L’alternativa sarebbe stata tra diventare un latitante, e quindi dover fatalmente commettere altri reati per sopravvivere, o espatriare in Francia, quindi diventare un esule, per almeno vent’anni, fin quando la pena non si sarebbe prescritta.
Un’alternativa inaccettabile per un uomo onesto, e per questo crediamo che Adriano Peddio, condannato a 16 anni di galera per un delitto da cui si professa innocente (e secondo noi, è molto probabile che lo sia), qualche tempo dopo il suo coimputato Walter Camba, ieri si è costituito ai Carabinieri, non senza aver rilasciato alcune dichiarazioni al giornale cortigiano L’UNIONE SARDA che, infatti, ne dava conto col massimo di cortigianeria, non sentendo il dovere di minimamente riflettere sugli errori della magistratura che stanno alla base di questa vicenda giudiziaria.
Lo ricorderete, il processo che ha portato alla condanna di Walter Camba e Adriano Peddio si riferiva alla rapina, perpetrata quasi vent’anni fa, all’esercizio commerciale BeviMarket della via Donoratico di Cagliari, che sfociò tragicamente nell’assassinio del titolare Giovanni Battista Pinna, per la quale, nell’immediatezza, fu incriminato il giovane venditore ambulante Aldo Scardella, molto vicino al mondo dei tossicodipendenti cagliaritani che si radunavano nella vicina Piazza Giovanni XXIII, il quale si professò sempre innocente e si suicidò in carcere, cagionando guai per i magistrati, il giudice istruttore Carmelina Pugliese (vicina a Luigi Lombardini) e il giovane PM Sergio De Nicola, che si occupavano del caso.
Contro Scardella vi erano indizi di un qualche rilievo, non schiaccianti, ma pur sempre indizi di qualche rilievo, ma sta di fatto che la morte del “reo” (linguaggio tecnico del codice penale) comportò l’archiviazione e nessun elemento consentì di proseguire l’inchiesta, fin quando, quindici anni dopo, essa non fu riesumata dal sostituto procuratore Gian Carlo Moi, fresco di emigrazione alla corte della Procura diretta da Carlo Piana dopo un aspro scontro col suo precedente capo Luigi Lombardini, grazie perlopiù a dichiarazioni di “pentiti” ed ex “pentiti” legati al giro del narcotraffico, che erano stati precedentemente “gestiti” dal PM Mario Marchetti, non casualmente considerato da molti come il vero regista dell’operazione che portò alla cattura di Walter Camba e Adriano Peddio, scarcerati dopo un anno e mezzo di galera per decorrenza dei termini.
L’attendibilità delle fonti di accusa era molto dubbia, a cominciare dal pentito suicida Antonio Fanni che, nella cella ove fu trovato impiccato, lasciò una lettera diretta al PM Marchetti in cui si scusava con lui per avergli raccontato il falso, per andare a un altro “pentito”, Maurizio Cossu, che non era certo estraneo al narcotraffico, tanto è vero che, circa un anno dopo la sua deposizione avanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice comunista Alessandro Lener, fu arrestato per aver ignobilmente occultato 35 grammi di cocaina nel triciclo del figlio; senza contare, poi, le discordanze tra le testimonianze che asserirono che Peddio, che sarebbe stato l sparatore, avrebbe sparato con la destra, stridenti col fatto che il desulese è mancino (come lui stesso ha evidenziato a L’UNIONE SARDA), e il mancato esame del D.N.A., a cui gli imputati si sottrassero, forse, per sbagliate strategie difensive.
Tuttavia, la Corte presieduta dal giudice Lener appioppò in primo grado a Camba e Peddio una condanna a vent’anni di reclusione, inaspettata dalla stessa pubblica accusa, che fu confermata in appello e in Cassazione, il che non ci stupisce affatto, visto che, contrariamente a quanto dice Ilda Boccassini, sulla Suprema Corte – che però ha ridotto la pena a 16 anni – vi è si un controllo militare, ma da parte di certa magistratura giustizialista militante; e pensare che il pentimento post mortem di Fanni offriva alla pubblica accusa la strada di una ritirata onorevole – e pensiamo che il dottor Marchetti, criticabile quanto vogliamo, forse non sarebbe rimasto cieco e sordo non avendo bisogno, a differenza del dottor Moi, di appuntarsi medaglie sul petto – e che quindi questa stravagante condanna non parrebbe trovare giustificazioni (quanto alle giustificazioni di diritto, non formalizziamoci: quando si ha un teorema esse SI TROVANO, come dicono apertamente i magistrati giustizialisti più spudorati) se non, appunto, nell’esigenza del PM e di quello stuolo di poliziotti che lavorano con lui di appuntarsi delle medaglie sul petto, sull’inveterata e innata tendenza del giudice Lener e soci di appiattirsi completamente sull’accusa quando si giudicano giovani di periferia, carne da macello per certa giustizia classista (conoscendo il dottor Lener, sappiamo quanto su di lui pesi, specie quando si tratta di conoscere dei reati dei “colletti bianchi”, il richiamo della foresta di quelle classi altolocate di Cagliari di cui, benché comunista, si sente orgogliosamente parte), magari sull’intendimento di far riecheggiare ancor di più nelle orecchie del giudice Sergio De Nicola, non omologato a certo establishment del Palazzaccio, oggi emigrato a Caltanissetta, l’eco del tormentone “SCARDELLA, SCARDELLA”, quando Aldo Scardella è morto né da colpevole né da innocente, non essendo potuti continuare gli accertamenti, e al dottor De Nicola nulla di specifico poteva essere addebitato per quella morte.
Tant’è, il caso BeviMarket, dal punto di vista giudiziario, può considerarsi chiuso con la sentenza della Cassazione, e sembra difficile che si possa attuare la revisione del verdetto, a meno che non vengano fuori nuove prove: l’ansia di eclatanti successi di taluni inquirenti, la mala benevolenza dei giudici nei confronti dell’accusa, le cattive strategie delle difese talora corroborate da una certa cortigiana prudenza nei confronti dei magistrati, hanno trasformato un’indagine abbastanza sgangherata in un cocktail esplosivo che Walter Camba e Adriano Peddio hanno dovuto bere, trovandosi ora, con estrema dignità, a dover bere la cicuta di quei 16 anni di carcere che essi sono convinti di dover espiare ingiustamente.
Così nascono gli errori giudiziari, e molti protagonisti di questa vicenda, se possono ritenersi assolti dalla sentenza della Cassazione e dalla solita ignavia del Consiglio Superiore della Magistratura, del resto non interessato della vicenda stessa neppure dai difensori, ne avranno di che pentirsi davanti al Padreterno, nel dubbio se Lui, nella sua immensa pietà, li perdoni, ovvero decida di porre mano alla terribile giustizia divina.
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