Il SIGNORE DEI SEQUESTRI, di cui abbiamo già parlato in un precedente editoriale, probabilmente non è stato molto contento del proscioglimento avanti alla Corte d’Appello di Palermo dell’avvocato Antonio Piras, non perché tema di essere finalmente coperto e sputtanato, fin quando ci sarà tra chi dovrebbe indagare un livello di connivenza e di ignavia come quello attuale non ci speriamo proprio, ma perché sarà invidioso del fatto che prima l’avvocato Piras era l’estortore, e lui la faceva sempre franca, ora non più.
Ma dopo che un altro tassello si è aggiunto, in negativo, a smantellare il perverso teorema che la fantasia fervida di alcuni PM palermitani, capitanati dal compagno Caselli, aveva partorito, ora che, in particolare, le eloquenti intercettazioni esibite dall’avvocato Gian Franco Siuni e appartenenti al Processone che vede coinvolto Nicola Grauso dimostrano che Silvia Melis NON PUO’ essersi liberata da sola, sebbene non sappiamo quando finirà il Processone (nel 2008 come dice Giorgio Pisano?), la soddisfazione per la sacrosanta assoluzione di un innocente, e quella che mettiamo in conto a lunga scadenza per Grauso, Liori e Garau, non può porre in secondo piano, come vorrebbero Caselli, De Gennaro, qualche magistrato cagliaritano e IL SIGNORE DEI SEQUESTRI (l’ombra del gigante) di cui abbiamo parlato in un precedente editoriale, il sacrosanto dovere di accertare LA VERITA’ TUTTA LA VERITA’.
Perché non dobbiamo dimenticarci che con questi processi non si è solo scritto un romanzo giallo, anzi dieci romanzi gialli tutti insieme, ma si sono creati danni spesso irreparabili a persone, uomini in carne ed ossa, è stato ucciso un uomo, Luigi Lombardini (chiamatelo pure suicidio, voialtri …), è stata sputtanata per cinque anni la reputazione di persone come Antonio Piras e Nicola Grauso, menomato anche nella sua attività politica e imprenditoriale, sono stati spesi miliardi di denaro pubblico per niente.
E una grossa anomalia, un’enorme anomalia, balza immediatamente alla nostra attenzione: essendo l’inchiesta affidata al compagno Caselli, di cui è noto il rapporto col compagno poliziotto De Gennaro, ed essendo stato costui apertamente accusato da Lombardini di aver organizzato la messa in scena di Locoe e fatto liberare Silvia Melis pagando il riscatto con denaro dello Stato, essendo un’azione simile, qualora fosse effettivamente stata messa in atto – e molti indizi cospirano in questa direzione – implausibile se non avallata dal Governo, in particolare con la necessaria cooperazione dell’allora Ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano, appartenente allo stesso partito di Luciano Violante, sodale di una vita di Caselli, si può spiegare l’accanimento di Caselli e soci nei confronti di Lombardini, Grauso e compagnia solo con una certa deformazione mentale paranoidea tipica dei pubblici ministeri, quella “diversità antropologica” di cui ha parlato, esagerando un po’, Silvio Berlusconi, oppure è plausibile dubitare che potesse esserci malafede, ma non una malafede di singoli, bensì una malafede di Stato, di uno Stato di socialismo reale ampiamente sperimentato dalle parti di Mosca e Varsavia?
Per non parlare, poi, del trattamento da spada di Damocle riservato dai PM palermitani a Mauro Mura, laddove era stato citato come teste al dibattimento di Palermo il maresciallo dei Carabinieri Pietro Ladu per interrogarlo, tra l’altro, sui “suoi rapporti con Mauro Mura e su quanto a sua conoscenza circa pressioni su Tito Melis per accusare Lombardini”, più che un capitolato testimoniale una minaccia? Messaggio chiaro al dottor Mura, come a Carlo Piana coinvolto, più che da quella inconsistente “lettera liberatoria” su cui ci si è tanto sdilinquiti fino a farla oggetto di un autonomo capo di imputazione, dalle propalazioni di Tito Melis nelle intercettazioni, che gli attribuivano un proposito che non era altro che quello che nelle stesse circostanze avrebbe osservato qualsiasi persona di buon senso, ossia di non ostacolare troppo il pagamento del riscatto, ma che con la consueta mentalità paranoidea da PM, che Piana non ha assorbito appieno avendo fatto il giudice per una vita, poteva anche essere letto in chiave penale.
Insomma, è piuttosto serio il dubbio che si sia attuato un colossale sviamento della funzione stessa del procedimento penale, adoperato, anziché come strumento per accertare responsabilità individuali, come mezzo di intimidazione per mettere a tacere coloro che sanno o che sapevano troppe cose compromettenti circa gli inconfessabili retroscena della risoluzione del sequestro Melis; siamo ben al di là della stessa vicenda Andreotti, poiché se costui doveva essere eliminato dalla scena politica, a Caselli non poteva importargliene di meno di togliere di mezzo Lombardini – casomai molti a Cagliari si sono leccati i baffi, ma senza avere in realtà fatto granché perché si pervenisse ai noti esiti – ciò che gli premeva era che tacesse, o meglio che si prestasse ad ammettere la propria responsabilità pur di far combaciare tutte le tessere della verità di Stato, magari beccandosi alla fine, alle soglie del pensionamento, un innocua condanna per favoreggiamento con la condizionale.
L’accusa di estorsione non si reggeva in piedi dall’inizio, si regge ancor meno in piedi dopo l’assoluzione di Piras e tutti gli elementi affiorati nel Processone di Palermo, ma è un ottimo strumento intimidatorio: mentre il favoreggiamento, nei casi di cui ci si occupa, può essere un’azione perfino nobile, e perlopiù punito con pena esigua, innocua per un incensurato, l’estorsione è un delitto infame che comporta la reclusione per svariati anni e soprattutto infanga la persona che per tale reato sia inquisita e condannata.
SULLA PELLE DEI SARDI NO, cari signori, che siate autorevolissimi magistrati o che siate pure ai vertici dello Stato: ASTENETEVI DAL FARE QUESTI GIOCHETTI!!!!
Certo che se Silvia Melis, e soprattutto Tito Melis, si decidessero a dire tutta la verità, quella che traspare dalle loro intercettazioni, che arrivano a pezzi e bocconi ma si annunciano sempre più dirompenti, e non quella preparata detta finora a Palermo e a Lanusei (per quanto riguarda Tito, con tutto il preludio di dichiarazioni incerte ritrattate centomila volte avanti ai PM), potremmo finalmente avere una conferma, o una smentita, rispetto a questi terribili sospetti che ci avvincono fin dal giorno del suicidio di Luigi Lombardini. Ma abbiamo paura che costoro una coscienza non ce l’abbiano, o forse non hanno fatto tutto ciò che in realtà parrebbero aver fatto solamente perché costrettivi.
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