Molte delle ragioni dello sciopero dei magistrati di ieri erano pienamente condivisibili: enormi carenze strutturali, e un disegno di riforma dell’ordinamento giudiziario che, anziché affrontare il vero nocciolo dei problemi, ossia l’inesistenza di veri controlli sull’operato dei singoli, vuole gerarchizzare e burocratizzare tutto riportandoci all’Ottocento.
Tuttavia, la magistratura, per quanto ci riguarda quella cagliaritana, difficilmente potrà conquistarsi piena legittimazione agli occhi dell’opinione pubblica, nell’attuare queste forme di protesta definite “eversive” da qualche esponente della maggioranza, se non facendosi un serio esame di coscienza quanto alle condotte antidoverose che avvengono al proprio interno.
E qui ci chiediamo se la magistratura abbia fatto appieno il proprio dovere nell’indagare su una vicenda, quella del sospetto abbattimento nel marzo 1994 dell’elicottero Agusta A 109 “Volpe 132” della Guardia di Finanza, e su tutti i risvolti ad essa annessi e connessi, che costituisce, per gli insabbiamenti e le lentezze investigative, una vergogna per tutte le istituzioni, tanto da aver fatto gridare alla “Ustica sarda”; e di tempo anche in questo caso, come per Ustica, ne sta passando un’infinita senza che si sia fatto alcun significativo passo avanti verso la scoperta della verità.
Dove soprattutto la magistratura, e chiunque ha indagato ufficialmente sulla vicenda, pecca gravemente è nel liquidare molte plausibili, non folli, non manifestamente inattendibili ipotesi di ricostruzione del retroterra e dei retroscena del presunto abbattimento dell’elicottero e dei vari depistaggi e occultamenti di prove successivamente perpetrate, come mera dietrologia, come ipotesi fantasiose, e via dicendo, nonostante il supporto che ad esse proveniva da testi fino a prova contraria attendibili, per quanto si sia cercato di demolirne la credibilità come per il “pentito” Gianni Zirottu, che rivelò l’ombra della lobby mafiosa e massonica che trafficava in armi con la Libia dietro l’abbattimento di Volpe 132, e che fu stranamente accusato di violenza sessuale, accusa dalla quale è poi stato prosciolto con formula piena. O come Antonio Utzeri, pensionato di Feraxi, del tutto estraneo sia agli ambienti della Guardia di Finanza che ad ogni ambiente criminale, che riuscì a descrivere la misteriosa nave che vide nel braccio di mare sotto lo spazio aereo ove stava l’elicottero prima che questo esplodesse in cielo, facendo constatare che questa doveva, verosimilmente, identificarsi nel “Lucina”, nave armata, tra l’altro, da Massimo Cellino per trasportare grano in Algeria, ma che in realtà era “multiuso”, si prestava anche ad altri trasporti per altri committenti, che avvenivano all’insaputa del presidente del Cagliari calcio.
La “Lucina”, tempo dopo, fu trovata abbandonata a sé stessa nella rada del porto di Algeri con l’intero equipaggio sgozzato, e i commentatori più acuti furono unanimi nel ritenere che un simile assalto, verosimilmente riconducibile ai servizi segreti algerini, non poteva essere motivato da un furto di granaglie: probabilmente la nave trasportava armi, destinate agli integralisti islamici algerini e pagate dai libici, che tempo addietro foraggiavano ogni tipo di terrorismo, coi biechi “occidentali” però lieti di vendere ogni tipo di armamento, prodotto da imprese italiane o mediato da loschi trafficanti insinuati nelle strutture NATO a cui non importava nulla la provenienza del denaro per pagarle, pecunia non olet.
Massimo Cellino, nel frattempo, era stato già indagato, arrestato e poi rinviato a giudizio per la vicenda della pretesa truffa all’AIMA, consistita proprio, secondo l’accusa, nella denuncia all’ente per gli aiuti all’agricoltura della vendita di quantitativi di grano ben inferiori a quelli effettivi, tra l’altro sull’asserzione per cui taluni viaggi in Algeria non erano mai avvenuti, erano stati simulati, e la “Lucina”, o altro cargo atto a trasportarle, non si era mai mossa; quando seppe della vicenda occorsa al “Lucina” ad Algeri, di cui egli stesso – non avendo il pieno controllo della nave – era all’oscuro, Cellino, eloquentemente, commentò: “avete visto che in Algeria ci andavo davvero!!!”.
Non è stata mai presa in considerazione, nel processo contro Cellino, l’ipotesi che qualcuno, che utilizzava il “Lucina” per traffici ben poco leciti, potrebbe essersi approfittato dei registri di carico e scarico della SEM Molini Sardi per iscrivervi, all’insaputa di Cellino, quantitativi di merce che in realtà non era riferita a viaggi inesistenti, bensì a viaggi veri, ignoti a Cellino, ma coi quali si trasportavano carichi “scottanti”, nella fattispecie di armi: ovviamente sulla SEM si dovevano scaricare granaglie.
Ma la cosa più inquietante è che, esaminando la platea delle persone ad ogni titolo implicate nel procedimento penale a carico di Massimo Cellino, si scopre un’agghiacciante connection che porta direttamente agli interessi libici radicati in Sardegna, di quei libici che, nella platea internazionale, hanno sempre fatto un doppio gioco, per un verso foraggiando ogni sorta di terrorismo (come quello palestinese che, rabbonitosi Gheddafi, verrà finanziato da Saddam Hussein), per altro verso attuando ben profittevoli investimenti con la sterminata quantità di petrodollari di cui dispongono.
Già dagli anni ’80, in particolare, scoppiò un mezzo scandalo in Gran Bretagna, relativamente al coinvolgimento di un grande imprenditore con interessi un po’ dappertutto in operazioni poco chiare con la Libia, e quell’imprenditore ha grossi interessi anche in Sardegna, laddove pare che il suo procuratore in terra sarda avesse ammansito un pubblico ministero con la regalia di una villetta in un insediamento turistico di elevatissimo valore immobiliare.
Agli addetti ai lavori, ad ogni modo, non sono necessari molti dettagli in più, basta constatare, in certi processi passati in sordina che hanno riguardato, direttamente o indirettamente, interessi libici, chi fu il pubblico ministero, chi furono gli imputati e chi furono i loro difensori: ricostruendo debitamente la filiera dei rapporti, diretti o indiretti, palesi o trasversali, che emerge da tale constatazione si potrà giungere a trovare ben strani legami con la vicenda Cellino. Vicenda che è stata chiusa frettolosamente e incredibilmente, con un patteggiamento di pena per cui Cellino poteva ottenere la condizionale, dopo che era stato arrestato con infamia, Massimo Cellino non è persona che si crea molti problemi circa voci o chiacchiere che possano circolare su di lui, non è come certi personaggi dall’ego ipertrofico pronti a sporgere querela ogni qualvolta si parli di loro ipotizzando inesistenti diffamazioni che poi, puntualmente (almeno in Continente) giudici sereni riscontrano effettivamente insussistenti, come ben sa Francesco Pintus che è stato gratificato di tante querele per quanto ha detto sul “caso Lombardini”, quindi meglio il patteggiamento che rompersi le scatole per anni e anni in un processo come quello; ma ora la magistratura lo lascia in pace, perché conviene.
Ci domandiamo: sarebbe pronta la magistratura, così come è compatta a scioperare contro una riforma per molti versi ottusa, a farlo contro certe condotte di taluni olleghi che squalificano l’intero ordine giudiziario, quali emergeranno quando si dipaneranno tutti i bandoli della matassa sulla vicenda che andiamo commentando? Staremo a vedere, intanto due servitori dello Stato sono morti, ed è vergognoso che non si faccia nulla per punire i responsabili e tutti quelli che, anche nelle istituzioni, hanno depistato.
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