In molti, forse, non hanno ancora colto appieno tutta la gravità della fosca vicenda del “controllo giudiziario” ex art. 2409 codice civile attuato su L’UNIONE SARDA coi risultati che si conoscono, con l’estromissione di Nicola Grauso dall’arengo dell’informazione regionale e con la promozione a massimo editore dell’Isola dello “immobiliarista” (evidente eufemismo per “palazzinaro”) Sergio Zuncheddu, che ha ridotto il quotidiano cagliaritano a un fogliaccio vergognoso che censura tutte le notizie degne di questo nome, con somma gioia di quella redazione che aveva combattuto Grauso e Liori per ritrovarsi il nulla.
Al di là delle mere problematiche economiche, che in questa vicenda sono state usate solo in modo strumentale coi conti virtuali con cui Gian Giacomo Pisotti, pieno di entrature nel “giro” de L’UNIONE SARDA per i motivi che lui ben conosce, e Vincenzo Amato, uno dei tanti magistrati “incompatibili” del Palazzaccio, si sono gingillati, con una spudoratezza alla quale neppure Carlo Piana e Guido Pani, che pure la procedura avevano promosso, si sono spinti, si è trattato, solamente, di un autentico attacco alla libertà di stampa che, non potendo essere attuato direttamente (la legge vieta nel modo più assoluto il sequestro dei giornali) è stato attuato con questi sordidi mezzi.
Non possiamo andare oltre, non possiamo svelare segreti industriali, ma per dire tutto, sappiamo per certo che il signor Zuncheddu da Burcei, per acquistare L’UNIONE SARDA, ha dovuto sborsare una cifra molto, molto elevata, la cui entità, dato che dobbiamo suppore che Zuncheddu non sia così cretino nel concludere gli affari, ci suggerisce che le perdite plurimiliardarie e le “gravi irregolarità” ravvisate da Piana, Pani, Pisotti e soci erano tutte panzane, ma sarebbero rimaste ferme, come realtà virtuale minacciosa di cagionare addirittura lo scioglimento della società editrice de L’UNIONE SARDA, finché Grauso, che politici del PDS e magistrati non volevano editore, non si fosse deciso a vendere. Del resto Zuncheddu, non appena divenuto editore, non ha forse reiterato le stesse operazioni, ossia lo scorporo della testata e del centro stampa dalla società editrice del quotidiano, che furono compiute quando editore era Grauso e riguardo alle quali il dottor Piana aveva “suggerito” a Grauso stesso, tramite l’avvocato Delogu che oggi casca dal pero, l’accorpamento?
E poi, perché Zuncheddu? A fronte di gruppi editoriali di ben più solida levatura, come RCS e il gruppo L’ESPRESSO, che pure erano in trattative per acquistare L’UNIONE SARDA, cosa rappresentava un “palazzinaro” titolare di modeste quote azionarie in giornali “di nicchia” come IL FOGLIO e IL BORGHESE? Perché non si è concesso a Grauso, almeno, di contrattare con calma? Perché si è voluto che l’acquirente fosse, a tutti i costi, Zuncheddu?
E’ chiaro che Zuncheddu, per gli interessi che si concentravano nella sua persona, da quelli esoterici che ben sappiamo a quelli delle Cooperative rosse, tali da renderlo per certi versi molto simile a Emanuele Sanna, era il personaggio ideale per raccogliere la fiducia sia degli ambienti affaristici del PDS, che più temevano le intemerate di Antonangelo Liori, sia di certa magistratura, per cui dicasi lo stesso, per portare a segno l’operazione di PULIZIA ETNICA TOTALE che costoro avevano in mente, ossia di perfezionare il meccanismo di cui già era parte integrante LA NUOVA SARDEGNA e stendere un totale cordone sanitario di censura delle notizie scomode e quando serve di consenso codino intorno ad esse; laddove non sarebbe stato affatto sicuro il poter porre a segno una simile operazione con editori di peso e personalità come Romiti e Caracciolo, quest’ultimo per giunta, orrore!, in ottimi rapporti con Grauso.
E così si spiega come mai Emanuele Sanna abbia svolto quel ruolo anomalo di “mediatore” per l’acquisto de L’UNIONE SARDA, senza certo avere una delega dell’editore che tanto, avesse osato dire “bah”, sarebbe stato espropriato dai suoi amici magistrati (e non dire che non conosci magistrati, “fratello” Sanna, non farci ridere!!!).
Naturalmente al PM Marzia Sabella, appattatosi con altri testi reticenti, Emanuele Sanna ha contato la storiella, a cui lei non ha creduto, di un preteso gruppo di imprenditori di sinistra (ma chi? quelle stesse cooperative rosse che lavorano con Zuncheddu?) interessato all’acquisto del quotidiano cagliaritano, ma la realtà è che da subito, per un ben preciso scopo quale quello descritto, egli lavorava perché l’acquirente fosse Sergio Zuncheddu, al quale è così simile.
Questo è quanto, dottoressa Sabella, se le difettava una chiave di lettura abbiamo tentato di offrirgliela, ma c’è una cosa che, ancora, ci preoccupa.
Non vogliamo continuare a rompere le scatole a Mariano Delogu, nessun attacco alla sua persona, siamo semplicemente molto preoccupati che anche un uomo come lui sia stato costretto, per “non avere problemi”, a celare al PM quanto egli sapeva circa le proffertte di Piana per la chiusura della procedura ex art. 2409 codice civile; ma ci preoccupa anche la condotta di un altro teste autorevole, molto autorevole, l’attuale sindaco di Cagliari Emilio Floris, il quale, davanti al PM, in ordine alle confidenze che avrebbe fatto a Grauso sull’esistenza di una banda politico-giudiziaria che voleva portargli via il giornale, ha dapprima tentato la strada della reticenza, quindi, messo davanti al fatto compiuto delle registrazioni inviate da Grauso al PM, goffamente minimizzato, alla Tito Melis per intenderci, il significato delle sue confidenze.
Che testimoni così autorevoli siano costretti a celare a un PM quando sanno di cose così gravi per paura, come si comprende chiaramente, è grave, gravissimo, preoccupante; visto che Grauso non è un bugiardo, e la viva voce dei protagonisti carpita affinché non valesse il solito “verba volant”, lo dimostra appieno, dobbiamo pensare che davvero a Cagliari si sia creato un clima terribile.
Non vogliamo azzardare conclusioni, ci limitiamo a riportarvi il testo di un articolo di legge:
Articolo 416-bis del Codice Penale (comma 3): L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere reati, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche […] o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri […].
Voi che ne dite? E lei, dottoressa Sabella, che lavora in una terra dove la suddetta norma è di frequente e consolidata applicazione, che ne dice?
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