15 01 2003 - CHE FASTIDIOSO QUESTO NEPOTISMO!!!

Luigi Lombardini, che aveva il vizietto di raccogliere informazioni su tutto e su tutti, giurava che il figlio di un noto magistrato dirigente della Associazione Nazionale Magistrati e di Magistratura Democratica, oggi in servizio come giudice presso un tribunale della Sardegna, sia riuscito a passare il concorso per uditore giudiziario in modo irriferibile, ossia con una poderosa raccomandazione del babbo, essendo privo dei benché minimi requisiti per entrare nell’ordine giudiziario …. della serie che i comunisti erano quelli che combattevano la pratica delle raccomandazioni e del nepotismo, ma ovviamente solo quando riguardavano gli altri.
E fino a qualche tempo fa, di babbi e figli nel palazzaccio di Cagliari ne trovavamo tanti, dai Massidda’s (Paolo e Francesco, fratelli, e i rispettivi figli Giovanni e Andrea), dove i padri sono per fortuna andati in pensione, ai Porcu’s (Angelo, già presidente del Tribunale di Sorveglianza, e Gaetano, PM), agli ancora attuali Piana’s (inutile dire che si tratta del mitico Don Carlos, procuratore capo, e del figliolo Paolo).

Per carità di Dio, nessuna norma vieta ai figli dei magistrati di diventare a loro volta magistrati, nulla può imporre loro di studiare medicina o ingegneria, e peraltro alcuni, ma solo alcuni tra i figli d’arte sono ottimi magistrati, con certezza assoluta lo è il dottor Gaetano Porcu come lo era il padre Angelo, tuttavia è il caso di evidenziare come spesso appaia che l’ordine giudiziario, quanto alla provenienza complessiva degli uditori giudiziari che vincono un concorso, fanno un breve periodo di “apprendistato” e quindi divengono magistrati, tenda un po’ troppo ad autoriprodursi.
Emblematiche sono le vicende della famiglia Borrelli, che con Andrea Borrelli, giudice presso il Tribunale di Milano e figlio del noto Francesco Saverio Borrelli, oggi in pensione, è giunta alla terza generazione di magistrati, iniziata con Manlio Borrelli, magistrato stimato padre di Francesco Saverio; sono delle vere e proprie dinasty familiari che rischiano di far assomigliare la magistratura a quelle corporazioni medievali dove il mestiere si tramandava di padre in figlio, senza possibilità alcuna per chi fosse figlio di persone estranee a quell’arte di entrarvi a far parte.
Gradiremmo meno figli di magistrati e cancellieri (categoria, quest’ultima, tra cui vi sono, accanto a persone che lavorano come negri, altre che pensano a fare solo i loro comodi, come ad esempio acquistare illegalmente case provenienti da fallimenti o esecuzioni, e che quindi devono giocoforza avere un certo grado di collusione con magistrati scorretti) e più gente “del popolo”, ad esempio più figli di vigili urbani come il giovane e valido PM Danilo Tronci, che è stato l’unico a fare il proprio dovere fino in fondo nella fosca vicenda Santona; gradiremmo che la magistratura, essendo quella compagine di professionisti che deve amministrare la giustizia in nome del popolo, fosse veramente aperta “al popolo”, cioè a tutti, e non fosse di fatto una corporazione autoreferenziale, che con l’omogeneità si preserva da incursioni esterne da parte di chi non abbia il giusto “spirito di corpo” ma pensa che fare i magistrati significhi soprattutto essere servitori della legge e del popolo sovrano.
Se fossimo in grado di assicurare questo, magari togliendo dalle commissioni d’esame qualche magistrato e inserendoci persone imparziali, forse, quando è l’intero corpo giudiziario, solidalmente, a commettere errori e porcate, sarebbe più probabile che ci sia qualcuno che abbia la capacità di dire NO.