23 02 2004 - CASO MELIS, NON CAVANO UN RAGNO DAL BUCO!

Attende ancora di essere celebrato, davanti alla sezione di Corte di Appello di Sassari, il giudizio di rinvio a carico di Grazia Marine, Antonio Maria Marini e Pasqualino Rubanu, dopo che la Cassazione aveva annullato la clamorosa sentenza del 20 dicembre 2002 con cui la Corte di Appello di Cagliari, presieduta da Paolo Zagardo, aveva interamente riformato la pronuncia di primo grado del Tribunale di Lanusei che aveva condannato i tre imputati.
Non osiamo formulare previsioni, sappiamo che i giudici di appello di Sassari sono piuttosto severi, ma anche molto scrupolosi, come hanno dimostrato decretando che l’arzanese Piero Piras non doveva andare soggetto a misure di prevenzione, sebbene l’ex sequestratore, per essere stato troppo vicino a Luigi Lombardini, avesse nella Procura di Cagliari e in certa Polizia alcuni potenti nemici che gli remavano contro.

Tuttavia, quello che ci suscita ora i maggiori interrogativi è cosa diavolo stia combinando la Procura di Cagliari in ordine agli altri tronconi tuttora aperti del caso Melis, poiché la ricostruzione accusatoria relativa agli addebiti a Grazia Marine, Antonio Maria Marini e Pasqualino Rubanu “copre” solo circa due mesi, e rimangono fuori il lungo periodo intercorso dal prelievo di Silvia Melis, il 19 febbraio 1997, a questa fase, e quello successivo, cruciale, durante il quale Silvia Melis, a suo dire, sarebbe stata ricoverata nella famosa tenda di Locoe.
Sappiamo tutti quale impegno degno di miglior causa sia stato profuso dalla Procura di Palermo della triste era caselliana, certo non senza validi “contributi” da Cagliari, per perseguire Luigi Lombardini e Nicola Grauso, colpevoli di aver fatto tutto quanto ogni persona di buon senso – ma certi magistrati, ha detto bene Berlusconi, essendo “antropologicamente diversi” non possono capire i sentimenti comuni ad ogni uomo – farebbe, legge idiota 82/91 o meno, per salvare la vita di una persona innocente, il tutto col solito corollario di teatralità e di soldi del contribuente in fumo, e di contro inerzia pressoché totale quanto a dare la caccia ai VERI rapitori di Silvia Melis, quasi che essi siano stati in realtà davvero Lombardini e Grauso, o quasi che debba darsi credito alle illazioni del senatore Alessandro Pardini che ha a suo tempo accennato a un finto sequestro.
E vero, ci sono stati gli arresti di quei quattro orgolesi, ma è un risultato investigativo ben misero, che ha portato a persone sulla cui colpevolezza ci sono dubbi grossi come macigni, che stride con tutte le risultanze delle indagini pregresse, considerato che di Orgosolo e di orgolesi non si parlò mai durante le indagini, e miracolosamente la pista orgolese venne fuori, dietro le orme di Pasqualino Rubanu che frequentava per pascolo la zona di Locoe, a stabilire una coincidenza col fatto che in quel sito vi sarebbe stata la tenda da cui Silvia Melis ci ha voluto far credere di essere scappata, una tenda ornata di coperte militari e catene nuove di zecca riguardo alla quale vi è chi giura, a Orgosolo, che sarebbe stata montata non prima dell’alba dell’11 novembre 1997.
Eppure c’erano tanti elementi che consentivano, accuratamente coltivati, di giungere a risultati ben diversi: c’erano le “soffiate” sulla possibile provenienza dei componenti il gruppo di prelievo da Talana, paese della madre di Adolfo Cavia; c’erano gli elementi che portavano a individuare un “traditore” amico intimo di Silvia Melis che fece da basista, contenuti in un rapporto della Guardia di Finanza misteriosamente sparito dagli atti processuali; c’erano moltissimi elementi che portavano alla pista di Tertenia, la stessa inizialmente coltivata da Lombardini, che a sua volta riconduceva ad Arzana data la vasta presenza di pastori arzanesi nel Salto di Quirra; c’erano indizi pregnanti che portavano ad individuare con buona probabilità almeno uno dei custodi di Silvia Melis nella fase terminale del sequestro, a quanto pare lo stesso di Giuseppe Vinci; c’erano i dubbi sul ruolo di Attilio Cubeddu, che un “pentito” maldestro ha coinvolto nel sequestro di Giuseppe Soffiantini, ma che probabilmente è invece stato una delle menti del sequestro di Silvia Melis, laddove, facendo due più due, si può agevolmente comprendere perché in quella fase vi fosse un’accanita ricerca di mediatori arzanesi.
Sette anni sono decisamente troppi per scoprire la verità, ed è fin troppo intuibile quanti inquinamenti probatori e quanti depistaggi i banditi hanno avuto il tempo di compiere, a tutt’oggi il bilancio del “caso Melis” riporta un morto nelle file di chi cercava di risolvere questo anomalo e inquietante sequestro, tre persone tra “color che son sospesi” che dovranno comparire davanti alla Corte di Appello di Sassari, altre quattro persone sotto processo a Palermo in un dibattimento che sembra non finire mai e nel quale ormai non si capisce più chi sono gli accusati e chi gli accusatori, un assolto con onore dall’infamante accusa di estorsione: come non parlare di fallimento, e come non esigere la testa di chi ne è responsabile?