17 11 2002 - CASO MELIS-LOMBARDINI: LE VERITA’ DEL SISDE

Evidentemente quel signore anonimo, che si diceva agente del SISDE e che si era fatto intervistare quattro anni fa da Fiorentino Pironti per LA NUOVA SARDEGNA non millantava quando diceva che i servizi segreti avrebbero presto fatto partire una loro autonoma inchiesta sul caso Melis; nè vaneggiavano quelle persone che, fin dai primi mesi del 1999, si vedevano rivolgere domande indiscrete, laddove l’interlocutore, talora, precisava apertamente di lavorare per i servizi.
Si è avuta infatti informale conferma circa l’attuazione di attività di indagine che il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica (SISDE) starebbe conducendo da quasi quattro anni, allo scopo di appurare la verità sui retroscena del sequestro e della liberazione di Silvia Melis e sul ruolo di Luigi Lombardini; l’iniziativa, che non costituirebbe una “controinchiesta” alternativa a quella della magistratura di Cagliari e di Palermo, sarebbe stata invece messa in atto ad uso interno, intendendo gli uomini del SISDE dimostrare la loro totale estraneità a pretese “deviazioni” in collegamento con Luigi Lombardini e, parimenti, alle varie messe in scene e manfrine attuate da altri relativamente alla liberazione di Silvia Melis.

Gli uomini del SISDE avrebbero lavorato duramente, sentendo decine e decine di fonti informative e, a quanto pare, anche con l’uso di strumenti di intelligence e con la collaborazione di magistrati, e i risultati di questa intensa attività investigativa, a quanto si è potuto informalmente apprendere, sarebbero sconvolgenti; non si può anticipare null’altro, ma va però detto che nelle carte del SISDE vi è la conferma a tanti sospetti che si avevano su quanto di poco chiaro vi era e vi è in ordine alla vicenda.
Nulla è dato sapere circa il fatto se l’intensa attività del SISDE sfocerà in un rapporto finale, e se questo, nel caso, verrà inoltrato alle competenti Autorità Giudiziarie: come è noto, l’ordinamento interno dei servizi segreti subordina la trasmissione alla magistratura delle notizie di reato e atti simili all’autorizzazione del capo del Servizio. Staremo a vedere, anche se comunque appare piuttosto improbabile, in ogni caso, che quanto faticosamente appreso dagli uomini del servizio segreto civile rimanga chiuso in una cassaforte della loro sede di via Giovanni Lanza, a Roma.