivo o al legislativo, che sono espressione di poteri che non dovrebbero mai poter travalicare la competenza naturale del giudiziario.
Il potere al quale accordare la grazia dovrebbe spettare è quindi, naturalmente, il Presidente della Repubblica, in quanto capo del potere giudiziario, ma con una funzione neutra che ricorda quella del Re e trascende le attribuzioni dei singoli poteri.
In questo segno si colloca la recente iniziativa legislativa bipartizan, appoggiata da parlamentari sia di centrodestra che di centrosinistra, che intende attribuire al solo Presidente il potere decisionale sulla grazia, lasciando al ministro della giustizia poteri meramente istruttori.
Si è detto che l’iniziativa è strumentale all’esigenza contingente di graziare Adriano Sofri, al che il ministro Castelli, come è noto, è pervicacemente contrario, ma in realtà la stessa risponde all’attuazione coerente in un ordinamento che cerchi di essere sempre più democratico dei principi cari a Montesquieu, e poco importa se qualche sindacato di Polizia si incazzerà per la prevedibile scarcerazione del grande intellettuale pisano, noi NON siamo convinti che sia l’assassino del commissario Calabresi, ma anche se lo fosse sono comunque trascorsi oltre trent’anni da quel delitto, Sofri è totalmente “rieducato” anche se l’avesse commesso, è l’unico che di fatto sta ancora pagando (Pietrostefani è esule in Francia, Bompressi più fuori che dentro per motivi di salute) e gli stessi familiari di Calabresi mantengono un atteggiamento di responsabile neutralità.
Vi è da dire, tuttavia, che c’è chi ha fatto le umane e le divine cose affinché Sofri in galera ci entrasse e ci restasse, e risponde al nome di Francesco Saverio Borrelli con la sua Procura: sicché, se l’interessamento di Berlusconi, espressosi favorevolmente alla grazia, potrebbe suonare strumentale contro quell’ufficio giudiziario a lui ostile,.quello di certa sinistra è abbastanza ipocrita perché, puntando tutto su una grazia che Sofri, per anni, ha escluso pervicacemente di volere ritenendosi non colpevole, cancella le radici del problema, ossia il teorema della Procura milanese, originato dalle parole di un rancoroso “pentito”, che ha provocato tutto questo, nonostante piste alternative circa chi potesse volere morto il commissario Calabresi (in particolare circoli dell’estrema destra) non mancassero.
Comunque, al punto cui siamo arrivati, la polemica politico-giudiziaria è ciò che serve di meno: la parola vada a Carlo Azeglio Ciampi che, da uomo impegnato in gioventù nel Partito d’Azione oggi forzato a convivere con un Governo il cui vicepresidente è un uomo che, fino a qualche anno fa, predicava che Mussolini doveva essere ritenuto “il più grande statista del secolo”, ben sa che in certi casi ciò che più serve è un gesto di pacificazione.
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