17 06 2005 - CASO VERNESONI: UN CASO LOMBARDINI BIS?

Il tenente colonnello Vernesoni si è incazzato come una iena contro i fotografi che ieri erano intenti a carpire le sue immagini, in una disputa tra diritto alla privacy (suo) e diritto di cronaca (dei paparazzi) in cui noi propendiamo per il primo, spesso calpestato nelle vicende giudiziarie, perciò non pubblichiamo la sua foto, ma un grande punto interrogativo è d’obbligo.
Ieri il tribunale di Cagliari, 2^ sezione penale, presidente Michele Jacono, a latere Giorgio Cannas e Roberto Cao, ha accolto quasi integralmente le richieste del PM Marchetti e ha condannato Vernesoni a otto anni e quattro mesi di reclusione, ma si tratta di una sentenza che ben difficilmente l’opinione pubblica potrebbe comprendere.

Innanzitutto, l’architrave dell’accusa è rimasto il racconto di tale Littera, un “pentito” (si dice “collaboratore di giustizia”) rispetto al quale appare surreale come i giudici non abbiano considerato la sua attendibilità nemmeno un poco scalfita dal fatto che costui, dopo il “pentimento”, si sia rimesso a trafficare in droga tanto da venire nuovamente arrestato dal GIP di Vicenza per tale reato, laddove peraltro in aula, tra le righe degli irati interventi del difensore di Vernesoni avvocato Rodolfo Meloni, sono riecheggiate vicende poco commendevoli, relative stavolta proprio a Littera, di cui abbiamo già ampiamente parlato senza che alcuno intervenisse a smentirci.
In secondo luogo, l’accusa, alquanto farraginosa, su cui Marchetti ha ottenuto il timbro di Jacono & giudici a latere riguarderebbe il fatto che Vernesoni e compagnia avrebbero sottratto una parte di un quantitativo di cocaina sequestrata a dei trafficanti macedoni per rivendersela, ma non certo per lucrarvi personalmente, bensì per finanziare una successiva operazione molto onerosa da attuarsi con la tecnica dell'”agente provocatore” cara a Vernesoni.
Invero, la versione dei fatti che trapela dal mondo della malavita legata al traffico di droga è un attimino diversa, e secondo la stessa la droga stornata sarebbe stata destinata a un agente provocatore che si sarebbe dovuto simulare cedente di stupefacente.
Nella sostanza cambia poco, in ogni caso, e ammesso che Vernesoni sia colpevole di ciò di cui lo accusano, neppure Marchetti lo ha potuto accusare di aver agito per scopo di lucro, bensì in sostanza di avere agito per una finalità lato sensu di giustizia, incastrare altri trafficanti di droga.
Sembra davvero di trovarsi, in modo sconcertante, dinanzi a un caso Lombardini bis, laddove da un lato abbiamo un “pentito” che, in veste di imputato-testimone, “carica” parecchio fatti magari accaduti davvero, ma che non è escluso siano andati un po’ diversamente – e le enormità dette da Littera su altre cose, come circa il preteso coinvolgimento di Graziano Mesina, graziato dal presidente Ciampi, in traffici di droga, dovevano ispirare a Jacono & giudici a latere ancor maggiore e doverosa prudenza – dall’altro lato un servitore dello Stato che ha commesso, forse, qualche irregolarità ma ha agito per un fine di fondo esclusivamente di giustizia. Nessuna persona di buon senso, davvero, potrebbe immaginare perché mai Roberto Vernesoni, quest’uomo integerrimo la cui opera indefessa ha fatto finire in galera decine e decine di trafficanti di stupefacenti, debba finire in galera per aver cercato di rendere più efficace l’opera di scoperta di nuovi trafficanti, a maggior ragione il dottor Marchetti, che in mezzo a tanti ipocriti gesuiti, come taluni che strepitavano al “rispetto delle regole” dinanzi all’operato di Lombardini soccombendo però al cospetto dei suoi inarrivabili risultati, se non altro sembrava spiccare per avere una visione molto più concreta delle cose, che non a caso lo ha portato ad essere un magistrato che ha sempre ottenuto risultati significativi nel suo lavoro, che sono sempre andati molto al di là dell’asettico e astratto “esercizio dell’attività giurisdizionale” di cui al popolo che paga le tasse e vuole i criminali in galera non importa un fico secco.
Ma la giustizia, certa giustizia, persa tra mille astrattezze e duemila ipocrisie, sembra voler continuare ad ogni costo a seguire una linea che scava un solco profondissimo tra le sue decisioni, incomprensibili e arcane, e il sano buon senso popolare, di quel Popolo in nome del quale la giustizia stessa è pur sempre amministrata, rischiando di dar ragione alle pur eccessive e pericolose parole di Berlusconi sull’antropologia dei giudici; e, grazie al cielo, il colonnello Vernesoni ha dimostrato di avere una tempra ben più salda di quella di Lombardini e, semmai possieda una Magnum anche lui, per fortuna non l’ha usata contro sé stesso.
Peraltro, il tenente colonnello Vernesoni svolse anche valide indagini sul sequestro Melis, grazie alle quali si sarebbe da subito potuto individuare il basista ed ideatore del rapimento e che invece vennero sottovalutate, se non ignorate dalla Procura, complici, forse, anche rapporti trasversali, mediati un po’ da amicizie personali e massoniche un po’ dalla politica, tra questo basista, noto professionista di Tortolì, e un potente magistrato della stessa Procura; indagini che inoltre, pur con le debite verifiche, avrebbero forse portato all’individuazione dell’ultimo custode di Silvia Melis, il “gatto” di cui parlava lei, un ex latitante che anche fisicamente corrisponde alla descrizione data da Silvia e che, guarda caso, ha un elemento di collegamento, rappresentato da un potente personaggio nuorese (che non è l’avvocato Antonio Piras) con Mario Fortunato Piras, si, proprio il condannato per il sequestro De Angelis che, secondo il convincimento di Lombardini, aveva agito da mediatore “di Stato” per la risoluzione, con tanto di pagamento del riscatto, del sequestro Melis.