Argomento: ELIO CIOPPA
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LA RABBIA E LA VERGOGNA: CINQUE ANNI FA SILVIA MELIS SI LIBERO’ DA SOLA
Silvietta Melis, la sequestrata libera e bella, non ha un figlio, ma due. Uno, Luca, quello che aveva già quando l’avevano rapita, ha compiuto dieci anni poco fa e gli facciamo tanti auguri posticipati, ma oggi cade il compleanno di un’altra figlia, sgraziata e gracile, che Silvietta ha generato nel momento stesso in cui tornò tra i liberi, alla quale, in mancanza di un nome più decente, i baldi poliziotti del signor De Gennaro, con l’assenso obbligato dei PM Piana e Mura costretti dalle circostanze a fare i pesci in barile, è stato imposto il nome di “autoliberazione”.
Esattamente cinque anni fa, dopo quasi nove mesi di sequestro, Silvietta annunciò raggiante all’universo mondo, ma in particolare per la soddisfazione delle orecchie del Ministro dell’Interno e del signor De Gennaro, padrini di battesimo della sgraziata figliola, che si era liberata da sola, che si era sfilata la catena che aveva al polso e che il bandito di guardia aveva stranamente allentato, e via di questo passo a raccontare baggianate, con corollario di tante, ma tante stranezze, come l’apparizione dal nulla di una tenda corredata di coperte militari (SISMI?Ma non i terremoti…) che nessuno aveva mai notato prima in una zona ampiamente visibile dalla strada (a Orgosolo dicono che è stata montata si, ma non dai banditi, bensì dai poliziotti, e non dal 29 agosto, bensì la mattina dell’11 novembre) e la furia di un capopattuglia della Questura di Nuoro nell’impedire che Silvietta fosse “salvata”, anziché da loro, da due poliziotti in borghese del Commissariato di Orgosolo, forse troppo infiltrato da amici di Luigi Lombardini, e fosse invece portata in Questura, dove il Questore dell’epoca, il piduista Cioppa, doveva ciarlare di vittoria dello Stato e farneticare del non avvenuto pagamento di alcun riscatto. (altro…)
E ADESSO, DE GENNARO, DEVI FARCI SAPERE …
L’interesse che c’è stato riguardo a questo argomento, confortato dai dati degli accessi al nostro sito anche dall’estero (perfino dalle isole FAROER: non stiamo sparandola grossa …) ci fanno pensare che molti si interroghino, o non comprendano, sul perché ce la prendiamo tanto contro il capo della Polizia Gianni De Gennaro che è stato, e neppure noi l’abbiamo certo dimenticato, uno dei principali protagonisti della stazione più proficua dell’antimafia nazionale, intrattenendo formidabili rapporti di collaborazione con gli Stati Uniti, collaborando col grande Giovanni Falcone e poi con Giancarlo Caselli, che sarà pure un magistrato politicante e avrà pure, per furor politico, preso delle cantonate, ma la lotta alla mafia è stato il primo procuratore capo di Palermo a farla seriamente.
Noi non dimentichiamo certo i grandi meriti del dottor De Gennaro, il suo ruolo fondamentale, forse insostituibile, nel tessere quei proficui rapporti investigativi con gli Stati Uniti dei Rudolph Giuliani senza i quali una seria lotta alla mafia delle varie Pizza Connection, del denaro sporco e del narcotraffico sarebbe stata impensabile, il fatto che si tratti di un uomo che da una vita vive sotto scorta essendo tuttora, insieme allo stesso Caselli, l’obiettivo numero uno delle possibili ritorsioni omicidarie di Cosa Nostra; senza di lui, forse, saremmo ancora all’epoca della Questura di Palermo piena di piduisti e di collusi, dove un poliziotto come Boris Giuliano doveva innanzitutto guardarsi dai suoi colleghi. (altro…)
LA LUNGA CODA DI PAGLIA DELLA MASSONERIA
Ci deve essere rimasto male l’avvocato Antonio Piras, da sempre sincero e appassionato cultore degli ideali massonici, se ha avuto modo di recuperare il testo dell’intervista rilasciata nell’agosto 1998 a IL MATTINO, quotidiano napoletano che non è distribuito in Sardegna, da un altissimo esponente della Massoneria cagliaritana, il quale nella circostanza, prese nettamente le distanze, anche in modo un po’ strafottente, da tutti i “fratelli”, dallo stesso Piras a Tito Melis a Giorgio Ladu, che erano coinvolti nella vicenda del sequestro di Silvia Melis, affermando sprezzantemente che “quelli lì erano tutti di Tortolì”, come dire che con la Massoneria, nel suo complesso, non c’entravano niente.
A parte che Piras è della montanara Gavoi, non certo della marittima Tortolì, troppo comodo, da parte di quel potentissimo massone, liquidare in questo modo l’argomento, dinanzi a un sequestro che in ogni fase ha visto la costante presenza di massoni, quasi solo di massoni (dall’ex piduista Elio Cioppa, a Pietro Giagheddu, a Ugo Piras, per finire con alcuni sospettati) e dinanzi a quello che emergeva alla memoria di chi, all’atto del suicidio del giudice Luigi Lombardini, provandosi a fare un consuntivo rapido della sua opera “parallela” nella risoluzione di sequestri di persona, poteva constatare la strana presenza di congiunti di potenti massoni, da Miria Furlanetto (di cui si era occupato anche l’avvocato Piras) a Dino De Megni, nipotino di Augusto De Megni, il potentissimo Commendatore del Rito Scozzese Antico e Accettato, per intenderci una obbiedienza molto legata alla famiglia guerrafondaia Bush. (altro…)
LA FUGA DI LOCOE E LE MENZOGNE DI STATO
Quella sera dell’11 novembre 1997, secondo la relazione di servizio di un agente di Polizia, Silvia Melis, ben prima di aver incrociato, ai bordi della provinciale Nuoro-Orgosolo, alcuna autovettura, avrebbe incrociato alcune donne orgolesi che, riconosciutala, le avrebbero chiesto se avesse bisogno di essere accompagnata, al che lei rispose di no perché “aspettava la polizia”.
Ma la prima autovettura che stava per prelevare Silvia non era, forse, quella che aspettava: era una Renault Clio, un’auto civile, condotta da un poliziotto del commissariato di Orgosolo, Piero Sonni, con a bordo un altro agente del medesimo commissariato, Pierandrea Giua; secondo la confidenza, di poche ore prima, di Sonni a un amico orgolese, egli, che era in licenza col collega, sapeva, a una certa ora, di dover fare ritorno da Nuoro, dove si trovava, a Orgosolo perché aveva una “commissione” ben più importante da sbrigare. (altro…)
ECCO PERCHE’ LA MASSONERIA DEVIATA “UCCISE” LOMBARDINI
Dopo il suicidio di Luigi Lombardini, la massoneria, in relazione al ruolo svolto da molti suoi affiliati nella vicenda Melis, entrò nell’occhio del ciclone, oltre che per le deduzioni rimbalzate presso la Commissione Antimafia – e principalmente frutto di un’audizione dell’allora capo della DIGOS cagliaritana Oreste Barbella – a causa dell’inchiesta aperta dalla Procura di Palermo sulla “rete” di Lombardini e della preoccupazione espressa apertis verbis dall’allora procuratore aggiunto palermitano, Guido Lo Forte, che la vicenda Melis fosse tutta una vicenda di “massoneria deviata”. Da ultimo, in occasione del processo contro alcuni pretesi sequestratori orgolesi di Silvia Melis – uno dei quali sempre assolto, gli altri tre condannati dal tribunale di Lanusei, assolti dalla Corte di Appello di Cagliari e, a seguito del rinvio della Cassazione, nuovamente condannati dal tribunale di Sassari – l’avvocato fiorentino Giangualberto Pepi, difensore dell’imputato Antonio Maria Marini, sollecitò i giudici a riflettere sul pesante ruolo avuto dalla massoneria nella vicenda.
Un po’ tutti, riguardo a queste illazioni sul conto della massoneria – a cui aggiunse una “pezza” decisiva il giornalista de “La Repubblica” Giovanni Maria Bellu, che ricordò i trascorsi piduisti di Elio Cioppa, ex funzionario del SISDE e questore di Nuoro nel tempo della liberazione di Silvia Melis – ebbero a faticare nello stabilire una qualche equazione, una qualche equivalenza tra la massoneria, o una sua parte deviata, e la “rete” di Lombardini, in termini di organico coinvolgimento nelle attività parallele intese alla gestione delle trattative per la liberazione dei sequestrati, oltre tutto, come nel caso di Silvia Melis, spesso e volentieri massoni a loro volta, o prossimi congiunti di massoni. Equazione quanto mai approssimativa, atteso che, benché Luigi Lombardini avesse sicuramente molti amici nella massoneria, e benché fossero probabilmente tutti massoni i magistrati che con lui facevano parte della “rete”, di questa compagine facevano parte anche numerosissimi appartenenti alla polizia, ai carabinieri, alla guardia di finanza e al SISDE, delle più svariate estrazioni politico-culturali (non mancavano elementi di sinistra), ai quali della massoneria non poteva importare di meno; la “rete” di Lombardini non era emanazione della massoneria, forse aveva qualche punto di contatto con Gladio, ma era nata soprattutto per finalità strategiche, condivise ai più alti livelli politici, intese a impedire il protrarsi dei sequestri e a catturare o far costituire i latitanti come chiave per un più incisivo controllo del territorio da parte dello Stato, anche onde impedire potenziali saldature tra banditismo e terrorismo di estrema sinistra, pericoloso per la strategica importanza che la Sardegna da sempre ha per la NATO. (altro…)
“FRATELLI” COLTELLI E RISCATTI SOTTOBANCO
Quando un’accusa inerente a gravi reati, formulata con dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria, è fondata sostanzialmente sul classico “la mia parola contro la sua” senza testimonianze o altri riscontri obiettivi, l’ambito degli accertamenti che il magistrato deve compiere dovrebbe doverosamente ruotare intorno alla non esclusione di nessuna delle due ipotesi plausibili, ossia che o dette accuse sono attendibili, ovvero sono inattendibili, e quindi chi accusa è un volgare calunniatore.
Questo non pare essere avvenuto col dovuto rigore per quanto riguarda le dichiarazioni di Tito Melis in ordine al famigerato “incontro di Elmas”, che sarebbe avvenuto l’8 ottobre 1997 tra l’ingegnere e Luigi Lombardini, laddove Melis ha reso le finali, e fatali, dichiarazioni accusatorie contro Lombardini dopo una ritrattazione brutale delle dichiarazioni precedentemente rese, che non ha saputo motivare con chiarezza. (altro…)