Argomento: PIETRO PAOLO MELIS


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E SE RIPRENDESSERO I SEQUESTRI?

Il “caso Orune”, col fatto inaudito di Carabinieri costretti da una folla inferocita e con l’anomala mediazione del sindaco comunista del paese a rimangiarsi l’arresto di due facinorosi che era stato già comunicato alla magistratura, fatto per cui, pare, lo zelante procuratore di Nuoro, il siciliano Roberto Saieva (anche lui, come Caselli, nominato al posto di un collega ben più anziano in nome delle solite squallide logiche politiche del CSM) procederà per omissione di atti di ufficio nei confronti degli stessi Carabinieri, costituisce solo l’ultima avvisaglia del gravissimo stato di malessere in cui le periferie per eccellenza di questa nostra isola, la Barbagia e l’Ogliastra, versano da diversi anni; stato di malessere di cui sono sintomatici: enorme incremento delle rapine alle banche e agli uffici postali, sequestri di persona non denunciati (si dice … ma anche Tito Melis l’aveva raccomandato), sequestri lampo, innumerevoli attentati incendiari e dinamitardi, anche sacrileghi come quello di domenica scorsa alla chiesetta del Monte Ortobene a Nuoro, truculenti e numerosi omicidi che non risparmiano neanche preti e disabili.
L’aveva detto, quel misterioso e ovviamente anonimo agente del Sisde che quasi quattro anni fa si era fatto intervistare dalla NUOVA SARDEGNA, l’aveva preannunciato che, morto Luigi Lombardini e venuta meno l’ipotetica struttura con cui era fissato Caselli che questi avrebbe costituito, gli stati maggiori della criminalità nuorese, che Lombardini e il suo “giro” in qualche modo tenevano a freno, si sarebbero scatenati. (altro…)

LA CASSAZIONE CONVALIDA IL PROCESSO DELL’ASSURDO. CAMBA E PEDDIO IN GALERA.

E tre, anzi, e quattro!! Dopo Giovanni Gaddone e Pietro Paolo Melis, seppelliti dietro le sbarre per trent’anni perché giudicati colpevoli di un delitto, il sequestro-omicidio della povera Vanna Licheri, dal quale sono stati da più parti, autorevolmente (come ad esempio dall’ex Ministro della Giustizia Oliviero Diliberto) ritenuti innocenti, e che pagano il fio di dovere essere incastrati per coprire ben altre responsabilità, è giunto, grazie al solito mansueto avallo della Cassazione (ai cui giudici, molto meno autorevoli che in passato, hanno insegnato bene che chi non avalla i teoremi dei PM fa la fine di Corrado Carnevale) ha avallato la sentenza pronunciata in primo grado dalla Corte d’Assise di Cagliari (presieduta dal comunista Sandro Lener, con a latere altro giudice comunista, non ricordiamo se la Ornano o Gatti), poi confermata in appello (non vorremmo dire un’inesattezza, ma forse presiedeva o componeva il collegio la pasionaria comunista Fiorella Pilato, erede del troppo screditato Enrico Dessì alla guida dell’A.N.M. sarda), basata su un teorema tirato fuori, quindici anni dopo i fatti, dal Pm Giancarlo Moi, esperto in omicidi, ma il cui reale ispiratore parrebbe essere stato il Pm Mario Marchetti, abituale gestore di “pentiti”, con cui Walter Camba e Adriano Peddio sono stati condannati per l’omicidio, consumato nel corso di una rapina, del gestore della rivendita di bevande “BeviMarket” allora esistente nella Via dei Donoratico di Cagliari.
L’impianto accusatorio era piuttosto fragile, come e forse più che quello che fu rovesciato dal Pm Mauro Mura, con la preziosa cooperazione dell’ex Capo della Criminalpol Antonello Pagliei, addosso a Gaddone e Melis, poiché, tanto per dirne qualcuna, il pilastro dell’accusa contro Camba e Peddio era rappresentato dalle parole di un pentito, tale Fanni, il quale si suicidò in cella lasciando per iscritto le scuse a Marchetti per tutte le fandonie che aveva raccontato, corroborate dalle dichiarazioni di altri “pentiti” dello stampo di Maurizio Cossu detto “Marocchino”, un tale che è stato da poco pizzicato dai Carabinieri perché deteneva 35 grammi di cocaina, occultati ignobilmente nel triciclo del suo bimbo. (altro…)

DELITTO E CASTIGO: SAREBBE ORA, MINISTRO CASTELLI

Ci fa piacere che il ministro della Giustizia, Castelli ingegner Roberto, dopo un avvio piuttosto incerto abbia finalmente tirato fuori le unghie e, dopo aver richiesto il trasferimento per “incompatibilità ambientale” del Procuratore di Perugia Nicola Miriano, un magistrato che pare avesse alquanto in simpatia gli amministratori locali “rossi” dell’Umbria post-terremoto e che aveva remore a procedere sulla vicenda delle intercettazioni taroccate della Boccassini ai danni di Squillante e Misiani per non dare un dispiacere al buon Gerardo D’Ambrosio, si è rifiutato di controfirmare la delibera del Consiglio Superiore della Magistratura con cui si intende nominare un certo magistrato, di cui ci sfugge il nome, a procuratore capo di Bergamo, nonostante una scandalosa incompatibilità parentale con un fratello, presidente di sezione del tribunale della città orobica.
Forse Castelli sta finalmente inaugurando il ripristino del principio per cui, anche per i magistrati, la legge è uguale per tutti, per cui le sanzioni di natura disciplinare, tendenzialmente dure e vessatorie ma applicando le quali il C.S.M. ha sempre fatto figli e figliastri, si applicano a tutti in modo eguale per comportamenti eguali, quindi ad esempio a Miriano come a Pintus (laddove peraltro gli addebiti, pretestuosi e perfino incostituzionali, mossi al secondo sono un niente rispetto a quanto il primo avrebbe combinato), e che le incompatibilità tra magistrati, e tra magistrati ed avvocati previste dagli articoli 18 e 19 dell’ordinamento giudiziario non si “interpretano”, sono legge e si applicano e basta (temiamo che all’onesto presidente del Tribunale di Cagliari, il comunista Porcella, verrebbe un infarto dopo quanto ha fatto per salvare la faccia del “Palazzaccio” spostando tutti i magistrati incompatibili dal civile al penale, e viceversa, ma omettendo di fare ciò che avrebbe dovuto fare per rispettare la legge, ossia chiedere al C.S.M. di disporne il trasferimento d’ufficio). (altro…)

PRESIDENTE ZAGARDO, ASSOLVA TUTTI!!!

Abbiamo piena fiducia, lo abbiamo detto più volte, nel dottor Paolo Zagardo, che presiede il collegio che dovrà giudicare in sede d’appello quelli che la Procura distrettuale ritiene essere tra i sequestratori di Silvia Melis, ossia gli orgolesi Grazia Marine, Antonio Maria Marini, Pasqualino Rubanu e Andrea Nieddu (i primi tre condannati, il quarto assolto in primo grado dal Tribunale di Lanusei), ma sappiamo che anche lui potrebbe non potersi sottrarre a certi condizionamenti ambientali – si fidano tanto poco di lui, lorsignori, che nel processo d’appello per la pretesa diffamazione di Nicola Grauso in danno del giudice Aliquò gli cambiarono all’ultimo momento i giudici a latere, mettendoci due accaniti giustizialisti – e che vi è quindi il rischio che nei confronti di queste persone possa ripetersi quanto accaduto circa la sorte, relativamente ai due distinti processi per il sequestro di Vanna Licheri, a Giovanni Gaddone e Pietro Paolo Melis, condannati a trent’anni di galera senza alcuno straccio di prova seria, sulla base di pure deduzioni e degli strani ritorni di memoria, giusto in occasione del dibattimento, dell’ex capo della Criminalpol Antonello Pagliei, che si ricorderà, e si deve sempre ricordare, di un borsone che maneggiò poco più di dieci anni fa.
Sono troppi, davvero troppi, i dubbi che gravano sull’attendibilità degli argomenti portati dall’accusa, e sostenuti con foga da girotondino dal dottor Gilberto “Nanni” Ganassi (molto più pacatamente dal maturo Mauro Mura), dalla mancata coltivazione della “pista” alternativa a quella orgolese, ma comunque barbaricina, che trapelava dalle conoscenze del tenente colonnello Vernesoni, di Raoul Gelli, di Lucio Vinci e de relato di suo figlio, l’ex sequestrato Giuseppe, e della stessa Silvia Melis, che attingeva due latitanti, uno di Loculi e l’altro di Oliena, che certamente non hanno mai avuto alcun rapporto con gli attuali imputati, ai misteri sulla tenda di Locoe, che Silvia Melis asserisce essere stata la sua prigione dal 29 agosto 1997 fino alla pretesa fuga, ma che almeno fino a tre giorni prima dell’11 novembre nessuno, tra cacciatori, Carabinieri, pastori limitrofi e paracadutisti, aveva mai visto (e il fatto di Locoe è stato usato come leva per chiamare in causa Pasqualino Rubanu), ai misteri ancora più fitti del “buco nero”, ossia il sito, poi identificato come la casa di Grazia Marine, ove Silvia, secondo la ricostruzione da lei stessa fornita, sarebbe stata custodita all’interno di un cubo di pannelli di polistirolo, che chiunque avrebbe potuto vedere guardando alla finestra di casa Marine. (altro…)

2003, ANNO DELLA VERITA’ PER IL CASO MELIS

Finalmente, finita la solita scontata retorica del buon Natale e del felice Anno Nuovo, il 2003 è veramente cominciato, e forse stiamo entrando nell’anno in cui si conosceranno, finalmente, molte veritì in particolare quanto ai riposti segreti del caso Melis e del tragicamente connesso caso Lombardini, che vengono e verranno, a poco a poco, svelati ad uno ad uno, finalmente grazie non solo all’infaticabile opera informativa nostra e di pochi altri, ma anche a squarci di chiarezza provenienti dal mondo giudiziario, come la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Cagliari il 20 dicembre, di cui attendiamo impazientemente di conoscere le motivazioni.

A Orgosolo, commentando il gran pasticcio combinato dagli inquirenti dei nostri giorni, dai Mura, dai Pagliei e soci quanto al coinvolgimento di Grazia Marine e compagnia, escluso dalla Corte d’Appello, nel sequestro di Silvia Melis, c’è chi significativamente sospira: “Se ci fosse Lombardini …”, ed è tutto dire, se questo commento viene formulato in un paese dove in tanti furono ridotti in catene quali autori di sequestri di persona da quel duro magistrato; il significato evidente è … se ci fosse Lombardini che era giusto, che arrestava chi doveva essere arrestato, mentre gli inquirenti di oggi, non senza depistaggi e pastrocchi vari, arrestano innocenti e gettano via la chiave, in attesa che un giudice coraggioso, come il dottor Zagardo, si tuffi per recuperarla. (altro…)

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BACK TO THE FUTURE: MEGLIO TARDI CHE MAI

I magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia cagliaritana, nell’attesa delle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Cagliari sul sequestro di Silvia Melis – che dovrebbero essere depositate fra tre settimane – e del loro improbabile impegno per riesumare le piste a suo tempo accantonate, per cui invero non avrebbero bisogno di attendere le motivazioni, hanno deciso di impegnarsi nella riapertura delle inchieste relative a sequestri di persona vecchi e stravecchi, tra cui addirittura quello di Cristina Berardi – per cui, se non ha acchiappato nessuno Luigi Lombardini, dubitiamo possa farlo qualcun altro – a quanto pare, come rivela l’informatissima LA NUOVA SARDEGNA, forti del contributo di un “pentito”, di un pregiudicato di mezza tacca che saprebbe, il condizionale è d’obbligo, parecchie cose su parecchi delitti con colpevoli individuati solo parzialmente o per niente del tutto.
Per ora, a quanto pare, di oggettivo vi sono solo le impronte digitali del desulese Carta, trovate sull’auto con cui nel 1992 fu prelevato Farouk Kassam e, a scoppio ritardato di oltre undici anni, scoperte appartenere a costui, mentre per quanto riguarda i pretesi legami tra la cosiddetta banda di Siurgus Donigala e i sequestratori della Melis, che passerebbero, secondo i teoremi della D.D.A., per l’ex poliziotto, oggi latitante, Daniele Brilla, siamo ancora alle vuote esercitazioni letterarie, da ultimo ad opera del capo della Mobile di Nuoro, che giustamente hanno fatto insorgere il senatore avvocato Mariano Delogu, che difende Brilla, il che vorrà pure dire qualcosa da parte di un legale che nei sequestri di persona ha sempre difeso le persone offese. (altro…)

IL SEQUESTRO DI VANNA LICHERI

Il sequestro di Vanna Licheri, anziana possidente di Abbasanta, nell’alto Oristanese, è quello che ha avuto la conclusione maggiormente drammatica tra i sequestri consumati negli ultimi dieci anni, poiché, a differenza che per altri casi, qui c’è quasi la certezza che la rapita sia stata soppressa dai suoi sequestratori, verosimilmente a colpi di mitra; e purtroppo, come vedremo, alle causali della fine dell’imprenditrice non paiono essere estranee autentiche cretinaggini investigative e operative degli inquirenti, seguite poi da arresti e condanne di ben dubbio fondamento.
Vanna Licheri fu prelevata agli inizi del ’95 dall’azienda agricola che possedeva, col marito Gino Leone, nelle campagne di Abbasanta; pare questo, fin dall’inizio, un sequestro anomalo, o quanto meno mal mirato, poiché la famiglia Leone-Licheri non ha notevoli disponibilità economiche, e in particolare ha contratto un consistente debito [circa 400.000 euro attuali] per la ristrutturazione della propria proprietà agricola. (altro…)

Antonello PAGLIEI

Romano, intorno ai 45 anni, è stato capo della Squadra Mobile della Questura di Sassari – occupandosi in tale veste del sequestro Farouk Kassam – quindi capo della Criminalpol Sardegna fino all’inizio del 1999.
Nemico di Luigi Lombardini e degli uomini della Polizia a lui più legati, stabilisce una costante sinergia coi sostituti Mauro Mura e Mario Marchetti, dei quali esegue fedelmente gli ordini, con indagini dai risultati piuttosto scadenti, contraddistintesi per l’elevato numero di catture discusse, a carico di persone di dubbia colpevolezza. Si deve a lui e ai suoi uomini, in particolare, una dubbia attestazione di una circostanza, a suo tempo non trascritta verbale che concorrerà all’incriminazione per il sequestro di Vanna Licheri dell’allevatore mamoiadino Pietro Paolo Melis, poi condannato a trent’anni di carcere. (altro…)

Pietro Paolo MELIS

Giovane allevatore di Mamoiada, immune da precedenti penali, viene tirato dentro il processo per il sequestro Licheri praticamente per la sola sua conoscenza di Giovanni Gaddone, in forza di intercettazioni telefoniche dai significato equivoco e di dubbie attestazioni da parte del capo della Criminalpol, Antonello Pagliei.
La sua condanna a trent’anni di reclusione per il sequestro Licheri ha provocato lo sdegno dell’intera comunità mamoiadina; anche su Melis, come su Gaddone, il convincimento di Luigi Lombardini è che fosse innocente. (altro…)

Mauro MURA

Sessantenne, originario di Isili, in gioventù estremista di sinistra, quindi assiduo frequentatore delle sezioni del PCI, Mauro Mura esordisce in magistratura svolgendo per lunghi anni funzioni di giudice fallimentare; viene poi, a metà anni ’80, trasferito all’ufficio istruzione del Tribunale di Cagliari e quindi, con lo scioglimento di detto ufficio, alla Procura della Repubblica
Con la costituzione della Direzione Distrettuale Antimafia, Mauro Mura diverrà PM preposto alla trattazione di pressoché tutti i procedimenti relativi a sequestri di persona; rifiutandosi di collaborare con Luigi Lombardini, e con gli investigatori che avevano collaborato con lui, darà luogo a una gestione delle indagini piuttosto scadente, puntando tutto solo su alcuni inquirenti – quali Antonello Pagliei -, quasi mai riuscendo a scoprire la verità circa gli autori dei sequestri, spesso giungendo al punto di incriminare per sequestro di persona individui che apparivano manifestamente avendo un ruolo di emissari, giungendosi a incriminazioni naufragate in giudizio (quelle di Nicolò <<Cioccolato>> Cossu, Tonino Crissantu e Michelangelo Moni nel sequestro Vinci), o a condanne assai discusse (quelle di Nicola Dettori e Nicolò Liberato Succu, sempre nel processo per il sequestro Vinci, e soprattutto quelle di Giovanni Gaddone e Pietro Paolo Melis per il sequestro Licheri). (altro…)

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OLTRE TREDICI ANNI DI FALLIMENTI

Oltre tredici anni fa, entrò in vigore una legge, a suo tempo osteggiata dai comunisti, che istituiva la “Direzione Distrettuale Antimafia”, e per la sua prima composizione l’allora procuratore capo di Cagliari, Franco Melis, procedette burocraticamente mettendoci dentro i più anziani per servizio, ossia Mauro Mura e Mario Marchetti (ai quali si aggiunse, più tardi, Valerio Cicalò).
Niente da dire su Marchetti, pur con molti dubbi sui “pentiti” e sulla loro gestione, il suo onesto lavoro nel settore della lotta alla droga lo ha fatto, con risultati lusinghieri, ma quanto al dottor Mura, ci sarebbe da stendere un velo pietoso, ma non lo stendiamo, perché è giusto che il popolo sappia da chi viene amministrata in suo nome la giustizia. (altro…)

GADDONE E MELIS: DUE INNOCENTI?

Tra le tante storie non concluse di cui Luigi Lombardini, prima dei tragici eventi di quel maledetto 11 agosto 1998, si stava occupando, c’è quella relativa a due giovani allevatori della provincia di Nuoro, Giovanni Gaddone da Loculi e Pietro Paolo Melis da Mamoiada, sepolti in galera da separate sentenze di condanna a 30 anni di reclusione per il sequestro e l’omicidio di Vanna Licheri.
Anonimi allevatori, proprio come quell’Agostino Mallocci la cui causa viene tanto energicamente perorata da Giampaolo Cassitta nel libro “La zona grigia”, e che però non condividono con questi la sorte di essere stato, peraltro secondo le vedute del Cassitta di cui egli risponde, accusato ingiustamente in base a un “romanzo” o un “teorema” di Lombardini: ebbero invece la sorte di essere accusati e condannati, forse ingiustamente, da giudici ed inquirenti che di Lombardini erano nemici, e di avere avuto proprio Lombardini quale massimo peroratore, sia pure coi suoi metodi, della loro innocenza. (altro…)