Argomento: ORESTE BARBELLA


Articoli su questo argomento (3):

GLI ANARCHICI, QUESTI CONOSCIUTI …

Sembra che siano spuntati fuori dal nulla, questi anarchici, perlopiù giovani (qualcuno in verità vicino agli “anta”) che per ora sembrano solo giocare a fare i bombaroli, senza ferire nessuno, al massimo cagionando pur fastidiosi danni materiali a distributori di benzina, McDonald’s e simili, quanto meno se ci riferiamo non tanto agli anarchici “storici”, quelli tutti più o meno cinquantenni che fanno riferimento a un anarchismo coltivato in termini culturali piuttosto che politici e fanno capo ad istituzioni storiche e gloriose come l’Anarkiviu di Guasila, quanto agli anarchici appunto più giovani e “giocosi”, seppure ormai molto temuti da polizia e servizi segreti, le cui parole d’ordine sono un fritto misto di rivendicazioni storicamente veterocomuniste, ma che si scagliano anche contro esponenti del centrosinistra.
Fin dagli anni Ottanta ci si ricorda che in tutti i cortei dei vari movimenti pacifisti, studenteschi ed universitari, come anche nelle file degli ultras del Cagliari (che allora si chiamavano UCCN, fin quando non verranno fuori i mitici Sconvolts e i Furiosi) vi era costantemente una nutrita presenza di giovanotti di vedute anarchiche, che in genere andavano d’accordo coi comunisti e coi giovani di sinistra in generale e li rispettavano, ma talvolta non risparmiavano le intemperanze, come avveniva nei cortei contro il presidente Cossiga ove costoro, gli anarchici, inneggiavano goliardicamente alla sua impiccagione (“Cossiga sospeso a una funicella”, con riferimento alla minaccia di autosospensione del presidente) e cantavano allegramente “Dimissioni dello Stato” sull’aria di una nota canzoncina di Renato Rascel, facendo imbestialire non poco certi comunisti ortodossi che, benché amici di questi giovani anarchici, erano costretti dalla disciplina di partito ad affermare affranti: “Però … dire che lo Stato non serve proprio a niente …”. (altro…)

IL DURO LAVORO, IL DURO CORAGGIO DI ESSERE “CONTRO”

Come avrete visto, il sito torna a pieno titolo online dopo mesi e mesi di standby, e una pausa di riflessione lunga, la più lunga che ci siamo concessi da quando Mala Iustitia Caralitana è nata, come non accadde neppure ai tempi della guerra irachena.

Saprete pure, almeno voi che usate, più che altro per rassegnazione, leggere la stampa locale e informarvi su ciò che bolle in pentola nel Palazzaccio di piazza Repubblica, che “loro” hanno creduto, su querela dell’unico che abbia osato farla, il commercialista Ciotti sul quale preferiamo non fare altri commenti, di identificare il “gestore” (che poi tecnicamente non vuol dire nulla) di questo sito in una persona ben determinata, in una persona piuttosto nota a Cagliari e soprattutto negli ambienti giudiziari. (altro…)

ECCO PERCHE’ LA MASSONERIA DEVIATA “UCCISE” LOMBARDINI

Dopo il suicidio di Luigi Lombardini, la massoneria, in relazione al ruolo svolto da molti suoi affiliati nella vicenda Melis, entrò nell’occhio del ciclone, oltre che per le deduzioni rimbalzate presso la Commissione Antimafia – e principalmente frutto di un’audizione dell’allora capo della DIGOS cagliaritana Oreste Barbella – a causa dell’inchiesta aperta dalla Procura di Palermo sulla “rete” di Lombardini e della preoccupazione espressa apertis verbis dall’allora procuratore aggiunto palermitano, Guido Lo Forte, che la vicenda Melis fosse tutta una vicenda di “massoneria deviata”. Da ultimo, in occasione del processo contro alcuni pretesi sequestratori orgolesi di Silvia Melis – uno dei quali sempre assolto, gli altri tre condannati dal tribunale di Lanusei, assolti dalla Corte di Appello di Cagliari e, a seguito del rinvio della Cassazione, nuovamente condannati dal tribunale di Sassari – l’avvocato fiorentino Giangualberto Pepi, difensore dell’imputato Antonio Maria Marini, sollecitò i giudici a riflettere sul pesante ruolo avuto dalla massoneria nella vicenda.
Un po’ tutti, riguardo a queste illazioni sul conto della massoneria – a cui aggiunse una “pezza” decisiva il giornalista de “La Repubblica” Giovanni Maria Bellu, che ricordò i trascorsi piduisti di Elio Cioppa, ex funzionario del SISDE e questore di Nuoro nel tempo della liberazione di Silvia Melis – ebbero a faticare nello stabilire una qualche equazione, una qualche equivalenza tra la massoneria, o una sua parte deviata, e la “rete” di Lombardini, in termini di organico coinvolgimento nelle attività parallele intese alla gestione delle trattative per la liberazione dei sequestrati, oltre tutto, come nel caso di Silvia Melis, spesso e volentieri massoni a loro volta, o prossimi congiunti di massoni. Equazione quanto mai approssimativa, atteso che, benché Luigi Lombardini avesse sicuramente molti amici nella massoneria, e benché fossero probabilmente tutti massoni i magistrati che con lui facevano parte della “rete”, di questa compagine facevano parte anche numerosissimi appartenenti alla polizia, ai carabinieri, alla guardia di finanza e al SISDE, delle più svariate estrazioni politico-culturali (non mancavano elementi di sinistra), ai quali della massoneria non poteva importare di meno; la “rete” di Lombardini non era emanazione della massoneria, forse aveva qualche punto di contatto con Gladio, ma era nata soprattutto per finalità strategiche, condivise ai più alti livelli politici, intese a impedire il protrarsi dei sequestri e a catturare o far costituire i latitanti come chiave per un più incisivo controllo del territorio da parte dello Stato, anche onde impedire potenziali saldature tra banditismo e terrorismo di estrema sinistra, pericoloso per la strategica importanza che la Sardegna da sempre ha per la NATO. (altro…)