12 08 2002 - CASO MELIS: NEL TEATRO DEI BURATTINI ALLA RICERCA DI MANGIAFUOCO

Oramai l’abbiamo capito, è perfettamente inutile pretendere dal signor Tito Melis un atto di coraggio o di chiarezza, o entrambe; a costui sembrano poco anche i panni, pure di grande dignità letteraria, del manzoniano Don Abbondio, e preferisce rifarsi ai collodiani panni di Pinocchio, che, visto che quando gli rubarono le monete fu cacciato in prigione (vedasi quel che è accaduto nel luglio 1997), ha dovuto imparare, sotto i saggi insegnamenti di Mangiafuoco, corroborati dalle minacce di tante bastonate, che i ladri e i bugiardi sono quelli che la fanno franca.
Quello che va in scena non è il Tito Melis che tutti conoscevano, un uomo forse poco simpatico a tanti per il suo ritenuto attaccamento al denaro, ma comunque un uomo onesto, sincero, fiero e carico di una irrinunciabile dignità tutta sarda che risultava sinceramente simpatico e ispirava incondizionata e sincera solidarietà; quello che va in scena è un uomo che ripete a pappagallo cose molto probabilmente non vere in cui non crede neppure lui, e siamo sicuri, ingegnere Melis, che neppure lei crede a quello che dice e che, ogni volta che deve confermarlo (badando bene a farlo solo quando vi è costretto, avanti a un Tribunale, e astenendosi da improvvide esternazioni alla stampa) si vergogna un po’ di sé stesso.

Ci dispiace che una persona di valore come Tito Melis abbia dovuto scegliere la parte poco edificante del burattino manovrato, ma resta il fatto che lo squallido teatrino delle marionette che è stato così messo in scena non è responsabilità dell’ingegnere di Tortolì, ma di Mangiafuoco.
Ma chi sarà mai questo Mangiafuoco?
Chi, a un certo punto, avrà convinto Tito Melis (che ai PM Piana e Mura aveva raccontato dell’incontro di Elmas, ma senza fare il nome di Lombardini e senza parlare di minacce) che i soldi che lui aveva dato all’avv. Piras alla fine se gli era presi proprio Lombardini, e lo avrà indotto a chiamare in causa il giudice-sceriffo, insieme all’avv. Piras, per chiedere loro la restituzione di quel miliardo, come risulta dalle intercettazioni delle conversazioni di Nicola Grauso e dalle annotazioni sull’agenda dell’avv. Garau, che ammoniva sé stesso sui rischi di incriminazione per calunnia che l’amico Tito stava correndo muovendo tali infondate accuse?
Chi, dopo che Lombardini, senza denunciare l’ingegnere per calunnia, estorsione o diffamazione, replicò semplicemente che l’ingegnere diceva sciocchezze, convinse Tito Melis a ricordarsi a orologeria, otto mesi dopo i fatti, che si, in occasione dell’incontro di Elmas era presente Lombardini, e l’aveva anche minacciato perché desse un altro miliardo all’avv. Piras e redigesse la famigerata “lettera liberatoria”?
Lombardini, nel corso dell’interrogatorio dell’11 agosto 1998, ipotizzò proprio che a Tito Melis, in quanto molto attaccato al denaro, fosse stata fatta balenare la possibilità di recuperare il proprio miliardo; e ancora Lombardini, confidandosi con alcuni amici, ebbe a sospettare che taluni personaggi cagliaritani ebbero a convincere l’ingegnere a modulare le proprie dichiarazioni ai magistrati di Palermo in un certo senso.
Abbiamo già detto in altra occasione che non crediamo che Tito Melis volesse profittare economicamente della situazione, ma è legittimo pensare che a un certo punto si fosse convinto di essere stato veramente defraudato del suo denaro, sicché è più che logico che intendesse recuperarlo, magari per le vie brevi, senza ricorrere a quella giustizia di cui non si fidava più: ma che ciò sia derivato dalla convinzione che davvero Silvia si fosse liberata da sola ci pare una vera barzelletta, mentre assai più attendibile ci pare che qualcuno, a un certo punto, abbia dato all’ingegnere il denaro per pagare il riscatto (probabilmente quel denaro che giunse dalla Svizzera quasi simultaneamente a un positivo incontro, tra il 4 e il 6 novembre 1997, tra Melis e l’allora ministro dell’Interno Napolitano), e che quello doveva bastare a saldare i conti coi banditi … sennonché non si era messa in conto l’eventualità che i banditi non erano stupidi, e pensarono bene di profittare della situazione, prendendo sia i soldi dati da Grauso il 4 novembre, sia quegli altri, molto probabilmente dello Stato, ma non dei Servizi Segreti.
Mettere a nudo l’effettiva esistenza di un parziale nesso causale tra il pagamento fatto da Grauso, coi soldi dell’ingegnere, e la liberazione di Silvia Melis, avrebbe forse significato rischiare di far scoprire anche il pagamento fatto coi soldi dello Stato … quale migliore occasione, per calare una cortina di menzogne sull’intera vicenda, di cogliere due piccioni con una fava e strumentalizzare anche Tito Melis, infuriato perché convinto (con errore determinato da altrui inganno) di essere stato defraudato, come un missile impazzito lanciato contro l’odiato Lombardini, quel Lombardini che sapeva tutta la verità e che era una mina vagante per tanta gente, più o meno importante, a Cagliari o a Roma, che aveva tutto l’interesse a occultarla, quella verità?
E chissà come mai alla più che probabile ipotesi di un pagamento controllato del riscatto, alla quale il favorevole atteggiamento del procuratore Carlo Piana avrebbe verosimilmente portato, si sostituì quella di un pagamento incontrollato e misterioso … forse perché il pagamento controllato è anche uno strumento atto ad agevolare la cattura dei banditi, mentre costoro chiedevano di più, un qualcosa di più che certo il dott. Piana e l’intera magistratura cagliaritana non potevano assicurare loro, ma che potevano conseguire con concessioni fatte in alto, molto in alto: l’impunità!
E ancora: come mai Lombardini, che spiattellò ai quattro venti che avrebbe detto tutta la verità su tutto ciò che sapeva ai magistrati di Palermo, all’interrogatorio fece quasi scena muta? Chi gli consigliò quella fallimentare strategia difensiva? Forse sapeva, o gli era stato fatto credere, che le accuse di Tito Melis erano un bluff in cui la Procura di Palermo non credeva?
Poteva anche essere …. sennonché Giancarlo Caselli, forse il più prestigioso magistrato d’Italia, aveva ed ha accumulato tante potenti amicizie romane, e non ci riferiamo solo a Luciano Violante, che comunque è certamente estraneo a questa vicenda, dalle quali potrebbe anche essere venuta qualche pressione che non poté fare a meno di essere ascoltata … che, beninteso, fu assai gradita anche dagli infedeli servitori dello Stato cagliaritani, coinvolti mani e piedi sia nella farsa della risoluzione del caso Melis sia nel complotto contro Lombardini.
Mangiafuoco potrebbe anche avere, a questo punto, un nome e un cognome. Noi non li facciamo, anche perché a suo tempo ci pensò il povero Lombardini, e anche perché costui non fu solo, ma accomunato nelle proprie responsabilità a una schiera di vili e criminali servitori esecutori di ordini illegali e criminosi. Confidiamo che il tempo sia galantuomo e spedisca costui a Rebibbia con tutti i suoi indegni accoliti.