28 09 2004 - CASO MELIS-LOMBARDINI: I GIUDICI DI PALERMO DANNO IL COLPO DI GRAZIA AL TEOREMA

Sono state rese note le motivazioni della sentenza con cui la Corte di Appello di Palermo, lo scorso dicembre, ha mandato assolto l’avvocato Antonio Piras, già condannato in primo grado col rito abbreviato dal GUP Marcello Viola, dalle infamanti accuse di estorsione consumata e tentata, nonché calunnia in danno di Piana e Mura, mossegli nell’ambito del noto Processone di Palermo che prosegue col rito ordinario, con tempi biblici ed entusiasmo sempre minore da parte di una Procura che ha ereditato questo sgradito lascito caselliano, nei confronti di Nicola Grauso e altri.
I giudici di Palermo ci vanno molto cauti, forse con un occhio al troncone principale del processo e cercando di non entrare troppo nel merito, ma una considerazione contenuta nei motivi della sentenza, sopra tutte, colpisce: non può escludersi che Tito Melis, nel rancore che lo animava per la perdita del famoso miliardo che aveva consegnato a Piras, abbia coinvolto anche costui, il quale tuttavia, in quanto da tempo “garante” dell’eventuale pagamento del riscatto, non poteva avere alcun interesse ad accordarsi con Lombardini o con Grauso nel contesto del fantomatico “piano”, pilastro dell’accusa, che costoro avrebbero predisposto, secondo Caselli, Ingroia e soci di concerto con lo stesso Piras.

Qui casca l’asino, cari bloggers: se una Corte di Appello adombra il legittimo e concreto dubbio che l’ingegner Melis, quando formulava le proprie accuse nei confronti di Piras, fosse poco sereno, a cagione del perduto miliardo (e sicuramente Melis, che non era ricco sfondato, aveva intenzione di recuperarlo), chi può escludere che tale rancore, specie con le sue ultime e ritrattate dichiarazioni del luglio 1998, non abbia inciso anche nelle accuse mosse, invece, a Lombardini e a Grauso, laddove, come dimostrano ampiamente le intercettazioni, Melis si era fatto convinto, sulla base di chissà quale teorema o istigazione, che i soldi del riscatto fossero finiti in tutto o in parte a Lombardini e che lui dovesse restituirli, ed aveva altresì energicamente richiesto a Grauso, non esaudito, di non “coprire” Lombardini?
Ed invero, noi sappiamo, con apprezzabilissimo margine di probabilità che Tito Melis fu energicamente convinto, forse sotto la minaccia di riesumare in forma giudiziaria certe “chiacchiere” assai diffuse circa la sua pretesa pratica dello strozzinaggio per giunta in concorso con un noto malvivente di Arzana, forse sotto altro genere di ricatto, da due alti magistrati ad accusare Lombardini di ciò di cui è stato accusato, e da qui la ritrattazione del luglio 1998, non sollecitata in alcun modo dai magistrati di Palermo, ma eterodiretta da Cagliari, con l’abilità di far balenare inesistenti scenari di complotti massonici che attizzarono l’attenzione di Giancarlo Caselli, per formazione politico-culturale molto sensibile a queste cose; i due magistrati avevano un fortissimo interesse personale a utilizzare Melis come strumento di una gravissima calunnia, ossia quello di camuffare le manovre da loro stessi, e da un terzo magistrato rimasto nell’ombra come un convitato di pietra, per sbloccare le trattative e far pagare, pare coi soldi del Viminale o forse con quelli della Massoneria, il riscatto, coinvolgendo nella mediazione un noto avvocato nuorese, difensore sia di un pregiudicato che fece da mediatore, sia di un bandito, forse il “Gatto” di cui ha parlato Silvia Melis (questi somiglia parecchio alla descrizione che Silvia ha fornito del “Gatto”), che fu l’ultimo custode della ragazza; senza contare che il fine di far fuori Lombardini e Grauso, condiviso da costoro coi loro amici politici di un certo settore del centrosinistra, non era poi del tutto disprezzato.
Il tempo sarà galantuomo nel far emergere la verità nel dimostrare l’estraneità anche di Grauso e di Lombardini a questo scenario inquietante, nel provare definitivamente che Tito Melis – e la stessa Silvia – quando ha raccontato certe cose, non poteva essere sereno, e i motivi, umanamente comprensibili, per cui non poteva essere sereno.
Quanto al fatto se Silvia Melis sia scappata o sia stata liberata dai suoi rapitori, i giudici palermitani ci passano diplomaticamente sopra, ma le intercettazioni prodotte dall’avvocato Gian Franco Siuni dovrebbero aver spazzato via ogni dubbio (perché Silvia rideva tanto quando Mura le chiedeva di andare a fare il “sopralluogo”, e perché Tito Melis ha detto che Silvia è stata “mollata” perché “ne hanno avuto paura”?), e occorrerà fare definitiva chiarezza anche su questo aspetto, nonché allontanare a passo di carica dalla magistratura e dalla polizia chiunque abbia concorso a questo pasticcio.