Gli esiti della perizia che il PM Andrea Massidda ha affidato al dottor Vincenzo Paribello, nell’ambito dell’inchiesta aperta per verificare se il suicidio di Paolo Santona, il detenuto ex collaboratore di giustizia trovato impiccato nella sua cella nell’ottobre dell’anno scorso, sia stato veramente suicidio, parlerebbero chiaro, nel senso che si, davvero fu suicidio; almeno così risulta dalla solita “velina” riportata in data odierna su L’UNIONE SARDA, estremamente laconica, che non fornisce dettagli sulle ragioni delle conclusioni raggiunte da Paribello.
La perizia, peraltro, non dissolve ogni dubbio circa l’eventualità che Santona sia stato ucciso, atteso che probabilmente servirà solo ad attestare che sul cadavere di Santona non sono state trovate impronte digitali sospette o segni di lotta, poiché ciò che ha indotto a seri dubbi i familiari dell’ex pentito “suicida” è stato il suo comportamento immediatamente precedente il suicidio, battagliero ma sereno e non certo depresso, apparentemente incompatibile con l’umore di chi intende togliersi la vita.
Ragione per cui l’inchiesta, prima di frettolose archiviazioni, dovrebbe proseguire, a Cagliari o a Palermo, dato che, sulla base di quanto raccontato da Santona, in vita, al cronista de IL GIORNALE Gian Marco Chiocci, vi era il dubbio che nella poco chiara vicenda fossero coinvolti magistrati di Cagliari; Santona, lo si ricorderà rivelò a Chiocci di essersi rifiutato di assecondare le richieste di un magistrato di concorrere a “incastrare” una persona collocando stupefacente nella sua abitazione, e da allora iniziarono i suoi guai, dalla revoca del programma di protezione a quella dell’affidamento ai servizi sociali, con la susseguente incredibile decisione, forse addebitabile al Tribunale di Sorveglianza e stigmatizzata come inopportuna dallo stesso PM Danilo Tronci, di rinchiuderlo nel carcere di Buoncammino, ove si trovavano molti detenuti condannati sulla base delle dichiarazioni dello stesso Santona.
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