La maggioranza di centro-destra che governa da due anni e mezzo il Paese e che, dicono molti sondaggi, se si votasse oggi tornerebbe a casa lasciando il campo a un ritorno del centro-sinistra, si è caratterizzata finora per una iperproduzione legislativa che ha ben poco a che vedere coi proclami elettorali fatti per conquistarsi il voto degli italiani, vedasi la stessa contraddizione tra la sigla di “Casa delle Libertà” che questa coalizione si è data e le numerose leggi liberticide, basate su una cultura dei divieti, che sono state varate, da una legge antifumo priva di buonsenso e venata di pericolose menate da salutismo integralista, alla famigerata “patente a punti” del ministro Solardi o Lunardi, alla legge antidroga di cui si annuncia il varo, e con cui il fascista non pentito Gianfranco Fini (nonostante le insincere affermazioni di questi giorni sulla Shoah e su Mussolini) vorrebbe proporre il carcere anche per i semplici consumatori di marijuana, non rendendosi conto di quanto queste norme accresceranno il potere e i profitti di quella criminalità organizzata, che sembra che una certa lobby giudiziaria e poliziesca trasversale tra destra e sinistra (ricordate gli inciuci a sfondo storiografico tra il fascista Fini e il comunista giustizialista Violante?) vogliano assolutamente tenere in piedi per consentire a magistrati e poliziotti d’assalto di continuare a guadagnarsi encomi solenni e titoloni sui giornali con le solite brillanti operazioni basate sulla violazione dei più elementari diritti civili.
Ma dove la maggioranza sta totalmente fallendo, ha totalmente fallito, è sul terreno della riforma della giustizia, laddove, fino ad ora, tutto ciò che si è saputo approvare e proporre si riduce, sostanzialmente, alle leggine ad personam per salvaguardare le personalissime posizioni di Berlusconi e Previti nei processi milanesi, dalla legge Cirami al lodo Schifani, e nell’acqua fresca delle proposte di riforma dell’ordinamento giudiziario dell’ingegner Castelli.
Beninteso, Berlusconi ha tutto il diritto di difendersi da certa irruenza eversiva della magistratura milanese, ma da comune cittadino può farlo con gli avvocati e coi mezzi offerti dal Codice di procedura penale, mentre se vuole farlo da politico, non può farlo, senza divenire a sua volta eversore dell’ordine costituzionale, se non in un contesto di tutela di tutti i cittadini rispetto agli abusi consentiti a magistrati troppo disinvolti dalla legislazione in vigore.
E invece niente, tutto rimane come prima.
Custodia cautelare selvaggia: i limiti minimi di pena prevista per i reati suscettibili di applicazione di misure cautelari rimangono troppo bassi, e l’obbligo di rigorosa motivazione sulle esigenze cautelari (pericolo di fuga, inquinamento probatorio, pericolosità sociale) viene sostanzialmente disatteso dalla magistratura, che si accontenta di vacue formule di stile, col risultato della selvaggia e indiscriminata applicazione della custodia cautelare a una pletora di cittadini per reati anche quasi bagatellari, nascendo spontaneo il sospetto che ciò avvenga un po’ per paranoia, un po’ perché gli arresti procurano a magistrati e poliziotti che gestiscono un’inchiesta encomi solenni, titoloni sui giornali e comunque avanzamento di carriera, mentre delle “denunce a piede libero” e delle semplici misure interdittive (come la sospensione dall’incarico degli indagati) tutti se ne infischiano.
Intercettazioni: le norme del Codice di procedura penale e l’articolo 15 della Costituzione dovrebbero imporre che siano uno strumento eccezionale di ricerca della prova, da utilizzarsi esclusivamente come spunto per nuove indagini – né più né meno come le soffiate dei classici informatori di polizia – e invece vengono effettuate indiscriminatamente per la ricerca di nuovi elementi, non perché siano strettamente indispensabili alla prosecuzione delle indagini, e vengono adoperate come piena prova. La violazione della Costituzione è patente e flagrante, ma la lobby giustizialista ha poca voglia di mettere il sedere sulla sedia e fare indagini sul serio.
Iniziativa nel procedimento penale: è davanti agli occhi di tutti che lo strapotere accentratosi in capo al Pubblico Ministero, stante anche la frequente incompetenza e presunzione di coloro che sono chiamati a rivestire tale qualità, nuoce al corretto svolgimento delle indagini, e sarebbe auspicabile tornare al vecchio sistema, in cui era la polizia giudiziaria a dirigere le indagini, e il PM esercitava solo un potere di controllo e di richiesta al giudice. Inoltre, per consentire al PM, quando sia – e non capita di rado, per fortuna – persona di buon senso, di buttare rapidamente a mare indagini infondate, gli si dovrebbe concedere il potere di “ritirare l’accusa” in ogni stato e grado del procedimento, come accade in America, ad evitare l’inutile ed agonizzante sopravvivenza di processi inutili.
Dibattimento penale: come è organizzato oggi è una recita teatrale stantia e ingombrante, consistente in larga misura nella mera ripetizione di attività svolte anni prima per cui le persone interrogate, spesso ricordando poco, devono fatalmente ricorrere alla consultazione degli atti formati in sede di indagini preliminari, laddove questa stupida duplicazione degli interrogatori diviene solo un mezzuccio per avvocati disinvolti per prolungare a dismisura i tempi del processo, in modo da accelerare la maturazione dei termini di prescrizione o di scadenza della custodia cautelare. Occorrerebbe, invece, richiamare i testimoni solo per chiarimenti richiesti dai difensori, e limitando rigorosamente l’ambito dell’esame a tale materia, come occorrerebbe, se è vero che questo è un processo di parti, escludere ogni possibilità di introduzione di nuova prova da parte del giudice, che in assenza di nuova prova dovrebbe, nel dubbio, pronunciare assoluzione e basta.
Responsabilità dei magistrati: occorrerebbe estenderla espressamente a tutte le ipotesi di colpa grave, non solo quelle limitatissime previste dall’attuale legge sulla responsabilità civile, e ancorarla non a dati meramente formali, quali la scadenza di termini perlopiù utopistici (vedansi i dieci giorni per la decisione del Tribunale della Libertà, magari su inchieste con decine di faldoni che ci vorrebbero mesi per studiarle seriamente), bensì a dati sostanziali, correlati all’effettivo pregiudizio all’interesse dello Stato e degli imputati che l’errore abbia cagionato, di modo che le decisioni dei giudici e degli stessi PM per un verso vengano affrancate dall’incubo dei termini, per altro verso vengano sempre più indirizzate verso il parametro del buon senso.
Incompatibilità: onde evitare ogni aggiramento della legge, occorrerebbe stabilire che due o più magistrati con grado di parentela entro il sesto grado non possano in alcun caso svolgere le proprie funzioni in uno stesso distretto, idem per magistrati con parenti avvocati.
A nostro modesto parere, e pensiamo di interpretare le vedute di molti, queste, quanto meno, sono le cose da cambiare, presidente Berlusconi: vi sembrano poche?
Avete ancora due anni e mezzo, quasi, per dimostrare che le vostre prospettazioni sulle tematiche della giustizia non erano vuoti proclami, e quindi mettetevi al lavoro, perché dovete rendervi conto di una cosa: non sono pochi i cittadini che, pur condividendo ben poco le vostre vedute sulle tematiche sociali e del lavoro, vi hanno votato principalmente per le vostre posizioni sulle tematiche della giustizia e in generale di libertà e di diritti civili, e se va avanti così, se la linea che predomina rimane quella del fascista non pentito Fini solidamente alleato col suo elettorato di carabinieri e poliziotti e, trasversalmente, col capo della magistratura giustizialista Luciano Violante, molti di quei voti torneranno all’ovile del centrosinistra. E Romano Prodi già si lecca i baffi …
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