28 01 2003 - CARI MAGISTRATI DI PALERMO, DATEVI UNA REGOLATA!

Il drastico provvedimento del procuratore generale di Palermo Salvatore Celesti, il quale, sopperendo all’inerzia del procuratore della Repubblica Piero Grasso, ha provveduto a sostituire i PM titolari del Processone di Palermo, Antonino Ingroia (che si è distinto quale comiziante alla girotondina al recente congresso dei giudici comunisti di Magistratura Democratica), Giovanni Di Leo e Lia Sava, divenuti incompatibili poiché in contenzioso giudiziario con Antonangelo Liori (in realtà anche con Nicola Grauso, solo che nei suoi confronti non ci sono sentenze definitive), è apparso un colpo di scena ma, in realtà, è solo l’atto di morte di un processo che è durato sin troppo rispetto al nulla su cui si basa e che gli stessi Ingroia, Di Leo e Sava, giorno dopo giorno sempre più imbarazzati a sostenere un’accusa insostenibile e sempre più timorosi di incassare, con la probabile assoluzione degli imputati, la brutta figura finale che ne seguirà, pare siano stati ben lieti di abbandonare la barca del Processone che affonda.
Quando questo procedimento penale, concausa se non causa esclusiva del suicidio di Luigi Lombardini, ha avuto inizio, Ingroia, Di Leo e Sava, sicuramente magistrati onesti, il primo un tantino fanatico (Lino Jannuzzi lo chiamava, in modo buffo, l’Ayatollah Ingroia) agivano sotto le direttive non tanto di Vittorio Aliquò, che alla procura di Palermo è sempre stato vaso di coccio, quanto del comunista Caselli, all’epoca procuratore capo, e dell’ex andreottiano convertito alla causa giustizialista Guido Lo Forte, all’epoca procuratore aggiunto di punta, laddove in particolare quest’ultimo lasciava trasparire un pensiero ispirato alla più pura conspiracy theory che era suo ma sicuramente, conoscendolo, anche del suo capo, per cui dietro agli strani intrecci emersi nel sottobosco delle trattative per la liberazione di Silvia Melis vi era l’ombra della Massoneria deviata, e perché no anche dei servizi segreti deviati, entità delle quali, certamente, si sarebbe trovato qualche aggancio con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri; e queste suggestioni sono recentemente riecheggiate perfino nelle orecchie di uno dei difensori di Antonio Maria Marini nel recente processo d’appello per il sequestro Melis conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati, l’avvocato Giangualberto Pepi, che ha tirato in ballo pesantemente, e a sproposito, la Massoneria.

La logica dei teoremi giudiziari è quella che è, capovolge l’ottica di ogni corretto ragionamento, poiché, anziché interpretare i dati probatori e tentare sulla loro base una ricostruzione del possibile corso delle cose, si ipotizza come le cose devono essere andate e quindi si riempie il romanzo così confezionato di elementi più o meno deduttivi o quanto meno forzosamente interpretati: solo alla luce di questa logica la madre di tutte le prove, ossia le ben note dichiarazioni di Tito Melis circa le pretese minacce di Lombardini in suo danno, potevano essere ritenute credibili, perché in realtà chiunque conoscesse il carattere e il modo di fare di Lombardini, e anche Caselli lo conosceva abbastanza bene, non avrebbe mai potuto ritenerle credibili.
Ennesima espressione di questa logica per teoremi è, del resto, la monumentale richiesta di archiviazione redatta dal PM Marzia Sabella, sempre della Procura di Palermo, del procedimento a carico di Carlo Piana, Guido Pani e Gian Giacomo Pisotti per abuso d’ufficio, dove pure, è evidente anche da una lettura superficiale, si parte dal teorema per cui Piana, Pani e Pisotti sono in ogni caso innocenti, e quindi si adattano a tale postulato gli elementi, pur non trascurabili, che gravano a carico dei tre magistrati e che, se vi fosse una decisione di rinvio a giudizio, forse varrebbero anche il presupposto per la custodia cautelare.
La Procura di Palermo è già nell’occhio del ciclone per conto suo, tra la discutibile gestione del “pentito” Antonino Giuffré, che non sappiamo se veramente fosse il braccio destro di Provenzano, come fa credere, o solo un millantatore mai uscito da Caccamo, e quella ai limiti dello scandaloso dell’altro “pentito” Pino Lipari, che è ritenuto inattendibile poiché non piace quel che dice – ad esempio quanto ad affermare che contro Andreotti non c’è altro che un complotto – e che tra l’altro ha tirato nuovamente in ballo, a distanza di qualche anno da quando lo fece, poi ritrattando, Angelo Siino, il citato Guido Lo Forte per vicende per nulla commendevoli.
Avete tutto da perdere, cari magistrati di Palermo, nell’Italia di Silvio Berlusconi non ci sono più i magistrati intoccabili (neppure lei, dottor Grasso); decidetevi, quindi, a valutare sui fatti di Sardegna col criterio della corretta valutazione delle prove obiettive, senza teoremi di comodo e senza deduzioni che, finora, hanno significato solo ingiustizia e diniego di giustizia.