Fervono sempre più intense le consuete ritualità di un Natale sempre meno cristiano e sempre più pagano, sempre meno celebrativo della nascita di Nostro Signore e sempre più consumistico e di abbuffate alla faccia dei tanti poveri del mondo, a chiudere un anno abbastanza disgraziato fatto di una cifra di tutto rispetto di 34 omicidi in Sardegna, perlopiù senza colpevoli, dell’imperversare di spettacolari rapine, della solita pletora di truffe di vario genere, a cominciare da quella legata al nome di una donna bellissima, Gabriella Ranno, che vedrebbe coinvolto il figlio di un’importantissimo personaggio cagliaritano, senza parlare del fatto che in una recente inchiesta per traffico di droga sarebbe rimasto indagato il figlio di un giudice.
Si approssima quindi la fine di un altro anno porco, un altro dei troppi anni porci che abbiamo vissuto ultimamente, all’inizio del quale avevamo tentato di auspicare che questo 2003 fosse finalmente l’anno della verità sul caso Melis, e almeno su questo fronte la recente sentenza della Corte d’Appello di Palermo, che ha assolto l’avvocato Antonio Piras dalla fantasiosa, strampalata accusa di estorsione formulata ai suoi danni, ha finalmente contribuito a ricostruire grandi frammenti di verità.
I più attenti ricorderanno quale fosse il teorema di Giancarlo Caselli e dei suoi poco entusiasmanti colleghi per accusare di questo infamante reato Nicola Grauso, Luigi Lombardini e Antonio Piras: poiché Silvia Melis si è liberata da sola, non è stato pagato alcun riscatto, quindi non c’è alcun nesso logico tra la liberazione e l’attività di Grauso, Lombardini e Piras, quindi costoro hanno agito solo per arraffare denaro (pare che secondo il professor Luigi Concas, la qualificazione giuridica corretta fosse di truffa aggravata e non di estorsione, e condividiamo).
Ma le intercettazioni esibite a sorpresa dall’abile difensore di Antonio Piras, l’avvocato Gianfranco Siuni, di cui la Corte palermitana non può non aver tenuto conto nel gettare nel cestino quell’aborto di sentenza scribacchiato dal giudice Viola, cambiano il quadro radicalmente: da una di esse si evince, infatti, che Silvia Melis è ben cosciente che il sopralluogo a Locoe, che Mauro Mura la convince o costringe ad effettuare, non è che una seconda messa in scena che si aggiunge alla prima, quella della liberazione, mentre dall’altra si comprende, altresì, che Tito Melis è ben consapevole del fatto che Silvia è stata “mollata”, quindi è stata liberata, non si è certo liberata da sola.
Qui casca l’asino, caro Tito Melis, e cara Silvia Melis!
L’ingegnere di Tortolì, è documentato da scritti e intercettazioni, ha tentato in tutti i modi di riavere il miliardo che aveva dato a suo tempo Antonio Piras, e che poi Nicola Grauso utilizzò che il pagamento di Esterzili, dallo stesso Piras e da Luigi Lombardini, ritenuto, non si sa in base a quale strampalata fantasia, colui che si sarebbe preso i soldi alla fine, e fin quando poteva avvalersi, per sostenere le sue pretese – il cui presupposto era, evidentemente, che Piras e Lombardini l’avevano solo truffato senza minimamente occuparsi del riscatto – su una gracile verità investigativa, inizialmente desunta dalle parole di Silvia Melis, poi divenuta teorema di Stato quando fu consacrato da Sua Maestà Giancarlo Caselli, secondo cui Silvia si era liberata da sola E QUINDI non era stato pagato alcun riscatto, gli andava di lusso, a zio Tito, anche se forse lui non auspicava l’apertura contro i suoi amici-nemici di un procedimento penale per estorsione, rivoleva indietro gli schei e basta.
Se invece si diceva, se Tito Melis e Silvia Melis dicevano, quella che appare essere sempre più la verità, ossia che Silvia non è Harry Potter né il Mago Houdinì, non si è liberata da sola, è stata liberata, e che quindi non può escludersi che ciò sia avvenuto previo pagamento del riscatto, o di una parte di esso, l’operato di Antonio Piras poteva al limite essere incorso in sviste e in errori, ma rientrava nell’oggetto del mandato ricevuto, quello di pagare il riscatto quando se ne fosse avverata l’occasione, e non vi sarebbe stata quindi né truffa né estorsione, al massimo si sarebbe rientrati nella sfera del favoreggiamento, anche per Lombardini, e le pretese risarcitorie di zio Tito si sarebbero infrante contro lo scoglio dello stato di necessità che gli incolpati avrebbero potuto agevolmente frapporre. Così come prima o poi a tali conclusioni sarebbe dovuta pervenire, volente o nolente, anche l’Autorità Giudiziaria.
Questo è il Processone di Palermo, in soldoni, e tutto ormai porterebbe alla seconda ipotesi, senza che sia neppure necessario farla troppo lunga; ciò che continua a suscitare interrogativi, però, è il PERCHE’ l’Autorità Giudiziaria di Palermo, e anche quella di Cagliari per la parte molto meno tragica che le compete, continuano a sostenere l’infallibilità del dogma di Santa Romana Chiesa per cui Silvia si è liberata da sola.
Solo la necessità di non far apparire i testimoni principali di due inchieste, quella che ha portato al Processone di Palermo e quella più sgangherata e dagli esiti claudicanti che ha condotto sul banco degli accusati Grazia Marine, Antonio Maria Marini e Pasqualino Rubanu, come dei bugiardi, solo dei miserandi bugiardi, le cui dichiarazioni non possono quindi essere intese in alcun punto come attendibili, con l’ulteriore ripercussione di gettare una luce sinistra sull’affidabilità professionale degli inquirenti che hanno creduto, o voluto credere, in questi personaggi?
Oppure, altre verità inconfessabili? O magari il fatto che un personaggio rinchiuso in carcere da quattro anni, già latitante, sa bene che lo Stato, che certe volte si comporta davvero come un’entità immeritevole di alcun rispetto, il che i nostri politici non immaginano quanto faccia comodo alla criminalità, non è stato ai patti nei suoi confronti, e potrebbe prima o poi venirgli la voglia, IL SIGNORE DEI SEQUESTRI permettendo, di fare piena luce su tutto ciò che sa, guadagnandosi la possibilità di accedere a numerosi benefici penitenziari, ma al contempo sputtanando tanti personaggi che Silvio Berlusconi, il ministro Castelli e anche non pochi magistrati sarebbero felici di veder rovinare dall’altare nella polvere?
A Natale sono tutti buoni, non ci illudiamo che a questi interrogativi ci sarà risposta a strettissimo giro di posta, ma poi verrà l’Epifania, che tutte le feste porta via …
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